05/01/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo l'attentato di Diyarbakir, le autorità turche concedono più poteri alle forze di sicurezza
Una autobomba azionata a distanza, nella principale città curda in Turchia nonché quella che ospita il comando centrale delle forze armate turche nella zona. L’attentato di Diyarbakir ha portato il conflitto con la guerriglia separatista del Pkk a contatto con i civili, dopo mesi in cui la guerra tra Ankara e i ribelli infuriava sulle montagne turche, con occasionali bombardamenti militari sulle basi del Pkk nel nord dell’Iraq. Cinque morti, tre dei quali bambini, 110 feriti e un bilancio che si aggrava con il passare delle ore: l’esplosione di Diyarbakir – contro un veicolo militare, ma con conseguenze anche per i civili - è l’attacco più grave portato nel cuore della Turchia dalla bomba che lo scorso a maggio uccise quattro persone nella capitale. E dalle prime risposte del governo di Recep Tayyip Erdogan, promette di costituire il casus belli per un ulteriore giro di vite nei confronti della società curda.
 
Il funerale di un ragazzo ucciso nell'attentato di DiyarbakirLinea dura. Anche il partito Akp del premier e del presidente Abdullah Gul, dopo mesi passati a tentennare sul nulla osta per le operazioni militari in Iraq richieste dall’esercito, ora è schierato sulla linea dura. Lo scorso dicembre sono arrivati i primi bombardamenti aerei turchi in Iraq, che secondo Ankara hanno ucciso almeno 150-175 terroristi (secondo il Pkk, invece, non c’è stata nessuna vittima). In un’intervista televisiva la sera dell’attentato di Diyarbakir, Gul ha definito il terrorismo il problema più grave della Turchia, una questone di fronte alla quale ''governo, civili e militari non possono restare divisi''. I procuratori statali hanno già concesso alle forze di sicurezza poteri di “perquisizione illimitata” per 16 giorni: sarà così possibile ispezionare case, automobili, persone nel sud-est della Turchia senza richiedere prima un’autorizzazione giudiziaria. In mancanza di una rivendicazione, secondo l’agenzia Anatolian quattro persone sono già state arrestate in relazione all’attentato. In precedenza, fonti di sicurezza avevano parlato di 12 fermati.
 
Il premier turco Recep Tayyip ErdoganTra rivendicazioni e violenza. “E’ un attacco contro il nostro popolo, in particolare il nostro popolo nel sud-est, a Diyarbakir. L’organizzazione terroristica non ha mai rappresentato i nostri cittadini curdi”, ha detto Erdogan da Ankara, prima di visitare Diyarbakir nella giornata di oggi. In parte il primo ministro ha ragione: nella zona, dove è in crescita il sentimento islamico, l’ascesa dell’Akp è ormai una realtà. In particolare, nelle elezioni dello scorso luglio il suo partito – islamico moderato, meno nazionalista dell’elite laica – ha conquistato la maggioranza in molte province sud-orientali. “La gente qui vuole più diritti civili, migliori infrastrutture, ma non la violenza”, dice a PeaceReporter Serdal, un curdo di Diyarbakir. “Per questo molti non vedono più di buon occhio il Pkk”.
 
Due soldati turchi sulle montagne del sud-estUn anno di sangue. Ma l’organizzazione – considerata terroristica anche da Stati Uniti e Unione Europea – nell’ultimo anno è stata comunque capace di alzare il livello dello scontro, dopo alcuni anni di cessate il fuoco. Tra agguati e raid militari, sulle montagne turche quest’anno sono morti oltre 300 tra centinaia di soldati e guerriglieri. Il resto – le esplosioni, la reazione delle autorità e de media – è un film già visto di accuse incrociate. Oltre a quella di Diyarbakir, i ribelli non hanno rivendicato neanche altre esplosioni avvenute in altre città turche. Anzi, parlando durante una visita di PeaceReporter nelle loro basi intorno al monte Qandil, in Iraq, lo scorso maggio i militanti del Pkk accusavano lo “stato profondo” turco di mettere apposta le bombe per poi avere più poteri contro di loro. Da parte sua, Ankara attribuisce qualsiasi attentato all’ “organizzazione terroristica”, senza neanche specificare “Pkk”. 

Alessandro Ursic

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