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Linea dura. Anche il partito Akp del premier e del presidente Abdullah Gul, dopo mesi passati
a tentennare sul nulla osta per le operazioni militari in Iraq richieste dall’esercito,
ora è schierato sulla linea dura. Lo scorso dicembre sono arrivati i primi bombardamenti
aerei turchi in Iraq, che secondo Ankara hanno ucciso almeno 150-175 terroristi
(secondo il Pkk, invece, non c’è stata nessuna vittima). In un’intervista televisiva
la sera dell’attentato di Diyarbakir, Gul ha definito il terrorismo il problema
più grave della Turchia, una questone di fronte alla quale ''governo, civili e
militari non possono restare divisi''. I procuratori statali hanno già concesso
alle forze di sicurezza poteri di “perquisizione illimitata” per 16 giorni: sarà
così possibile ispezionare case, automobili, persone nel sud-est della Turchia
senza richiedere prima un’autorizzazione giudiziaria. In mancanza di una rivendicazione,
secondo l’agenzia Anatolian quattro persone sono già state arrestate in relazione
all’attentato. In precedenza, fonti di sicurezza avevano parlato di 12 fermati.
Tra rivendicazioni e violenza. “E’ un attacco contro il nostro popolo, in particolare il nostro popolo nel
sud-est, a Diyarbakir. L’organizzazione terroristica non ha mai rappresentato
i nostri cittadini curdi”, ha detto Erdogan da Ankara, prima di visitare Diyarbakir
nella giornata di oggi. In parte il primo ministro ha ragione: nella zona, dove
è in crescita il sentimento islamico, l’ascesa dell’Akp è ormai una realtà. In
particolare, nelle elezioni dello scorso luglio il suo partito – islamico moderato,
meno nazionalista dell’elite laica – ha conquistato la maggioranza in molte province
sud-orientali. “La gente qui vuole più diritti civili, migliori infrastrutture,
ma non la violenza”, dice a PeaceReporter Serdal, un curdo di Diyarbakir. “Per questo molti non vedono più di buon occhio
il Pkk”.
Un anno di sangue. Ma l’organizzazione – considerata terroristica anche da Stati Uniti e Unione
Europea – nell’ultimo anno è stata comunque capace di alzare il livello dello
scontro, dopo alcuni anni di cessate il fuoco. Tra agguati e raid militari, sulle
montagne turche quest’anno sono morti oltre 300 tra centinaia di soldati e guerriglieri.
Il resto – le esplosioni, la reazione delle autorità e de media – è un film già
visto di accuse incrociate. Oltre a quella di Diyarbakir, i ribelli non hanno
rivendicato neanche altre esplosioni avvenute in altre città turche. Anzi, parlando
durante una visita di PeaceReporter nelle loro basi intorno al monte Qandil, in Iraq, lo scorso maggio i militanti
del Pkk accusavano lo “stato profondo” turco di mettere apposta le bombe per poi
avere più poteri contro di loro. Da parte sua, Ankara attribuisce qualsiasi attentato
all’ “organizzazione terroristica”, senza neanche specificare “Pkk”. Alessandro Ursic