di Raed Debie*
Beverly Naidoo, in uno dei suoi
romanzi, ha scritto: “Sono cresciuto e ho conosciuto i concetti che
la maggior parte dei bianchi hanno portato in Sudafrica. Li ho
condivisi senza alcun pregiudizio con il ragazzo di colore che lavora
per noi e con i suoi tre figli, che vivono a 300 metri da noi. Ancora
oggi sento una rabbia incontenibile per il modo in cui il razzismo ha
distorto i fatti che sono accaduti durante la mia infanzia”.
Cari giovani Israeliani, cari
genitori, intellettuali, scrittori, lavoratori e datori di lavoro in
Israele. C’è una frase che gli anziani della città
vecchia di Nablus amano ripetere e che fa parte dei ricordi della mia
infanzia: “La luce di una candela è meglio della maledizione
dell’oscurità”. Oggi mi ritrovo qua: sono un ragazzo
palestinese, come tanti altri, che vive nell’oscurità.
L’oscurità che cresce ogni giorno toccando ogni angolo della
nostra vita quotidiana, ma io, nonostante questa oscurità
crescente, ho deciso che la fiamma della candela può essere
parte della luce che accende il percorso verso la verità, la
giustizia e la libertà dall’oppressione e dall'esclusione da
parte di esseri umani nei confronti di altri esseri umani.
Sicuramente avete sentito parlare della
libertà, della sicurezza e dell’autodeterminazione dei
popoli, compresa quella del popolo palestinese, che soffre
l’occupazione da più di 40 anni e che vive lontano dalla
propria terra natia da più di 59 anni.
Il 15 Maggio di ogni anno voi ricordate
ciò che chiamate “il giorno dell’indipendenza”, quando
avete fondato il vostro stato nella terra in cui, prima di voi,
vivevano i nostri antenati. Voglio ricordarvi, nel caso in cui non lo
sapeste o ve lo foste dimenticati, che nello stesso giorno più
di 5 milioni di palestinesi ricordano tutti coloro che sono stati
obbligati a lasciare la loro casa, la loro terra e il loro mare. E le
nostre memorie di grano e di spighe ricordano fiumi, uccelli e
marinai che cantano sulle spiagge di Haifa e Jaffa, Nissan e
Tiberiade. Promesse di duro e abbondante lavoro, speranze che
ricominci quel bellissimo sogno, dopo un momento di orrore, quando un
terrificante incubo ha spazzato via il sogno di un giardino pieno
d’amore per i profughi che vivevano nelle tendopoli.
Se ci rivolgiamo ai vasti mari dei
campi profughi, i grandi giardini pieni di grano per fare la farina
ci vengono dati dalle Nazioni Unite, lasciando la nostra terra natia
un sogno distante. Anche i nostri antenati non avevano messo in conto
che la terra, dove hanno vissuto la loro infanzia e la loro gioventù,
sarebbe diventata una tomba.
Il 7 giugno del 1967 è la data
dell’occupazione e della diaspora (che noi chiamiamo nakba),
quando gli israeliani hanno occupato la Cisgiodania e la Striscia di
Gaza, ed è iniziato un nuovo capitolo di tragedie per la
nostra gente. Un nuovo stato di occupazione, tirannia e ingiustizie
contro la nostra gente e i nostri giovani che esercitano il
sacrosanto diritto di resistere all’occupazione della loro terra e
che hanno accolto il riconoscimento ufficiale della legittimità
della resistenza palestinese da parte delle Nazioni Unite, nel 1974,
ed il suo diritto di ricorrere alla lotta armata per realizzare la
loro libertà, autodeterminazione e sovranità contro
l’ingiustizia, la tirannia, l’oppressione chiedendo la
partecipazione dell’Organizzazione per la Liberazione della
Palestina in sedi e istituzioni delle Nazioni Unite
Con il passare degli anni, dopo che la
gente ha sofferto nei campi profughi di Sabra e Chatila, abbiamo
preso parte agli accordi di Oslo, nei quali abbiamo visto un barlume
di luce alla fine del tunnel e un preludio alla libertà dei
nostri figli. Un mondo senza occupazione e senza fame, ma
sfortunatamente quella luce era solo un miraggio nel deserto che ha
dato inizio alla Seconda intifada, quando i palestinesi hanno perso
ogni speranza nella pace, perché la nostra vita quotidiana è
tornata quell'insopportabile inferno che ci vede bersagli e che tenta
di umiliarci creando muri e campi di detenzione.
Care madri israeliane. Scrivo
queste parole pieno di dolore per la perdita del mio amico Rawhi
Shuman, che è stato ucciso nella sua migliore età.
L’assassino potrebbe essere vostro figlio.
Una pallottola ha
reso il mio amico un semplice ricordo. Una pallottola sparata da un
adolescente israeliano in uniforme ha impedito al mio amico di
realizzare il suo sogno di finire l’università e diventare
ingegnere. Una pallottola che farà vivere il resto della vita
a sua madre in un dolore lancinante. Una pallottola che mi ha
lasciato senza il mio migliore amico, con cui giocavo fin da quando
ero bambino. Perché l’hanno ucciso? L’hanno ucciso perché
il 3 gennaio di qualche anno fa stava comprando del latte per il suo
fratellino.
Così, senza introduzioni,
finisce la vita dei palestinesi che si trasforma in mera memoria
affissa alle pareti, lasciando solo il dolore dei famigliari e degli
amici. Vi chiedo ora d’immaginare vostro figlio che torna a casa
pieno di sangue.
Come vi sentireste se vostro figlio
vivesse nelle oscure celle dell’occupazione? Provate a immaginare,
ogni mattina, una casa vuota dei sorrisi dei vostri figli. È
giusto e ragionevole lasciare i nostri bambini paralizzati per il
resto della loro vita a causa delle bombe dell’occupazione,
rifiutando di riconoscere il diritto della nostra gente alla libertà,
alla giustizia, all’uguaglianza e al diritto di vivere in uno stato
indipendente come tutte le altre persone al mondo?
Questa è la vita quotidiana dei
vostri vicini, delle “madri palestinesi”. Quello di cui sto
parlando non è una storia tragicomica ispirata dalla mia
fervida immaginazione, ma la realtà. Le nostre madri sono
esattamente come voi, soffrono e amano esattamente come voi amate i
vostri figli.
Mi dispiace, ma i vostri figli, i
vostri mariti, i vostri amici sono la causa delle sofferenze delle
nostre madri. Potete immaginare com’è difficile per noi
vedere le nostre madri piangere ogni venerdì sulla tomba dei
loro figli? E i bambini che vivono solo con l’immagine dei loro
padri?
Cari padri israeliani. Sapete
che dietro al “muro del razzismo” che avete eretto ci sono padri
palestinesi, esattamente come voi, a cui piace svegliarsi e
provvedere al cibo per i propri figli, costretti a passare
quotidianamente i check-point che dividono le nostre città,
presidiati da adolescenti che non esitano a umiliare quotidianamente
uomini coetanei dei loro stessi genitori?
Lasciate che vi ricordi, per un
momento, che dall’altro lato di questa terra ci sono dei genitori
palestinesi che non possono vedere i loro figli da anni, perché
sono dietro le sbarre. Sapete che i cuori dei nostri padri sono pieni
di amore, di paura e compassione per noi, come lo sono i vostri cuori
per i vostri figli? Sapete che i nostri padri si tolgono il pane di
bocca per poterlo offrire ai figli? Mio padre paga il suo sangue e la
sua dignità per offrirlo a noi.
Cari intellettuali e politici
israeliani. Pensate che la costruzione del “muro del razzismo”
e la discriminazione vi condurrà da qualche parte? Pensate
anche che l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania, il furto
della nostra acqua e lo sradicamento dei nostri alberi, renda voi una
“nuova America” e noi i “pellerossa” nativi degli Stati
Uniti?
Pensate davvero che questa serie di
azioni unilaterali vi daranno una vita più semplice e
tranquilla? Credete davvero che il furto della nostra acqua, la
confisca delle nostre terre e le proibizioni sulla libertà di
movimento fra città e villaggi della nostra terra ci
condurranno a innalzare bandiera bianca?
Come potete pensare che l’edificazione
del muro di segregazione razziale, costruito sulle rovine dei nostri
ulivi, ci farà urlare alla sconfitta prima di urlare contro le
vostre ingiustizie e tirannie?
Cari giovani israeliani. Sapete
qualcosa di noi che non sia quello che dicono i media israeliani?
Avete idea dei giovani palestinesi che si mobilitano contro
l’occupazione durante il vostro servizio militare? Sapete che i
vostri vicini, dietro al muro, hanno un cuore, odiano, amano e
provano compassione? Sapete che gli altri uomini costretti ad
aspettare ore sotto il sole cocente e sotto la pioggia ai vostri
check-point sono i vostri partner umanitari e i vostri vicini di un
pezzo di terra piccolissimo? Sapete che le vostre azioni quotidiane
contro di noi non fanno altro che aumentare il senso di ingiustizia
nei nostri giovani che provocano una naturale reazione, che viene
frettolosamente descritta dal mondo intero come “terrorismo”?
Potete immaginare cosa significa per
noi vedere ogni giorno i nostri genitori bloccati per ore ai
check-point?
Sapete cosa significa perdere i nostri
bambini nel sonno, mentre voi attaccate le nostre case causandoci
paure e problemi mentali?
Sapete cosa significa vedere le nostre
madri piangere ogni giorno, perché le vostre azioni contro di
noi sono quotidiane? Sapete che i giovani palestinesi non possono
recarsi all’università a causa dei vostri check-point?
Dovete sapere che le vostre azioni quotidiane non fanno altro che
incrementare la nostra resistenza, la nostra costanza e la nostra
sfida. Sapete che il vostro comportamento contro la nostra gente ci
induce a credere che l’opportunità della pace sia più
distante e il dialogo ancora assente a causa delle nubi
dell’occupazione, della violenza, dell’ingiustizia,
dell’oppressione e della tirannia?
Cari israeliani. Perché
non ci guardiamo intorno, nel mondo, e impariamo? Se guardiamo alla
realtà dell’occupazione in tutto il mondo troviamo che ha
portato solo sangue e odio. Perché non costruiamo una speranza
per un futuro di stabilità e rispetto dei diritti umani,
invece di costruire un muro di odio, ostilità e guerra?
Per tutto questo credo che questo
sanguinoso conflitto sulla nostra terra, che ha buttato la mia gente
in grandi prigioni, non rende molto diversa la vostra situazione. La
vostra vittoria non può essere la nostra sconfitta, perché
crediamo al nostro diritto di vivere su questa terra, e questo non
cambierà mai. Per questo credo che la pioggia di sangue non si
fermerà senza una decisione basata sulla risoluzione 242 e
sulla 338, che risolva anche il problema dei profughi in accordo con
la risoluzione 194 o entrambe le parti saranno coinvolte in azioni e
reazioni tipiche di un conflitto, morte e assassinii. E in questa
guerra non ci saranno né vincitori né vinti, perché
noi non siamo gli indiani d’America e rimarremo nella terra dei
nostri padri e dei nostri nonni.