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Acqua, sale e zucchero hanno salvato nel corso degli anni oltre 40
milioni di vite umane in tutto il mondo e il Bangladesh ha fatto da
apripista. Non è uno scherzo, bensì una stima del successo raggiunto
con l’utilizzo, nei casi di diarrea, di una semplice bevanda con sale e
zucchero invece della terapia endovenosa.
Questi numeri sono un esempio chiaro di cosa è possibile ottenere con
una ricerca fatta sul posto, ovvero calata nella realtà locale e che si
confronta con le possibilità pratiche e le poche risorse disponibili,
arrivando ugualmente a risultati notevoli.
Il preparato idratante dato per bocca permette di reintegrare i liquidi
persi a causa di malattie con diarrea, condizione facilmente curata e
in genere poco pericolosa nei Paesi industrializzati, ma fra le
principali cause di morte in quelli più poveri. Infatti, sono ben
10mila ogni anno i bambini che non raggiungono il quinto compleanno,
perché se sopravvivono al periodo neonatale (ed è già un successo)
vengono uccisi principalmente da diarrea, malaria e polmoniti, ma anche
da AIDS, morbillo e malnutrizione.
E’ in questo quadro di povertà e miseria, che rende
pericolose malattie altrove banali, che si inserisce l’idea di
«scienza umanitaria», con esempi come la bevanda reidratante e con
lo scopo di trovare soluzioni efficaci e al tempo stesso realizzabili.
In Bangladesh sono ormai più di quarant’anni che la ricerca scientifica
si muove in questa direzione, con il Colera Research Laboratory , nato
nel 1960 e 25 anni fa ribattezzato con il nome di Centre for Diarroeal
Disease Research , a indicare l’allargamento di interessi e di
indirizzo.
La promozione della «scienza umanitaria» è uno degli obiettivi
fondamentali del Centro. Ma non per questo vengono trascurate ricerche
considerate, con gli occhi del mondo occidentale, di alto livello,
quali il sequenziamento del DNA. Il ricercatore in ogni Paese deve
infatti tenere aperti entrambi i canali: quello della ricerca avanzata,
perché sia data a tutti i Paesi la possibilità di accedere alle ultime
scoperte, ma anche quello dello studio di soluzioni concrete e
facilmente applicabili in tutte le realtà sociali, come è stato per la
soluzione reidratante da prendere per bocca, di più facile utilizzo di
una efficace, ma più complicata, terapia per via venosa.
"E’ fondamentale quindi tenere gli occhi ben fissi sul bersaglio e su
ciò che è davvero importante per le zone in cui si lavora", spiega
con estrema chiarezza David Sack, direttore del Centro dal 1999, in un
articolo riportato dalla rivista medica British Medical Journal :
"Negli sforzi della nostra ricerca cerchiamo di dare la priorità a
quanto vediamo nel Paese. Possiamo fare un buon lavoro prendendoci cura
dei bambini, per esempio identificando nuovi vaccini e così via. Ma a
quel punto ci rendiamo conto che il 70 per cento delle morti infantili
si verifica durante i primi 28 giorni di vita, e la maggior parte nei
primi tre. Tutti i vaccini del mondo non potrebbero aiutare questi
bimbi che muoiono".
A che cosa serve, dunque, avere l’ultimo preparato della scienza e
della tecnica se non si arriva nemmeno all’età giusta per usufruirne? A
che cosa serve avere tutte le tecnologie possibili quando manca
l’acqua, il cibo o semplicemente le condizioni igieniche e di vita
necessarie a impedire l’insorgenza o limitare la diffusione delle
infezioni più semplici, in altre zone del mondo non mortali?
L’importanza di costruire su misura per i diversi Paesi un intervento
sanitario che sia efficace e alla portata di tutti è emersa
dall’incontro che si è svolto a Bellagio nel febbraio del 2003 (
vedi la rivista www.thelancet.com ). Qui una serie di
esperti internazionali ha richiamato l’attenzione di governanti,
politici, associazioni, operatori sanitari e ricercatori perché si
uniscano nello sforzo di ridurre di due terzi il numero di morti fra i
piccoli sotto i cinque anni entro il 2015.
Come si diceva, al momento si contano circa 10mila bambini
morti ogni anno prima del quinto anno di età, di cui la metà
divisi fra India, Nigeria, Cina, Pakistan, Repubblica Democratica del
Congo ed Etiopia.
Secondo quanto emerso nell'incontro di Bellagio, tale
risultato sarebbe possibile già con piccoli e poco costosi interventi,
come la promozione dell’allattamento al seno, l’uso di zanzariere
trattate con insetticidi, vaccinazioni contro il morbillo o terapie
reidratanti per la diarrea. Tutte cose che rientrano nell’impostazione
della scienza medica riportata da David Sack e dal Centro che dirige in
Bangladesh.
David Sack proviene dalla Johns Hopkins University Medical School ed ha
alle spalle un’esperienza nel Montana, dove si occupava della salute di
3mila persone di una riserva indiana, e in Zaire. Anche a lui è caro il
tema delle morti premature fra i più piccoli, in gran parte evitabili.
I numeri che riporta sono fonte di orgoglio: dal 1977 a oggi la
mortalità infantile in Bangladesh è pressoché dimezzata e in alcune
aree ridotta a un terzo. Ed è su questo risultato possibile che Sack
punta l’indice: "Bisognerebbe far passare una risoluzione delle Nazioni
Unite affinché a nessun Paese venga permesso di avere armi
nucleari fino a quando non abbassa la sua mortalità infantile
al di sotto del 30 per cento". E, come riportato sul British Medical
Journal , in questo ambito Pakistan e Bangladesh hanno priorità
diverse, visto che il primo possiede la bomba mentre il secondo,
considerato più povero e privo di armi nucleari, conta meno morti fra i
bambini.
Anche il Pakistan tuttavia sta muovendo passi verso la cooperazione
nella ricerca scientifica e medica. E’ di questi giorni il suo impegno
di collaborazione in questo campo con l’India, con cui i rapporti sono
delicati a causa della disputa sulla regione del Kashmir: per esempio,
dovrebbe diventare più facile per gli scienziati il passaggio dal
territorio indiano a quello pakistano e viceversa, e la partecipazione
a lavori e incontri internazionali, prima ostacolata dalla difficoltà
ad avere il permesso di espatrio e dalla cancellazione di voli fra i
due Paesi.