04/01/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



La favorita Clinton sconfitta nelle primarie che danno il via alla corsa verso le elezioni di novembre negli Usa
Tra i democratici ha trionfato Barack Obama con un distacco inatteso, portando un messaggio di speranza e di cambiamento, ma soprattutto ha perso una Hillary Clinton che ha visto svanire al primo vero esame la sua aura di “candidata inevitabile”. In campo repubblicano Mike Huckabee ha confermato l’exploit che ci si attendeva da un candidato fino a due mesi fa neanche considerato, Mitt Romney incassa la sconfitta ma conta di rifarsi tra cinque giorni nel New Hampshire, John McCain limita i danni e può ancora sperare. I caucus (assemblee) dell’Iowa, primo stato Usa a votare per i candidati da schierare nelle prossime presidenziali, hanno emesso i primi verdetti elettorali dell’ultimo anno di presidenza Bush.
 
Barack ObamaI democratici. Obama è stato votato dal 37,5 percento degli elettori democratici, contro il 29,7 percento di John Edwards e il 29,4 percento dell’ex first lady. I sondaggi prevedevano un testa a testa serrato tra i tre principali candidati democratici, ma il risultato finale potrebbe avere un significato politico più profondo ed effetti più duraturi di un semplice primo round. Edwards era tradizionalmente considerato il terzo incomodo, ma aveva fatto una campagna elettorale intensa nell’Iowa puntando molte delle sue carte sullo stato soprannominato “il granaio d’America”: in pratica, rischia di essere già fuori dalla corsa verso la nomination. La Clinton sapeva che il suo vantaggio nei sondaggi a livello nazionale non valeva nell’Iowa, e ha sempre ritenuto Obama il suo vero rivale – il più carismatico, nonché l’unico capace di tenerle testa nella raccolta fondi per la campagna elettorale. “Votatemi perché sono la più esperta e la più indicata per far cambiare rotta agli Usa”, era in sostanza il messaggio di Hillary. Ma con otto punti percentuali di distacco dal vero rivale, per lei l’Iowa è stato un fiasco e ora non può permettersi di perdere nel New Hampshire, dove i sondaggi prevedono (meglio: prevedevano, in attesa dell’effetto Iowa) un fotofinish con Obama. La faccia funerea dell’ex presidente Bill durante il discorso con cui Hillary ha ammesso la sconfitta diceva tutto sull’umore del clan Clinton.
 
Hillary ClintonTrionfo inatteso nelle proporzioni. Barack Obama, invece, non poteva cominciare meglio e ha festeggiato con un comizio di ringraziamento in cui ha dimostrato per l’ennesima volta di essere il candidato più convincente quando parla in pubblico. “Dicevano che questo paese era troppo diviso e insoddisfatto per tornare unito. Voi avete fatto quel che l'America potrà fare nel 2008: proclamare che siamo un'unica nazione, un unico popolo e che è arrivato il momento di cambiare”, ha detto Obama – quasi senza sorridere e con deciso piglio presidenziale, come a dire: non vogliamo fermarci qui – scatenando l’entusiasmo dei suoi fan. Tra di essi moltissimi giovani, a indicare una spaccatura generazionale: il senatore dell’Illinois è stato votato dal 60 percento dei minori di 25 anni, mentre la Clinton ha ottenuto la preferenza del 45 percento dei votanti con più di 65 anni. Il successo di Obama è dovuto anche alla sua capacità di allargare la base degli elettori alle urne, specialmente tra i giovani: si calcola che quest’anno siano circa 220mila i democratici dell’Iowa che hanno partecipato ai caucus, contro i 124mila di quattro anni fa. Trionfando nell’Iowa, stato dove solo due abitanti su cento sono afro-americani, Obama ha anche cancellato i dubbi sulla sua capacità di ottenere un consenso trasversale, per il timore che lui – figlio di padre kenyano e madre bianca del Kansas – potesse essere considerato “troppo nero per i bianchi e troppo bianco per i neri”.
 
Mike HuckabeeI repubblicani. La sfida Clinton-Obama ha monopolizzato l’attenzione dei media: il loro duello è più affascinante, e la società statunitense si aspetta che a novembre vinca il candidato democratico. Ma ci sono anche i repubblicani. E tra loro ha vinto facilmente (34 percento) l’ex governatore dell’Arkansas Mike Huckabee, un ex pastore battista fino a novembre praticamente sconosciuto nel resto degli Usa. Huckabee aveva puntato forte sull’Iowa, e già a dicembre i sondaggi avevano evidenziato il suo sorpasso ai danni di Mitt Romney, il mormone ex governatore del Massachusetts che fino ad allora era il favorito indiscusso nel primo Stato ad andare al voto. I forti valori cristiani impersonati da Huckabee sono stati decisivi nella sua vittoria, dato che il 60 percento degli elettori nei caucus repubblicani dell’Iowa si dichiara cristiano evangelico. Non potendo escludere un effetto-valanga in suo favore dopo questo primo round vinto, Huckabee – nonostante la sua simpatia e il suo messaggio populista – rimane però sfavorito nel resto d’America. Dispone di meno soldi (in Iowa ha speso quattro volte meno di Romney) e ha idee economiche e di politica estera vaghe, che lasciano perplessi i conservatori meno religiosi. Sembra, in sostanza, un peso piuma rispetto a Obama (che non ha esperienza di statista ma coniuga voglia di cambiamento e visione di un’America diversa) e alla Clinton (che punta sulla sua esperienza “acquisita” da first lady e si è costruita una solida reputazione da senatrice di New York).
 
Mitt RomneyLe speranze degli altri repubblicani. Così, i repubblicani sconfitti guardano già alla rivincita nel New Hampshire. Romney, che in Iowa ha ottenuto il 25 percento dei voti, prevale nei sondaggi per le primarie di martedì ma il vantaggio su John McCain – terzo con il 13 percento nei caucus – è minimo. L’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, che ha completamente tralasciato l’Iowa ritenendo che le sue vedute relativamente progressiste su temi come aborto e omosessualità non gli concedessero speranze in uno Stato così religioso, tifa per vittorie alternate nelle primarie iniziali: così, contando di conquistare la maggior parte degli oltre venti Stati che andranno al voto tra fine gennaio e inizio febbraio, potrebbe far valere il suo vantaggio nei sondaggi a livello nazionale.
 
Mese decisivo. La stagione delle primarie, a guardare il calendario, è infatti ancora lunga. Le ultime – in Montana, New Mexico e South Dakota – si terranno il 3 giugno. Tra fine agosto e inizio settembre, alle convention dei due partiti, le migliaia di delegati eletti nei cinquanta Stati assegneranno la nomination, portando in dote il loro voto al candidato a cui sono legati. Ma per come sono organizzate quest’anno le primarie, in sostanza una indicazione chiara sulle due nomination si dovrebbe avere già dopo il 5 febbraio, giorno in cui votano 22 Stati tra cui California, New York e Illinois, con il loro carico enorme di delegati. E mentre tutti guardano al New Hampshire, ci si dimentica che domani, sabato 5 gennaio, ci sono le primarie dei repubblicani nello Wyoming. Che però ha un numero di delegati insignificante, per di più dimezzato rispetto al solito dal partito repubblicano come punizione per aver anticipato la data delle primarie, nel tentativo (comune a molti Stati) di essere i primi a tenerle. La stessa cosa hanno fatto i democratici con la Florida e le sue primarie del 29 gennaio. Uno stato di 3 milioni di persone (l’Iowa) dove si scannano i vari contendenti, uno di 18 milioni (la Florida) che per la scelta del candidato democratico quest’anno praticamente non conta: paradossi del sistema elettorale statunitense. Ma la corsa intanto è partita, altro non conta. E Obama prova già la fuga. 

Alessandro Ursic

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