07/01/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Dai pozzi alle quotazioni di mercato, il barile di greggio moltiplica il valore per sei, sette volte. Chi ci guadagna.
L'estrazione di un barile di greggio, alla bocca del pozzo, costa fra uno e due dollari. La raffinazione dieci, o poco più. Se i due dati sono veritieri, e lo sono perché risultato di numerose inchieste, c'è un evidente e stupefacente distanza fra il valore industriale dell'estrazione e raffinazione e il valore finanziario del barile, che ha toccato, sul mercato americano, quota cento dollari per poi perdere qualche punto. Le profezie peggiori, quelle che indicavano negli anni passati la salita del prezzo del greggio non si sono solo avverate, sono state addirittura sorpassate dalla realtà. E fra le cause dell'andamento del prezzo del petrolio ce ne è una che sta prendendo il sopravvento: la finanziarizzazione delle materie prime e l'effetto speculativo che si gioca sui mercati di fondi e titoli.

 
Andrea Di Stefano è giornalista economico e direttore del mensile Valori, legato a Banca Etica. A PeaceReporter ricostruisce gli anelli della catena che sta causando l'aumento sproporzionato dei prezzi, che si ripercuotono sulle economie nazionali, quindi sui singoli cittadini-consumatori. La chiave sta nei contratti futures, contratti a termine con il quale una controparte si impegna ad acquistare o vendere merci, titoli o valuta a una certa scadenza e a un determinato prezzo. In un mercato che ha creato originariamente i contratti futures anche per proteggersi dalla variazione de prezzi del petrolio e delle monete si è verificata una trasformazione che ha dato spazio a strumenti per compiere forti speculazioni

“Oggi sia all'indice Nimex di new York, come all'Ipex di Londra sono operativi tanti soggetti che comprano e vendono futures sul petrolio, ma che in realtà non sono interessati all'acquisto della materia prima, quanto al guadagno reso possibile da una dinamica speculativa”.

Un esempio?
“Il più clamoroso è quello di un hedge fund ( fondi ad alto rischio) americano fallito per una sbagliata speculazione sul prezzo del gas. Il Senato degli Stati Uniti fece un'inchiesta e scoprì che questo fondo aveva costituito e operato con posizioni che erano pari a un quarto dell'intero consumo annuale di gas delle famiglie americane. Evidentemente questa posizione speculativa permetteva guadagni enormi, stimati in 10 milioni di dollari al mese. Ma il fondo fallì. Questi mercati non sono regolamentati e non è da oggi che il ministro tedesco delle finanze propone di mettere una tassa contro la speculazione dei contratti futures, una sorta di Tobin tax. Non ci sono dati precisi, perchè il Nimex non li rende pubblici, ma secondo stime attendibili meno del 10 percento del volume dei contratti futures, che si stipulano ogni giorno, prevede la consegna reale del petrolio. Questo provoca una dinamica di ripercussione gigantesca sui prezzi del mercato tradizionale”.

Chi c'è dietro a questi fondi?
“Prevalentemente operatori del settore privato, soprattutto hedge funds. Poi diversi fondi di investimento, come quelli costituiti anche da banche famose come l'Abn Amro, che ha creato strumenti finanziari sulle materie prime. E poi le compagnie petrolifere, che non mancano certo di ricavarsi un ruolo da protagonista in questo mercato, in cui hanno solo da guadagnare. Non ci sono notizie su fondi sovrani, pubblici o semi pubblici, anche se non è inverosimile che ve ne siano di area mediorentale, perché quei paesi hanno accumulato negli ultimi anni un'enorme liquidità, grazie a questo tipo di speculazione. Una liquidità che investono in ogni settore”.

Perché non esiste una regolamentazione del mercato finanziario legato alle materie prime?
“Questa è una delle polemiche più forti fra esponenti politici europei e banche centrali. Esistono anche dei mercati senza regolamentazione (OTC Over the counter) in cui è possibile costruire posizioni speculative senza che nessuno ti controlli o ti fermi. È un problema collettivo, internazionale, sul quale le autorità non riescono a intervenire perché nell'ideologia de 'il mercato prima di tutto' si sono sviluppati strumenti finanziari sempre nuovi che non sono regolamentati e controllati. Si inizia ora a discutere di una qualche forma di regolamentazione, ma fino a quando questo tema rimane distante dall'opinione pubblica, c'è interesse a far sì che il mercato si regolamenti da solo. Cosa che, evidentemente, il mercato non è in grado di fare”.


 

Angelo Miotto

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