Intervista a Michele Paolini, giornalista economico e autore del libro 'Breve storia dell'impero del petrolio'
La crisi nigeriana, i porti messicani
chiusi per cattive condizioni ambientali, le crisi politiche
internazionali, ma soprattutto la speculazione finanziaria.
PeaceReporter ha intervistato Michele Paolini, giornalista economico e autore
del
libro 'Breve storia dell'impero del petrolio'
Petrolio a quota 100, impossibile
individuare un'unica causa.
“In gergo si dice che esiste un
combinato disposto di cause che interagiscono. Tra questi fattori c'è
sicuramente la Nigeria e le vicissitudini dei porti messicani, ma le
variabili più importanti richiedono una visione di tipo
storico. Bisogna ricordare che l'ingresso degli Stati Uniti in Iraq
era legato ad aspettative che avevano a che fare con l'apertura di
quel mercato e bisogna considerare che la tendenza alla
finanziarizzazione del mercato è stata molto spinta e che c'è
un fenomeno speculativo che sembra uscito di controllo. Inoltre, c'è
da ricordare l'importanza, in passato, del ruolo dell'Opec, negli
anni in cui i paesi produttori consorziati tenevano la forchetta fra
i 22 e i 28 dollari al barile, con un meccanismo di contingentamento
della produzione che funzionava.
E' su questo panorama che si sono
incastrati gli elementi contingenti, come la crisi in Nigeria. Il
risultato è quello di fiammate verso l'alto che evidentemente
spostano l'equilibrio del sistema su livelli sempre pià
elevati su cui gli attori in gioco cercano di trovare compatibilità
e mediazioni”.
Chi muove queste leve, a chi giova
questa fiammata del greggio?
“Naturalmente è una delle
questioni su cui lavorare in futuro. Gli attori della speculazione
sono vari e collocati nei luoghi più impensati del mercato.
Sicuramente giocano un ruolo fondamentale gli operatori delle grandi
piazze finanziarie e dei grandi fondi di investimento. A chi si
collegano? Ad attori riconoscibili, che sono i portatori di interessi
economici e finanziari negli stessi Paesi arabi. La stessa finanza
araba ha avuto un'espansione gigantesca, trainata dalle plusvalenze
sul petrolio. E poi le compagnie petrolifere più grandi hanno
un ritorno economico nella spirale della speculazione”.
Torniamo sulle aspettative Usa e la
guerra in Iraq.
“Al momento quelle aspettative,
sbandierate in modo a volte scomposto, sono state completamente
disattese. Si disse e si cercò di far credere a chi operava
sul mercato che in un anno di tempo in Iraq si sarebbe tornati alla
normalità, spingendo la produzione al triplo di quello che era
ai tempi di Saddam Hussein. Ovviamente queste aspettative si sono
rivelate illusorie e attualmente tutta la situazione del comparto
petrolifero iracheno è in attesa di una sistemazione. Anzi. Le
capacità produttive sono, nella migliore delle ipotesi, agli
stessi livelli della produzione ai tempi di Saddam quando era sotto
embargo. Se una scommessa c'è stata, è stata
completamente persa da chi alimentava queste aspettative”.