05/01/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Michele Paolini, giornalista economico e autore del libro 'Breve storia dell'impero del petrolio'
La crisi nigeriana, i porti messicani chiusi per cattive condizioni ambientali, le crisi politiche internazionali, ma soprattutto la speculazione finanziaria. PeaceReporter ha intervistato Michele Paolini, giornalista economico e autore del libro 'Breve storia dell'impero del petrolio'

Petrolio a quota 100, impossibile individuare un'unica causa.
“In gergo si dice che esiste un combinato disposto di cause che interagiscono. Tra questi fattori c'è sicuramente la Nigeria e le vicissitudini dei porti messicani, ma le variabili più importanti richiedono una visione di tipo storico. Bisogna ricordare che l'ingresso degli Stati Uniti in Iraq era legato ad aspettative che avevano a che fare con l'apertura di quel mercato e bisogna considerare che la tendenza alla finanziarizzazione del mercato è stata molto spinta e che c'è un fenomeno speculativo che sembra uscito di controllo. Inoltre, c'è da ricordare l'importanza, in passato, del ruolo dell'Opec, negli anni in cui i paesi produttori consorziati tenevano la forchetta fra i 22 e i 28 dollari al barile, con un meccanismo di contingentamento della produzione che funzionava.
E' su questo panorama che si sono incastrati gli elementi contingenti, come la crisi in Nigeria. Il risultato è quello di fiammate verso l'alto che evidentemente spostano l'equilibrio del sistema su livelli sempre pià elevati su cui gli attori in gioco cercano di trovare compatibilità e mediazioni”.

Chi muove queste leve, a chi giova questa fiammata del greggio?
“Naturalmente è una delle questioni su cui lavorare in futuro. Gli attori della speculazione sono vari e collocati nei luoghi più impensati del mercato. Sicuramente giocano un ruolo fondamentale gli operatori delle grandi piazze finanziarie e dei grandi fondi di investimento. A chi si collegano? Ad attori riconoscibili, che sono i portatori di interessi economici e finanziari negli stessi Paesi arabi. La stessa finanza araba ha avuto un'espansione gigantesca, trainata dalle plusvalenze sul petrolio. E poi le compagnie petrolifere più grandi hanno un ritorno economico nella spirale della speculazione”.

Torniamo sulle aspettative Usa e la guerra in Iraq.
“Al momento quelle aspettative, sbandierate in modo a volte scomposto, sono state completamente disattese. Si disse e si cercò di far credere a chi operava sul mercato che in un anno di tempo in Iraq si sarebbe tornati alla normalità, spingendo la produzione al triplo di quello che era ai tempi di Saddam Hussein. Ovviamente queste aspettative si sono rivelate illusorie e attualmente tutta la situazione del comparto petrolifero iracheno è in attesa di una sistemazione. Anzi. Le capacità produttive sono, nella migliore delle ipotesi, agli stessi livelli della produzione ai tempi di Saddam quando era sotto embargo. Se una scommessa c'è stata, è stata completamente persa da chi alimentava queste aspettative”.


 

Angelo Miotto

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