Le accuse di Sarkozy alla Siria portano alla rottura diplomatica. Sulla pelle del Libano
“La Siria ha deciso di porre fine
alla cooperazione con la Francia per la soluzione della crisi
libanese”. Walid al-Moallem, ministro degli Esteri siriano, si è
fatto ieri portavoce del risentimento di Damasco verso il presidente
francese Nicholas Sarkozy, incontrando il presidente Mubarak in
Egitto, ha attaccato tre giorni fa il governo della Siria.
Rottura diplomatica. “La
Francia non avrà più contatti con la Siria fin quando
Damasco non avrà dato prova della sua volontà di
lasciare che il Libano elegga in modo concordato un nuovo
presidente”, ha dichiarato Sarkò, che da subito ha basato il
suo appeal politico sulla fermezza e sull'allergia alle mezze misure.
Crisi diplomatica in atto, dunque,
sull'asse Damasco – Parigi, anche se il tavolo della partita è
il Libano, sempre più paralizzato dall'incapacità di
eleggere un presidente della Repubblica.Il prossimo tentativo
per trovare un accordo, che ormai in linea di massima pare raggiunto
attorno alla figura del capo delle forze armate Michael Suleiman,
andrà in scena al parlamento di Beirut l'11 gennaio prossimo,
dopo 11 tentativi andati a vuoto e dopo che a fine novembre è
scaduto il mandato di Emile Lahoud.
L'exploit di Sarkozy denota che la
Francia ha perso la pazienza e che ritiene responsabile del blocco il
fronte filo-siriano, vicino a Damasco come e quanto lo era prima che
le truppe della Siria lasciassero il Libano nel 2005.
Promesse e interessi. Non a
caso, all'inizio di dicembre, Sarkozy aveva telefonato al presidente
siriano Assad, chiedendo con chiarezza che Damasco la smettesse di
interferire con la politica interna libanese. Il colloquio,
considerate le dichiarazioni del primo cittadino di Francia, non deve
essere andato per il meglio, anche se Moallem ha specificato ieri che
era stato raggiunto un accordo tra i due presidenti.
Il nuovo presidente libanese sarebbe
stato scelto con il consenso delle parti, dopo la formazione di un
governo di unità nazionale, che avrebbe provveduto a una nuova
legge elettorale. Per la Siria però, secondo quanto dichiarato
ieri dal suo ministro degli Esteri, gli Stati Uniti remano contro,
perché un accordo di questo genere non può prescindere
dal consenso di Hezbollah. Gli Usa non vedono di buon occhio un
coinvolgimento della milizia sciita filo-iraniana nei giochi di
potere sul futuro del Libano, ma Hezbollah è una realtà
della quale non è possibile non tener conto.
Neo colonialismo. Lo screzio
diplomatico, ancora una volta, ha sottolineato come esista ancora una
forma invasiva da parte della grandi potenze d'intendere gli affari
interni dei paesi ritenuti strategici. E il Libano non fa eccezione.
Se infatti Sarkozy accusa la Siria di interferire nella vita
libanese, tradisce allo stesso tempo l'assoluto coinvolgimento di
Parigi nel destino di Beirut. La Francia, dopo la Prima Guerra
mondiale e il dissolvimento dell'Impero Ottomano, governò il
Libano fino al 1943, quando il 'paese dei cedri' ottenne
l'indipendenza, anche se le truppe francesi abbandonarono il paese
solo tre anni più tardi. Ma Beirut, non a caso chiamata la
'Parigi del Medio Oriente', restò il punto di riferimento
della politica estera francese nel quadrante.
La Francia non è mai rimasta
estranea alla politica interna libanese, anche durante gli anni della
guerra civile (1975 – 1990), facendo spesso leva sui cristiani
libanesi come elemento di garanzia dei propri interessi nel paese.
Adesso Parigi ha anche rilevato il comando della missione Unifil, il
contingente Onu inviato in Libano dopo la guerra tra Hezbollah e
Israele del 2006.
L'atteggiamento neo gollista di Sarkozy
lascia intravedere una Francia sempre più protagonista in
politica estera, a cominciare dal Libano.