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Violenze. A meno di una settimana dalle elezioni presidenziali che hanno scatenato il caos,
il Kenya è un campo di battaglia: le vittime delle violenze sono più di 300, centinaia
i feriti che hanno ridotto al collasso gli ospedali. Negli slum la situazione
è migliorata anche se, come riferisce S. K., “a Mathare ci son stati almeno sei
morti, a Korogocho 32 e a Kibera dieci, ma il numero potrebbe crescere. A Mathare
le gang dei Luo e dei Kikuyu si stanno organizzando per la guerra, ieri si sono
già scontrati ma fortunatamente la polizia è riuscita a evitare guai seri. Stanno
organizzando check-point, chiedendo alla gente da quale tribù proviene”. Uno scenario che ha molte analogie
con il genocidio in Ruanda del 1994. Una tra queste è la difficoltà del governo
a controllare il territorio, specie in provincia. “Esercito e polizia controllano
le città principali, ma non hanno i mezzi per assicurare la sicurezza nelle zone
rurali – riferisce a PeaceReporter Dennis Onyango, uno dei maggiori analisti politici del Paese – tanto che in
provincia la gente sta cercando punti di riferimento nei capi-villaggio o nei
leader tribali. E' il peggior momento nella storia della nostra democrazia”.
Nairobi. “Oggi a Nairobi c'è una calma relativa – conclude Onyango – ma domani la violenza
potrebbe riesplodere”. Odinga ha organizzato per giovedì una marcia di protesta
contro Kibaki, accusato di aver manipolato le elezioni e falsificato i risultati.
Il governo ha proibito la marcia, che però il leader dell'opposizione intende
tenere comunque. Nonostante gli sforzi della comunità internazionale (oggi è atteso
nella capitale John Kufuor, leader dell'Unione Africana) le due parti non sembrano
pronte al dialogo: confortato dalle dichiarazioni del presidente della Commissione
elettorale, il quale ha riferito di aver ricevuto pressioni dall'entourage di
Kibaki per proclamare il prima possibile i risultati (senza presumibilmente verificarli
in modo accurato), Odinga chiede al presidente di ammettere i brogli e fare un
passo indietro. Ma Kibaki, che ha giurato per il secondo mandato in fretta e furia
un'ora dopo la proclamazione dei risultati, non è dello stesso avviso. Per il
momento la città attende. Minacciosa e in silenzio.Matteo Fagotto