02/01/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Il Kenya è nel caos, si teme un genocidio stile Ruanda
“Sono cinque giorni che sono quasi barricato in casa. Hanno minacciato di morte me e la mia famiglia perché sono un Luo che abita in mezzo ai Kikuyu. Due giorni fa sono andato in un negozio, e il proprietario mi ha additato e ha sparso la voce che vivo qui. Ora le gang di Kikuyu mi stanno dando la caccia”. E' la testimonianza resa a PeaceReporter da S.K., abitante dello slum di Mathare, una delle baraccopoli più grandi e pericolose di Nairobi. Tra cacce all'uomo, scontri etnici e accuse al vetriolo tra i politici, la democrazia keniana è sull'orlo del collasso.

L'esercito pattuglia le strade di MathareViolenze. A meno di una settimana dalle elezioni presidenziali che hanno scatenato il caos, il Kenya è un campo di battaglia: le vittime delle violenze sono più di 300, centinaia i feriti che hanno ridotto al collasso gli ospedali. Negli slum la situazione è migliorata anche se, come riferisce S. K., “a Mathare ci son stati almeno sei morti, a Korogocho 32 e a Kibera dieci, ma il numero potrebbe crescere. A Mathare le gang dei Luo e dei Kikuyu si stanno organizzando per la guerra, ieri si sono già scontrati ma fortunatamente la polizia è riuscita a evitare guai seri. Stanno organizzando check-point, chiedendo alla gente da quale tribù proviene”. Uno scenario che ha molte analogie con il genocidio in Ruanda del 1994. Una tra queste è la difficoltà del governo a controllare il territorio, specie in provincia. “Esercito e polizia controllano le città principali, ma non hanno i mezzi per assicurare la sicurezza nelle zone rurali – riferisce a PeaceReporter Dennis Onyango, uno dei maggiori analisti politici del Paese – tanto che in provincia la gente sta cercando punti di riferimento nei capi-villaggio o nei leader tribali. E' il peggior momento nella storia della nostra democrazia”.

Elezioni. Dopo gli scontri di fine anno a Kisumu, al confine con l'Uganda, ieri la violenza è esplosa nella Rift Valley, dove almeno trenta persone sono morte, arse vive da una folla inferocita che ha dato fuoco alla chiesa dove si erano rifugiate, nei pressi della città di Eldoret. “E' la situazione peggiore che il Kenya si sia mai trovato ad affrontare – continua Onyango, – perché se negli anni passati le violenze avvenivano durante la campagna elettorale e cessavano con la proclamazione dei risultati, ora stiamo vivendo lo scenario opposto”.
La relativa calma che aveva caratterizzato la campagna elettorale più incerta della storia del Kenya aveva fatto ben sperare, confermando la salute di una delle democrazie più forti e stabili del continente. Ma il “colpo di coda” del presidente uscente Mwai Kibaki, proclamato vincitore per la miseria di 200.000 mila voti (su 36 milioni di abitanti) dopo essere stato dato per perdente sia dagli exit-poll che dai risultati provvisori, ha scatenato la rabbia della gente. Una rabbia che da semplici scontri tra manifestanti e polizia negli slum si è trasformata in violenza etnica, che vede i Kikuyu di Kibaki opposti ai Luo, sostenitori del leader dell'opposizione Raila Odinga.

Un sostenitore di Raila Odinga durante gli scontriNairobi. “Oggi a Nairobi c'è una calma relativa – conclude Onyango – ma domani la violenza potrebbe riesplodere”. Odinga ha organizzato per giovedì una marcia di protesta contro Kibaki, accusato di aver manipolato le elezioni e falsificato i risultati. Il governo ha proibito la marcia, che però il leader dell'opposizione intende tenere comunque. Nonostante gli sforzi della comunità internazionale (oggi è atteso nella capitale John Kufuor, leader dell'Unione Africana) le due parti non sembrano pronte al dialogo: confortato dalle dichiarazioni del presidente della Commissione elettorale, il quale ha riferito di aver ricevuto pressioni dall'entourage di Kibaki per proclamare il prima possibile i risultati (senza presumibilmente verificarli in modo accurato), Odinga chiede al presidente di ammettere i brogli e fare un passo indietro. Ma Kibaki, che ha giurato per il secondo mandato in fretta e furia un'ora dopo la proclamazione dei risultati, non è dello stesso avviso. Per il momento la città attende. Minacciosa e in silenzio.

Matteo Fagotto

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