Oggi il centro del Pakistan è Garhi Khuda Baksh, un villaggio
nel distretto di Lariana, provincia meridionale del Sindh. Qui, nel grande mausoleo
di famiglia dei Bhutto – un’imponente costruzione bianca che ricorda il Taj
Mahal – si stanno svolgendo i blindatissimi e affollatissimi funerali di
Benazir, arrivata chiusa in una semplice bara di legno chiaro.
Nel Paese la tensione è
altissima. Da ieri sera i sostenitori del Partito del popolo pachistano (Ppp),
di cui la Bhutto era a capo, stanno mettendo a ferro e fuoco tutto il Sindh, da
Karachi a Hyderabad: auto bruciate, uffici pubblici dati alle fiamme, treni
assaltati e incendiati e soprattutto violenti scontri con la polizia, che ha
ricevuto l’ordine di sparare a vista. Il bilancio delle violenze è per ora di
almeno 32 morti.
Chi guiderà
l’opposizione? Il governo provvisorio pachistano, guidato dal primo
ministro Mohammadian Soomro, ha confermato che le elezioni parlamentari
previste per l’8 gennaio si terranno regolarmente, senza rinvii. Un voto sul
quale già c’erano gravi dubbi di regolarità – sono ancora in carcere centinaia
di
oppositori arrestati durante lo stato d’emergenza – ma che ora rischia di
trasformarsi in una farsa.
Dei due partiti d’opposizione, uno, la Lega
Musulmana di Nazaw Sharif, ha confermato oggi che boicotterà le elezioni, e
l’altro, il Ppp della Bhutto, non ha più un leader. Il più probabile successore
alla guida del partito, l’attuale vicesegretario Makhdoom
Amin Fahim, non pare in grado di convogliare tutto il consenso che la ex
premier avrebbe potuto raccogliere. L’unica carta vincente potrebbe essere Aitzaz
Ahsan, esponente del Ppp e leader del forte e
combattivo movimento democratico degli avvocati, oltre che difensore dell’ex presidente
della corte suprema rimosso da Musharraf, il popolarissimo giudice Iftikhar
Muhammad Chaudhry. Ahsan, attualmente in carcere, appare l’unica figura – a
parte lo stesso Chaudhry – capace di intercettare e convogliare nelle urne la
rabbia antigovernativa del popolo pachistano.
E gli Stati Uniti cosa faranno? Sulla scelta del ‘successore’ di Benazir Bhutto peserà
l’ultima parola degli Stati Uniti, che avevano puntato tutto sulla ex premier
come ‘stampella democratica’ di Musharraf e che ora si trovano davanti a una
scelta assai difficile: benedire la mera prosecuzione del regime di Musharraf
–
che però ora ha tutto il Paese contro e quindi potrebbe rivelarsi altamente
instabile – oppure scaricarlo e puntare sul meno compromesso generale Ashfaq
Pervez Kiyani, recentemente nominato capo dell’esercito pachistano su
indicazione del vicesegretario di Stato Usa, John Negroponte. Nelle ultime
settimane, Kiyani ha diligentemente eseguito gli ordini di Washingotn
scatenando una massiccia offensiva militare contro i talebani delle aree
tribali, dimostrando così la propria affidabilità come alleato dell’Occidente.
Ma,
proprio per questo, Kiyani è malvisto dalla potente ala integralista
dell’esercito e dei servizi segreti pachistani, quella legata ad
Al Qeada e
coinvolta
nell’assassinio della Bhutto.
La messa fuori gioco di Musharraf – legato a
questa fazione – provocherebbe una pericolosa spaccatura nell’esercito e un
concreto rischio di guerra civile.
Forse,
per questo, gli Usa preferiranno
rischiare continuando a sostenere Musharraf. A meno che non spunti un
valido successore della Bhutto alla guida dell'opposizione democratica.