28/12/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Chi guiderà l’opposizione? Cosa faranno gli Usa?
Oggi il centro del Pakistan è Garhi Khuda Baksh, un villaggio nel distretto di Lariana, provincia meridionale del Sindh. Qui, nel grande mausoleo di famiglia dei Bhutto – un’imponente costruzione bianca che ricorda il Taj Mahal – si stanno svolgendo i blindatissimi e affollatissimi funerali di Benazir, arrivata chiusa in una semplice bara di legno chiaro.
Nel Paese la tensione è altissima. Da ieri sera i sostenitori del Partito del popolo pachistano (Ppp), di cui la Bhutto era a capo, stanno mettendo a ferro e fuoco tutto il Sindh, da Karachi a Hyderabad: auto bruciate, uffici pubblici dati alle fiamme, treni assaltati e incendiati e soprattutto violenti scontri con la polizia, che ha ricevuto l’ordine di sparare a vista. Il bilancio delle violenze è per ora di almeno 32 morti.
 
Caos in PakistanChi guiderà l’opposizione? Il governo provvisorio pachistano, guidato dal primo ministro Mohammadian Soomro, ha confermato che le elezioni parlamentari previste per l’8 gennaio si terranno regolarmente, senza rinvii. Un voto sul quale già c’erano gravi dubbi di regolarità – sono ancora in carcere centinaia di oppositori arrestati durante lo stato d’emergenza – ma che ora rischia di trasformarsi in una farsa.
Dei due partiti d’opposizione, uno, la Lega Musulmana di Nazaw Sharif, ha confermato oggi che boicotterà le elezioni, e l’altro, il Ppp della Bhutto, non ha più un leader. Il più probabile successore alla guida del partito, l’attuale vicesegretario Makhdoom Amin Fahim, non pare in grado di convogliare tutto il consenso che la ex premier avrebbe potuto raccogliere. L’unica carta vincente potrebbe essere Aitzaz Ahsan, esponente del Ppp e leader del forte e combattivo movimento democratico degli avvocati, oltre che difensore dell’ex presidente della corte suprema rimosso da Musharraf, il popolarissimo giudice Iftikhar Muhammad Chaudhry. Ahsan, attualmente in carcere, appare l’unica figura – a parte lo stesso Chaudhry – capace di intercettare e convogliare nelle urne la rabbia antigovernativa del popolo pachistano.
 
Il generale KiyaniE gli Stati Uniti cosa faranno? Sulla scelta del ‘successore’ di Benazir Bhutto peserà l’ultima parola degli Stati Uniti, che avevano puntato tutto sulla ex premier come ‘stampella democratica’ di Musharraf e che ora si trovano davanti a una scelta assai difficile: benedire la mera prosecuzione del regime di Musharraf – che però ora ha tutto il Paese contro e quindi potrebbe rivelarsi altamente instabile – oppure scaricarlo e puntare sul meno compromesso generale Ashfaq Pervez Kiyani, recentemente nominato capo dell’esercito pachistano su indicazione del vicesegretario di Stato Usa, John Negroponte. Nelle ultime settimane, Kiyani ha diligentemente eseguito gli ordini di Washingotn scatenando una massiccia offensiva militare contro i talebani delle aree tribali, dimostrando così la propria affidabilità come alleato dell’Occidente. Ma, proprio per questo, Kiyani è malvisto dalla potente ala integralista dell’esercito e dei servizi segreti pachistani, quella legata ad Al Qeada e coinvolta nell’assassinio della Bhutto.
La messa fuori gioco di Musharraf – legato a questa fazione – provocherebbe una pericolosa spaccatura nell’esercito e un concreto rischio di guerra civile.
Forse, per questo, gli Usa preferiranno rischiare continuando a sostenere Musharraf. A meno che non spunti un valido successore della Bhutto alla guida dell'opposizione democratica.
 

Enrico Piovesana

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