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Nel caso in cui qualcuno si fosse illuso che le elezioni in Palestina potessero
significare l'inizio di una nuova era per il Medio Oriente, l'uccisione di un
casco blu francese nel Libano meridionale ha ricordato a tutti che tutta l'area
è un ginepraio di conflitti irrisolti. Ieri mattina presto un mezzo blindato è
saltato in aria su una mina degli Hezbollah (il partito armato sciita che combatte nel Libano del sud, ndr). Un militare israeliano è morto. La reazione di Tel Aviv non si è fatta attendere
e nella zona delle contese fattorie di Sheeba al confine tra Israele e Libano, i caccia d'Israele hanno bombardato il Libano
del
sud, colpendo per errore un mezzo dell'Unifil, la missione delle Nazioni Unite nella zona e uccidendo un militare francese.
L'attesa che ha preceduto le operazioni di voto non era animata dall'ansia dei risultati, visto e considerato che la vittoria di Abu Mazen, candidato unico dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), non è mai parsa in dubbio. L'attenzione era tutta concentrata sullo svolgimento delle operazioni che avrebbero portato alle urne un milione e 700 mila palestinesi aventi diritto al voto, con tutte le difficoltà del caso, tra documenti mancanti, detenuti e profughi.
Ogni seggio, tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, esponeva un cartello che invitava gli elettori a non fumare, a non usare telefoni cellulari nei seggi e a non portare armi con sé. L'invito non è stato raccolto dai militanti delle Brigate dei martiri di al-Aqsa, movimento armato vicino ad al-Fatah (il partito di Arafat) e al giovane leader detenuto Marwan Barghuti. Al seggio elettorale del campo profughi di Jenin si è presentato Zacharia Zubeidi, reggente del movimento dopo l'arresto di Barghuti, circondato da uomini armati.
Quello che spaventava la leadership palestinese dell'Olp non era certo Mustafà
Barghuti, ex comunista passato alle ong e fondatore di un movimento alternativo
ai quadri storici dell'Intifada. Barghuti, parente alla lontana del detenuto palestinese
più celebre, gode della stima popolare per il lavoro medico svolto dal Palestinian
Medical Relief, l'organizzazione di cui è fondatore e dirigente, ma troppo lontano
dai giochi politici necessari a imporsi alla guida della Palestina. Il vero pericolo
erano Hamas e Jihad islamica.
Loro hanno il potere militare e politico, grazie all'opera capillare d'intervento sociale nei Territori, per opporsi e sabotare le elezioni. In questo senso, entrambe le organizzazioni armate hanno tenuto un profilo basso. Hanno dato mandato di astenersi ai loro sostenitori, ma ieri hanno pubblicamente dichiarato che appoggeranno chiunque vincerà le elezioni.
“Potevamo contrastare Abu Mazen”, ha dichiarato Mahmoud Zahar, leader di Hamas nella Striscia di Gaza, “nominando nostri candidati, ma non lo abbiamo fatto. Abbiamo incontrato Mazen e siglato con lui degli accordi. Collaboreremo fino alla fine dell'occupazione. Il nostro vero obiettivo sono le amministrative”. Insomma per ora va bene così, ma la resa dei conti sembra solo rimandata.
La sensazione è che Mazen andasse bene a tutti, visto e considerato il prestigio internazionale di cui gode, in un momento di transizione come quello seguito alla morte di Arafat. Hamas sa che la vera battaglia si gioca tra la gente, nel controllo capillare delle famiglie, non con le cariche roboanti ma sostanzialmente prive di significato.
Tutto come previsto quindi, con i primi exit-poll che danno Abu Mazen in vantaggio
con il 65 per cento dei voti, dopo che avevano votato il 50 per cento degli elettori,
mentre Barghuti è fermo al 20 per cento. Gli osservatori internazionali e le migliaia
di giornalisti presenti hanno parlato di operazioni di voto chiare e credibili.
Non sono mancati dei fuori programma indesiderati. All'alba di ieri, a Ramallah
in Cisgiordania, cinque zeloti ebrei ortodossi della setta anti-sionista Neturrey Konta si sono recati in città per esprimere la loro solidarietà al popolo palestinese
che si apprestava a votare. Il gesto della congregazione, guidata dal rabbino
Moshe Hirsh che Arafat nominò ministro per gli Affari Ebraici, non è stato apprezzato e una fitta sassaiola ha ricacciato gli zeloti fuori
città.
Contro un seggio di Ramallah degli sconosciuti hanno esploso colpi di kalashnikov, ma la situazione più complessa si è verificata a Gerusalemme. Gli ebrei considerano tutta la città come un pezzo d'Israele, quindi anche Gerusalemme est, che appartiene per le Nazioni Unite alla Palestina e che Israele occupa militarmente dal 1967. Permettere alle migliaia di palestinesi di votare avrebbe implicato un'ammissione implicita dei loro diritti sulla città. La situazione si presentava complessa, tanto da indurre la commissione elettorale centrale palestinese a rinviare di due ore la chiusura dei seggi. Il capo degli osservatori internazionali, l'ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, ha elaborato uno stratagemma che ha permesso di evitare il caos nella città.
I palestinesi hanno votato negli uffici postali di Gerusalemme est, infilando la scheda però in alcune cassette delle lettere e non in normali urne. Con questo stratagemma si è potuto evitare le proteste degli israeliani e il malcontento dei palestinesi, visto che formalmente hanno votato come dei cittadini residenti all'estero. Anche questo è il Medio Oriente.
Christian Elia