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Zulfiqar Ali Bhutto, capostipite e padre della candidata uccisa oggi a Rawalpindi da un kamikaze
alla fine di un comizio, era l'uomo che aveva definitivamente dato l'attuale forma
al Partito Popolare. Negli anni '70 era stato un premier molto seguito, con riforme
sociali dal sapore laburista, uno dei pochi primi ministri dall'indipendenza del
Pakistan a non vestire la casacca militare. E' stato impiccato nel 1979 dall'allora
dittatore militare, generale Zia Ul Haq. A motivare le pena capitale una pretestuosa
accusa di ''tradimento della patria''.
Benazir nasce nel 1953 nella provincia di Sindh e viene destinata a studi da leader
politica, quando frequenta le facoltà di economia e Scienze politiche ad Harvard
e Oxford. Aveva sempre dichiarato di non volersi occupare di politica, forse intuendo
quale sarebbe stato il suo destino. La sua fedeltà al padre era indiscutibile,
tanto da costarle cinque anni di fila di carcere inflittole dalla dittatura, quando
nel 1977 i militari condannarono Zulfiqar alla pena capitale. Pena poi eseguita
a due anni di distanza. Era stata comunque costretta dalla moria familiare ad
accettare la carica di primo ministro ben due volte, dal 1988 al '90 e dal '93
al '96. Come Indira Gandhi era stata la prima donna premier in assoluto a capo
di una nazione democraticamente eletta, Benazir è stata la prima donna nel pianeta
a cui i cittadini di un paese musulmano hanno affidato la guida di un Governo.
La sua autorità morale alla fine degli anni '80 come donna leader era in costante
ascesa. Aveva fondato il Ppp in esilio a Londra, fino al suo rientro trionfale
nel 1986. L'uccisione del dittatore Zia in un misterioso incidente aereo nel 1988
le spianò la strada verso il premierato. Ma gli anni '90 la attendevano con un
risvolto molto più mondano. E amaro.
Corruzione comprovata. Nel corso dei suoi due premierati sono state queste le accuse con le quali
i militari alla presidenza la rimossero dal suo incarico. Nella sua ombra s'è
sempre mosso, lasciando tracce sospette, il marito Asif Zardari, anch'egli nato
in una dinastia imprenditoriale pachistana di primo piano. Ma da brava moglie
lei lo ha sempre difeso dalle accuse di aver manipolato diversi appalti pubblici
per l'acquisto di armamenti, di jet, come di apparecchi medici. Ma nessuno dei
18 procedimenti per corruzione e lucro sui beni pubblici hanno portato ad una
condanna definitiva in una decade di processi contro la coppia da premierato.
Zafari è stato però trattenuto nel Paese in attesa di giudizio fino al 2004, dopo
otto anni tra prigione e domiciliari.
Esilio a Dubai Intanto Benazir lo aveva preceduto con i tre figli nell'esilio dorato di Dubai,
già fin dal 1999, quando l'atmosfera per lei e il suo nemico-amico Navaz Sharif
(oppositore dei generali all'interno della dominante Lega dei Musulmani) si era fatta troppo pesante sotto il dittatore Musharraf. Anche lei era stata
implicata in cinque dei processi per corruzione in cui il marito era il principale
accusato: il più grave riguardava una fornitura all'aviazione per una quindicina
di F-16. Benazir aveva sempre rimandato al mittente le accuse, e non era mai stata
condannata. Nel corso dell'ultimo procedimento, Benazir era stata condannata per
non essere comparsa in aula. La corte Suprema in grado definitivo cassò il giudizio.
Alcune registrazioni pirata in seguito mostrarono incontri segreti tra i giudici
che la condannarono e gli alleati politici più vicini all'allora presidente Sharif.
Sembra che il leader della Lega dei Musulmani avesse provato a convincere i giudici
a condannarla per eliminare la sua concorrente più amata dal popolo. I suoi guai
giudiziari avevano anche valicato i confini nazionali: nel 2004 aveva fatto ricorso
in appello a Ginevra avverso una sentenza che la condannava per riciclaggio di
denaro nei suoi conti svizzeri.
Un 2007 di svolta. Negli ultimi mesi, mentre le critiche ai sistemi dittatoriali di Musharraf
montavano tra i pachistani, i suoi appelli per un governo democratico acquistavano
sempre più appeal e venivano ripetuti dai media indipendenti. A inizio ottobre arrivò l'amnistia
assoluta per tutte le accuse di corruzione, che completò il tassello per il suo
rientro. Nella settimana precedente era arrivato l'accordo (durato il breve volgere
d'un mese) col dittatore Musharraf, per dividere il potere e liberare il Pakistan
dalla presenza degli estremisti islamici: al dittatore un nuovo mandato presidenziale,
a patto di smettere la divisa, e per Benazir la possibilità di rientrare e concorrere
( e vincere, sicuramente) un terzo mandato da prima Ministra.Gianluca Ursini
Parole chiave: Zia Ul Haq, Zulfiqar Bhutto, Shanhawaz Bhutto, Murtaza Bhutto, Asif Zandari, Navaz Sharif, Pervez Musharraf, Ursini