“So esattamente chi mi vuole uccidere”, disse Beanzir Bhutto dopo essere scampata
all’attentato dello scorso 19 ottobre, puntando il dito contro l’Isi: i potentissimi
servizi segreti pachistani. “Sono stati gli uomini legati all’ex regime di Zia-ul-Haq
che ora alimentano il fanatismo e l’estremismo. Queste persone hanno un grande
potere e sanno che lo perderanno se in Pakistan tornerà la democrazia”.
L’Isi di Zia-ul-Haq. Il generale Muhammad Zia-ul-Haq salì al potere in Pakistan il 5 luglio del 1977
con un colpo di Stato che depose il governo democratico del primo ministro Zulfikar
Ali Bhutto, padre di Benazir, che fu sommariamente processato e poi impiccato.
Zia, musulmano integralista, impose al Paese un regime di impronta fortemente
islamica, emettendo decreti e ordinanze tesi a fare del Pakistan una società islamica
basata sulla sharìa.
Negli anni ’80, durante la guerra in Afghanistan tra sovietici e mujaheddin,
i servizi segreti di Zia divennero il braccio operativo della Cia statunitense
per il reclutamento, l’addestramento, il finanziamento e l’armamento dei combattenti
islamici afgani. L’Inter-Services Intelligence (Isi) diretta da Akhtar Abdur Rahman si trasformò in un covo di estremisti islamici
frequentato da tutti quei personaggi che vent’anni dopo diventeranno la cupola
di Al Qaeda e i leader dei movimenti jihadisti di mezzo mondo.
L’Isi è rimasta la principale centrale jihadista del pianeta anche dopo la fine
del conflitto russo-afgano nel 1989, continuando a sostenere per tutti gli anni
’90 i movimenti integralisti sia in Afghanistan (i talebani sono una creatura
dell’Isi) che in Kashmir (come arma contro il nemico indiano). Ma il potere degli
“uomini legati all’ex regime di Zia-ul-Haq” di influenzare la vita del Paese fu
assai ridimensionato con il ritorno alla democrazia durante i governi di Benazir
Bhutto (1988-1990 e 1993-1996) e Nazaw Sharif (1997-1999).
L’Isi di Musharraf. I ‘falchi islamici’ tornarono politicamente in sella nel 1999, dopo il colpo
di Stato che portò al potere il generale Pervez Musharraf.
Da allora, questi personaggi non solo hanno continuato a intrattenere regolari
rapporti con tutti i protagonisti del jihad antisovietica, Bin Laden compreso (Osama fu più volte ricoverato sotto protezione
dell’Isi nella clinica militare di Peshawar, sia prima che dopo l’11 settembre
2001), ma hanno riacquistato una forte influenza sulla vita politica del Paese,
ben consapevoli che questo loro potere può esistere solo sotto una dittatura.
Nonostante la decisione di Musharraf (obbligata e di facciata) di schierarsi
a fianco degli Usa nella ‘guerra al terrorsimo’, l’Isi proseguì sulla sua strada
sostenendo i partiti integralisti dell’opposizione islamica e dando riparo ai
talebani e ai capi di Al Qaeda che fuggivano dall’Afghanistan nelle aree tribali di confine. Una strategia
antioccidentale alla quale Musharraf non ha mai avuto la forza di opporsi concretamente,
lasciando che in Paksitan nascesse un nuovo emirato islamico e un potente movimento
integralista che rischia di prendere il potere in tutto il Paese, arsenali nucleari
compresi.
Uno scenario di fronte al quale Washington ha deciso che fosse il caso di agire,
promuovendo una transizione dalla instabile e ambigua dittatura di Musharraf a
un’affidabile democrazia guidata da Benazir Bhutto,
decisa nemica dell’integralismo islamico e dei suoi protettori all’interno dell’Isi.
Un programma che, ovviamente, non è piaciuto affatto né a Musharraf né ai servizi
segreti pachistani.
Subito dopo l’attentato di oggi, il marito della Bhutto, Asif Ali Zardari, ha
dichiarato: “E’ opera del governo”.