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La versione turca. “E' un fatto che centinaia di terroristi” siano stati uccisi dal 16 dicembre
a oggi, scrivono le forze armate di Ankara nel loro sito Internet, promettendo
che gli attacchi contro il Pkk continueranno e che il gruppo “capirà che il nord
dell'Iraq non è più sicuro”. Secondo i militari turchi, che hanno diffuso immagini
e filmati in bianco e nero per documentare l'esito dei diversi raid compiuti da
50 aerei da guerra, tra gli obiettivi colpiti ci sono tre centri di comando, due
di comunicazione, due campi di addestramento, 182 postazioni abitate dei guerriglieri
e 14 arsenali. I morti sarebbero tra i 150 e i 175, tutti “terroristi”, ma questa
cifra non comprenderebbe i guerriglieri uccisi mentre si nascondevano nelle tante
grotte delle montagne della zona. In un'altra operazione compiuta il giorno di
Natale, stavolta nella provincia turca di Sirnak, sono morti altri 11 ribelli.
La collaborazione tra Washington e Ankara. Ma la Turchia potrebbe avere appena cominciato. Dopo essersi lamentata per mesi
della scarsa cooperazione degli Stati Uniti nella lotta al Pkk, da due mesi le
cose sembrano essere cambiate. Nell'incontro del 5 novembre a Washington, il premier
turco Recep Tayyip Erdogan ha ottenuto l'impegno di Bush per una condivisione
dei dati di intelligence statunitensi sul nord dell'Iraq. Una collaborazione che
deve funzionare bene, dato che il presidente turco Abdullah Gul si è appena detto
soddisfatto dell'aiuto dato da Washington. E dato che un portavoce della Casa
Bianca ha ricordato come gli Usa considerino il Pkk un gruppo terroristico, e
che l'unico freno posto dall'amministrazione Bush alla Turchia è un vago auspicio
di non vedere vittime civili, è probabile che la serie di attacchi aerei non sia
ancora giunta al termine. Alessandro Ursic