Sempre più preoccupante la diffusione del neonazismo. Non solo tra i giovani disoccupati

I russi li chiamano spregiativamente ciornie, ‘neri’. Sono i
non-slavi, gli immigrati provenienti dalle repubbliche ex sovietiche del
Caucaso e dell’Asia centrale, e gli zingari rom. Sono le vittime predestinate
della violenza razzista degli skinhead russi, giovani balordi che girano in
gruppo per le città russe compiendo impunemente aggressioni ai danni di chiunque
abbia capelli, carnagione e occhi neri. L’ultimo episodio è di pochi giorni fa,
quando una bambina tagica di nove anni, Khursheda Sultanova, è stata aggredita
e accoltellata a morte nel centro di San Pietroburgo, la stessa città in cui
nell’ottobre scorso una piccola rom di sei anni era stata picchiata a morte
fuori da una stazione ferroviaria. Nella sola ex Stalingrado si calcola ci
siano oltre 20 mila skinhead!

Ma a Mosca le cose non vanno meglio. Nei mercati cittadini,
dove le bancarelle sono gestite in gran parte da immigrati caucasici e
centrasiatici, i raid degli skinhead armati di spranghe e bastoni sono la
norma. La polizia non interviene mai, e quando lo fa è solo per difenderli in
caso di reazione da parte degli aggrediti. Anche perché, quando non sono gli
skinhead, è la stessa polizia a compiere retate e rastrellamenti. Le chiamano
‘operazioni di pulizia’. Anche queste avvengono nei mercati, ma soprattutto nei
dormitori di periferia. Gli agenti mascherati o in tenuta antisommossa
prelevano tutti gli immigrati e li portano nelle centrali: là li immobilizzano
faccia a terra, e poi calci, pugni e manganellate.

Questo fenomeno ha assunto dimensioni preoccupanti
soprattutto in relazione alla guerra in Cecenia, o meglio agli attentati
attribuiti ai separatisti ceceni (ma dietro ai quali molti intravedono lo
zampino dei servizi segreti russi) che negli ultimi anni hanno causato
centinaia di morti provocando un’ondata di xenofobia senza precedenti.
Sentimenti nati sulla scia del terrore e dell’orrore, e rafforzati dai
razzistici e vendicativi proclami delle autorità di governo che puntualmente
fanno seguito a queste stragi. Dopo l’attentato alla metropolitana di Mosca del
6 febbraio la polizia ha tappezzato le città russe di identikit di improbabili
sospetti dai tratti marcatamente caucasici, accompagnati dall’invito alla
popolazione affinché venga segnalato alle autorità ogni caucasico dall’atteggiamento
sospetto. Ma non è solo la polizia a spalleggiare gli skinhead, i quali sono
organizzati e irrigimentati in vari movimenti paramilitari estremisti della
destra neo-nazista ultranazionalista e xenofoba.

Il principale partito neo-nazista russo è l’
Unità Nazionale
Russa (Rne) di Alexander Barkashov, che ha per simbolo una svastica rossa
sovrapposta alla croce diagonale di Sant’Andrea, simbolo che spicca sulle fasce
rosse che i suoi militanti portano al braccio in occasione delle manifestazioni
pubbliche. E’ un movimento semiclandestino molto forte, con sedi in tutta la
Russia e con un largo seguito tra i giovani disoccupati e poveri delle grandi
metropoli russe. Il secondo movimento neo-nazista russo, in termini di seguito
e strutture, è il
Partito Nazional-Socialista Russo di Konstantin Kasimovsky,
che si richiama apertamente all’ideologia hitleriana. Come simbolo ha una croce
nera che richiama il labarum, l’anagramma cristico (PX), con la croce diagonale
di Sant’Andrea sullo sfondo, nera su campo rosso. Sul fronte dell’ultradestra
religiosa c’è poi il
Fronte Nazional-Patriottico Pamyat di Dimitry Vasiliev,
che si richiama alle radici cristiano-ortodosse della ‘Grande Madre Russia’
mischiando fondamentalismo religioso e nostalgie zariste. Il suo simbolo è
infatti l’aquila bicefala dello Zar con al centro un’icona di Cristo circondata
dai bracci di una svastica. Questa formazione predica l’antisemitismo e l’odio
verso tutti i non-slavi. Sono le stesse accuse mosse ai nazional-comunisti dell’ambiguo
Partito Nazional-Bolscevico di Eduard Limanov, anche se loro si professano
anti-razzisti. Il loro simbolo è come la bandiera nazista, ma con falce e
martello neri al posto della svastica.

Per gli esperti di questioni russe, il vero riflesso di
questo fenomeno, la vera cartina al tornasole che testimonia la rinascita di
sentimenti ultranazionalisti e xenofobi tra i russi è l’inarrestabile
consolidamento del potere del presidente Vladimir Putin. Il nuovo Zar è
arrivato al Cremlino proprio sull’onda di un sentimento di revanchismo
patriottico ispirato a una nuova politica di potenza sul piano internazionale
e
al principio di legge e ordine sul piano interno, il tutto condito da una
retorica nazionalista, militarista e razzista nei confronti dei ceceni. Alle
ultime elezioni il suo partito, Russia Unita ha sbancato con il 37 per cento
delle preferenze, contro il 23 per cento del ’99. E alle elezioni presidenziali
del prossimo 14 marzo, Putin è dato per vincitore con una maggioranza bulgara.
I candidati concorrenti fanno da comparse in un copione elettorale già scritto.

Prodotto e alfiere della cultura politica autoritaria e
repressiva dei servizi segreti (l’Fsb, erede del Kgb), Putin, pur spacciandosi
per liberale e democratico, negli ultimi anni ha trasformato la Russia in
un’autocrazia che riesuma i metodi sovietici, sostituendo il collante
ideologico del comunismo con quello del nazionalismo. L’opposizione politica
(rappresentata principalmente dagli oligarchi e mafiosi legati alla famiglia
dell’ex presidente Eltsin) è stata spazzata via: chi in prigione (come
Kodorkosvkij) chi in esilio (come Berezovsky). La stampa indipendente è
praticamente sparita: tutte le maggiori emittenti televisive e testate
giornalistiche sono controllate direttamente o indirettamente dal governo e le
nuove leggi sulla stampa (introdotte dopo il sequestro del teatro Dubrovka
dell’ottobre 2002) hanno imposto una censura ferrea che rende reato ogni
critica al governo. I poteri della polizia e dei servizi segreti sono aumentati
a dismisura grazie alle leggi anti-terrorismo introdotte da Putin dopo le
stragi del settembre 1999 (vissuto dai russi come l’11 settembre americano). E
nei giorni scorsi, sull’onda dell’ultimo attentato alla metropolitana, i
vertici dei servizi segreti hanno chiesto alla Duma di votare leggi che
concedono ai servizi segreti “poteri senza precedenti” per combattere il
terrorismo. Richiesta accolta con applausi scroscianti. Un clima politico del
genere, a sua volta, fornisce l’humus culturale e psicosociale ideale alla
crescita di movimenti ultranazionalisti e xenofobi.

L’attrazione esercitata dal nazionalismo xenofobo è
aumentata anche in ragione del peggioramento delle condizioni di vita dei
russi. Povertà e disoccupazione dilagano assieme all’alcolismo, alla
tossicodipendenza e a un'incredibile incidenza dei suicidi (la seconda più alta
al mondo). Il 20 per cento della popolazione guadagna meno di 70 dollari al
mese. L’aspettativa di vita è crollata a 72 anni per le donne e 59 per gli
uomini, la più bassa dei paesi industrializzati. Tutto questo ha provocato un
forte sentimento di delusione delle aspettative suscitate dalla fine del
comunismo, che non ha portato alcun aumento del benessere, anzi. Né tanto meno
la libertà e la democrazia. Da qui il ripiego, il rifugio in ideologie
nostalgiche e giustificative che individuano la causa di tutti i mali negli
immigrati (dalla disoccupazione alla delinquenza al terrorismo) e nell’abbandono
di una politica di potenza (con conseguente asservimento ad interessi
stranieri), proponendo una ricetta a base di nazionalismo e razzismo, che si
traduce in una politica estera più aggressiva (un nuovo imperialismo
eurasiatico a guida russo-slava) e nella creazione di un regime politico
guidato da un uomo forte che usi il pugno di ferro verso la criminalità, gli
immigrati, la corruzione, garantendo un migliore stile di vita ai russi veri,
quelli di origine slava.
Queste sono le idee degli skinhead e dei neo-nazisti russi,
pericolosamente somiglianti alle linee di fondo del governo Putin. Una
convergenza che dovrebbe far suonare un campanello d’allarme nelle democrazie
occidentali, i cui leader invece continuano a dichiararsi grandi amici e
ammiratori dell’ex agente del Kgb.
Enrico Piovesana