E' finito con un pasticcio, giuridico e politico, il processo ai sei membri francesi
dell'Ong
Arche de Zoé, condannati a otto anni di lavori forzati per aver tentato, lo scorso ottobre,
di far espatriare illegalmente dal Ciad 103 bambini, che sarebbero poi stati dati
in affidamento a famiglie francesi. Se da una parte la difesa grida allo scandalo,
perché i giudici non avrebbero tenuto conto delle posizioni degli imputati comminando
a tutti la stessa pena, dall'altra la politica si muove per mettere fine alla
vicenda: la Francia ha infatti chiesto la consegna dei sei, che potrebbero scontare
in patria una pena ridotta. E intanto la sorte dei bambini rimane sospesa nel
nulla.
Processo. La sentenza, che ha scagionato due amministratori locali ciadiani e condannato
a quattro anni un altro ciadiano e un sudanese, accusati di aver fatto da mediatori
per il prelevamento illegale dei bambini, da parte francese ha scontentato tutti.
I legali della difesa hanno infatti definito il processo “una mascherata”, visto
che non sono state riconosciute le minori responsabilità dei membri della Ong
rispetto a quelle del suo presidente, Eric Breteau. A riprova, secondo la difesa,
del carattere “politico” del processo, condotto in pochi giorni e conclusosi con
delle pene pesanti solo per rivendicare l'indipendenza del Ciad dalla Francia.
A nulla è valso il basso profilo tenuto dagli avvocati, che durante il processo
hanno evitato di calcare su questo tasto, confidando, almeno a parole, sull'imparzialità
della giustizia ciadiana, già messa a dura prova nei mesi scorsi dagli accordi
tra i presidenti Sarkozy e Deby. Ai loro assistiti toccherà pagare anche 60.000
euro di danni per ogni bambino, per una somma totale di più di sei milioni.
Rimpatrio. Nonostante la durezza della sentenza, che ha ulteriormente danneggiato l'immagine
della Francia nel Paese africano, difficile ipotizzare che i sei condannati prendano
in mano picconi e badili per lavorare nei cantieri stradali ciadiani. Il governo
francese, attento a non commentare la sentenza per non urtare la suscettibilità
di N'Djamena, si è già mosso per far rimpatriare i suoi connazionali, in base
a un accordo del 1976 siglato dall'allora premier Jacques Chirac e dal presidente
ciadiano Felix Malloum. L'articolo 29 del trattato stabilisce infatti la possibilità
che i condannati scontino la pena nel Paese di origine, previo accordo (che non
è automatico) tra i due Paesi. Uno scenario che, al momento, risulta il più probabile,
tanto che alcuni analisti ipotizzano che la sentenza sia stata così dura proprio
perché non verrà applicata. L'unico problema è che la pena comminata dalla giustizia
ciadiana non è prevista dai codici francesi, e quindi inapplicabile. Resta aperta
anche la strada della grazia presidenziale ai condannati.
Bambini. Di fronte a questo marasma giudiziario, la sorte dei 103 presunti orfani è passata
in secondo piano. I bambini, che secondo la Ong francese sarebbero orfani di guerra
provenienti dal Darfur, stando all'Unicef e al governo di N'Djamena sono invece
ciadiani, e per la maggior parte con almeno un genitore. Il processo non ha fatto
piena luce sull'operazione della Ong, per cui è difficile stabilire se i suoi
membri abbiano agito sapendo di compiere un'azione illecata o se siano stati vittime
di mediatori che, per velocizzare il proprio lavoro, avrebbero raccolto i presunti
orfani dai villaggi limitrofi ad Abeché senza curarsi della loro origine.
In entrambi i casi, la negligenza dei membri dell'Arche de Zoé ha creato problemi non solo alle altre organizzazioni umanitarie che operano
nel Paese, e che hanno denunciato le difficoltà e le diffidenze di cui sono oggetto
dallo scoppio dello scandalo, ma anche ai bambini in questione. I quali rimangono
nell'orfanatrofio di Abeché, visto che solo una cinquantina di loro sarebbe stata
identificata. Degli altri non si conosce la sorte. Un problema che le trattative
tra Francia e Ciad difficilmente toccheranno.