13/01/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Nella crisi umanitaria della Striscia di Gaza le donne patiscono due volte
Scritto per noi da
Milena Nebbia 

Le donne palestinesi, il sesso veramente debole in una società a dominanza maschile, sono costrette a portare un doppio fardello: l’occupazione israeliana della loro terra e la sottomissione e la violenza cui sono sottoposte in una società autoritaria e patriarcale. Se questo è vero in generale per la Palestina, la donne risultano essere tanto più “vittime” nel territorio della Striscia, dove la violenza domestica assume aspetti di vera e propria piaga sociale. La ragione di ciò risiede nell’unicità della storia e dello sviluppo della società di questo territorio. La violenza sulle donne assume qui, infatti, forme particolari poiché combina aspetti economici, politici e culturali.

Donne palestinesi al lavoro. Foto di M. NebbiaL’assoggettamento della donna all’interno della famiglia e la sua estensione nel pubblico, si esprime in varie forme di discriminazione: salari più bassi per le lavoratrici, inique opportunità di promozione, di educazione, limitate possibilità di partecipare ad attività politiche e culturali. Tra queste forme discriminatorie, sicuramente quella che assume aspetti veramente drammatici è il delitto d’onore, ancora largamente diffuso nella Striscia. Anche se un numero crescente di palestinesi trova i delitti d’onore inaccettabili, la barbara pratica continua. "Nessuno conosce l'entità del fenomeno, perché nessuno ha condotto uno studio – dice Manal Awwad, presidente del Wep (Women’s Empowerment Project) -  le organizzazioni delle donne come la nostra sono mobilitate contro le uccisioni, ma purtroppo la pratica continua nonostante i divieti giuridici. La donna può essere uccisa anche solo perché sospettata di avere avuto rapporti sessuali fuori dal matrimonio, lo stesso dicasi per le vittime di stupri, il loro viene ritenuto un "crimine" che va punito, mentre l'uomo, che può aver violentato la sua vittima, è considerato un innocente e può passeggiare liberamente”.

Donne palestinesi al lavoro. Foto di M. Nebbia"L'onore di una famiglia è molto dipendente dalla donna, dalla sua verginità, una donna vergine è di proprietà degli uomini attorno a lei, prima di suo padre, dopo come dono per il marito, la verginità, quindi, come dote virtuale per il matrimonio. In questo contesto, la donna è una merce che deve essere protetta da una rete di membri della famiglia e della comunità. La donna è custodita esternamente dal suo codice di comportamento e di abbigliamento e internamente dal mantenimento della sua illibatezza”. “Naturalmente esistono anche i rapporti sessuali fuori del matrimonio – precisa Awwad - tra i giovani palestinesi, soprattutto nella comunità degli studenti, dove le donne  vivono lontano dall'occhio attento delle loro famiglie. Tuttavia, per la maggior parte delle donne, è considerato vergognoso essere viste solo con un maschio non membro della famiglia”. La fondatrice, Shaida El Saray, organizzò il Wep (Women’s Empowerment Project) nel 1995, con l’aiuto di donors svizzeri, dall’esperienza del Centro di salute mentale di Gaza, inizialmente  per le donne dei prigionieri che avevano problemi di disagio mentale e specializzandosi poi nell’aiuto alle donne che sono vittime di violenza domestica. Il Wep si fonda sull'idea che la terapia medica debba correre insieme alla riappropriazione, da parte delle donne, di spazi, tempi, istruzione e formazione, con il loro inserimento in un contesto sociale ed economico più solido di quello che ha dato origine ai loro problemi e con tutta una serie di strategie di approccio alle fonti inconsapevoli di quei problemi: la famiglia, la comunità, la scuola… Le donne che si rivolgono al Programma provengono per lo più dai campi profughi di Gaza, Khan Yunis e Rafah: molte di loro sono reduci da matrimoni precoci e maltrattamenti familiari; alcune sono state detenute o sono madri, mogli, sorelle, figlie di detenuti o hanno avuto mariti e figli uccisi.  

Donne palestinesi al lavoro. Foto di M. NebbiaIl Wep inserisce le giovani donne in contesti formativi e didattici per restituire loro il percorso educativo a volte mai iniziato, a volte bruscamente interrotto per ragioni diverse, quali il matrimonio in età scolare o la chiusura continuata delle scuole negli anni dell'Intifada. “Ora poi - prosegue la presidente - a tutti gli altri problemi si è aggiunto quello della gravissima crisi economica causata dall’assedio, quindi se per caso una donna decide di divorziare a causa della situazione familiare, fa fatica a trovare un lavoro, non può rientrare nella propria famiglia perché verrebbe considerata un peso e soprattutto rischia che non le sia consentito nemmeno vedere i suoi figli, quindi non le vengono lasciate molte via d’uscita”. “Rivolgersi al nostro centro, per la maggior parte delle donne è difficile perché lo devono fare di nascosto, in alcuni casi siamo noi andare da loro su segnalazione di altre persone. Vengono minacciate, devono sottostare al volere maschile, nostre stesse dipendenti ricevono regolarmente minacce telefoniche a causa del loro impegno per aiutare le donne vittime. Vengono accusate di ribellione nei confronti della tradizione e di corruzione della società”.
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