Scritto per noi da
Milena Nebbia
Le donne palestinesi, il sesso veramente debole in una società a dominanza maschile,
sono costrette a portare un doppio fardello: l’occupazione israeliana della loro
terra e la sottomissione e la violenza cui sono sottoposte in una società autoritaria
e patriarcale. Se questo è vero in generale per la Palestina, la donne risultano
essere tanto più “vittime” nel territorio della Striscia, dove la violenza domestica
assume aspetti di vera e propria piaga sociale. La ragione di ciò risiede nell’unicità
della storia e dello sviluppo della società di questo territorio. La violenza
sulle donne assume qui, infatti, forme particolari poiché combina aspetti economici,
politici e culturali.

L’assoggettamento della donna all’interno della famiglia e la sua estensione
nel pubblico, si esprime in varie forme di discriminazione: salari più bassi per
le lavoratrici, inique opportunità di promozione, di educazione, limitate possibilità
di partecipare ad attività politiche e culturali. Tra queste forme discriminatorie,
sicuramente quella che assume aspetti veramente drammatici è il delitto d’onore,
ancora largamente diffuso nella Striscia. Anche se un numero crescente di palestinesi
trova i delitti d’onore inaccettabili, la barbara pratica continua. "Nessuno conosce
l'entità del fenomeno, perché nessuno ha condotto uno studio – dice Manal Awwad,
presidente del Wep (Women’s Empowerment Project) - le organizzazioni delle donne come la nostra sono mobilitate contro le uccisioni,
ma purtroppo la pratica continua nonostante i divieti giuridici. La donna può
essere uccisa anche solo perché sospettata di avere avuto rapporti sessuali fuori
dal matrimonio, lo stesso dicasi per le vittime di stupri, il loro viene ritenuto
un "crimine" che va punito, mentre l'uomo, che può aver violentato la sua vittima,
è considerato un innocente e può passeggiare liberamente”.

"L'onore di una famiglia è molto dipendente dalla donna, dalla sua verginità,
una donna vergine è di proprietà degli uomini attorno a lei, prima di suo padre,
dopo come dono per il marito, la verginità, quindi, come dote virtuale per il
matrimonio. In questo contesto, la donna è una merce che deve essere protetta
da una rete di membri della famiglia e della comunità. La donna è custodita esternamente
dal suo codice di comportamento e di abbigliamento e internamente dal mantenimento
della sua illibatezza”. “Naturalmente esistono anche i rapporti sessuali fuori
del matrimonio – precisa Awwad - tra i giovani palestinesi, soprattutto nella
comunità degli studenti, dove le donne vivono lontano dall'occhio attento delle loro famiglie. Tuttavia, per la maggior
parte delle donne, è considerato vergognoso essere viste solo con un maschio non
membro della famiglia”. La fondatrice, Shaida El Saray, organizzò il Wep (Women’s
Empowerment Project) nel 1995, con l’aiuto di donors svizzeri, dall’esperienza
del Centro di salute mentale di Gaza, inizialmente per le donne dei prigionieri che avevano problemi di disagio mentale e specializzandosi
poi nell’aiuto alle donne che sono vittime di violenza domestica. Il Wep si fonda
sull'idea che la terapia medica debba correre insieme alla riappropriazione, da
parte delle donne, di spazi, tempi, istruzione e formazione, con il loro inserimento
in un contesto sociale ed economico più solido di quello che ha dato origine ai
loro problemi e con tutta una serie di strategie di approccio alle fonti inconsapevoli
di quei problemi: la famiglia, la comunità, la scuola… Le donne che si rivolgono
al Programma provengono per lo più dai campi profughi di Gaza, Khan Yunis e Rafah:
molte di loro sono reduci da matrimoni precoci e maltrattamenti familiari; alcune
sono state detenute o sono madri, mogli, sorelle, figlie di detenuti o hanno avuto
mariti e figli uccisi.

Il Wep inserisce le giovani donne in contesti formativi e didattici per restituire
loro il percorso educativo a volte mai iniziato, a volte bruscamente interrotto
per ragioni diverse, quali il matrimonio in età scolare o la chiusura continuata
delle scuole negli anni dell'Intifada. “Ora poi - prosegue la presidente - a tutti
gli altri problemi si è aggiunto quello della gravissima crisi economica causata
dall’assedio, quindi se per caso una donna decide di divorziare a causa della
situazione familiare, fa fatica a trovare un lavoro, non può rientrare nella propria
famiglia perché verrebbe considerata un peso e soprattutto rischia che non le
sia consentito nemmeno vedere i suoi figli, quindi non le vengono lasciate molte
via d’uscita”. “Rivolgersi al nostro centro, per la maggior parte delle donne
è difficile perché lo devono fare di nascosto, in alcuni casi siamo noi andare
da loro su segnalazione di altre persone. Vengono minacciate, devono sottostare
al volere maschile, nostre stesse dipendenti ricevono regolarmente minacce telefoniche
a causa del loro impegno per aiutare le donne vittime. Vengono accusate di ribellione
nei confronti della tradizione e di corruzione della società”.