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Il 5 agosto del 1999 le formazioni armate islamiche del
comandante ceceno Shamil Basayev, vecchia conoscenza dei servizi segreti russi
(che qualche anno prima lo avevano usato per destabilizzare la Georgia dandogli
il compito di guidare la rivolta separatista in Abkhazia), invadono la regione
russa del Daghestan. Come nei film western, quando dopo una scorribanda dei
banditi arriva in città un pistolero giustiziere dagli occhi di ghiaccio e
dalla pistola veloce a rimpiazzare il vecchio sceriffo ubriacone e pauroso,
così a Mosca il vecchio e anche lui ubriacone presidente Eltsin, impelagato in
gravissimi scandali finanziari, si fa da pPutinarte per lasciare entrare in
scena, il 9 agosto, il giustiziere Vladimir Putin, che prende il posto del
primo ministro Stepashin. Questo giovane freddo e deciso, ex agente del Kgb,
poi direttore dell’Fsb, sfodera subito la pistola e scaglia l’Armata Russa
contro i villaggi daghestani occupati dai ceceni. Il 22 agosto i guerriglieri
si ritirano senza perdite. Putin, prima sconosciuto a tutti, ci fa un gran
bella figura.
Subito dopo, nel settembre del 1999, quasi trecento
cittadini russi muoiono in una spaventosa serie di attentati esplosivi che, tra
il 4 e il 16 settembre, distruggono due condomini nella periferia di Mosca, uno
nella città di Volgodonsk e uno a Buinaksk. Putin accusa subito, senza alcuna
prova, i separatisti ceceni, che si sarebbero così voluti vendicare per i
bombardamenti russi di poche settimane prima. L’opinione pubblica russa,
prostrata dalle drammatiche conseguenze della crisi economica del ’98 e
disgustata dalla corruzione della classe politica eltsiniana, sull’onda del
terrore viene scossa da un sussulto patriottico e si rifugia tra le
rassicuranti braccia del nuovo uomo della provvidenza dagli occhi di ghiaccio
che promette giustizia e sicurezza. Il primo ottobre 1999 Putin invia
l’esercito in Cecenia, spodestando il governo indipendentista del presidente
Aslan Mashkadov, regolarmente eletto nel 1997, e iniziando così una guerra che
avrebbe portat4o alla morte di altri 100 mila ceceni, dopo gli altrettanti
uccisi nella ‘prima guerra cecena’ del 1994-1996. I russi plaudono a questa
decisione e al loro coraggioso premier, che a dicembre diventa presidente ad interim dopo l’uscita di scena
di Eltsin, e nel marzo 2000 viene trionfalmente eletto presidente della
Repubblica Federale Russa.
Ma mentre tutta la Russia applaude Putin, gli inquilini di
un palazzo di Ryazan, città operaia della Russia centrale tremano ancora di
paura. E di rabbia. Pochi giorni dopo l’ultimo attentato di settembre, il 22
settembre 1999 per l’esattezza, alcuni residenti avevano notato a tarda sera un
paio di uomini che da una macchina scura senza targa scaricavano dei sacchi e
li portavano nella cantina del palazzo. Hanno chiamato la polizia che era
intervenuta subito trovando una sorpresa: i sacchi erano pieni di hexogen, il
potente materiale esplosivo usato per gli attentati, di timer e sofisticati
detonatori pronti a innescare un’esplosione devastante. L’area era stata
evacuata, la bomba disinnescata dagli artificieri e la città circondata dalla
polizia nel tentativo di catturare gli attentatori. Poche ore dopo la polizia
aveva intercettato una loro telefonata fatta da una cabina verso un numero di
Mosca. Chiedevano istruzioni per scappare dalla città. Dall’altra parte gli era
stato risposto “Dividetevi e allontanatevi”. I due erano stati arrestati. Ma
c’era stata un'altra sorpresa: il numero di Mosca corrispondeva a un interno
dell’Fsb, i servizi segreti, e i due fermati infatti si erano Bsubito
dichiarati agenti dei servizi. Immediatamente rilasciati.
Dopo questo inquietante fatto, subito messo a tacere da
Putin e dai suoi ex colleghi dell’Fsb, giornalisti e avvocati indipendenti
hanno iniziato a indagare più a fondo sulle stragi del settembre ’99. E hanno
scoperto che le cantine di tutti i quattro palazzi espl1osi, e anche degli
altri quattro in cui erano state trovate bombe disinnescate in tempo (compreso
quello a Ryazan), erano stati affittati prima degli attentati da Vladimir
Romanovich, un agente dell’Fsb che faceva il commerciante come lavoro di
copertura. Romanovich è morto a Cipro, investito da una macchina, pochi mesi
dopo gli attentati. Poi è anche venuto fuori, dalle testimonianze di Nikita
Chekulin, ex dirigente del Centro Nazionale di Smaltimento degli Esplosivi, che
poco prima del settembre ’99 l’esercito aveva prelevato dai magazzini
dell’istituto ingenti quantitativi di hexogen, l’esplosivo utilizzato negli
attentati.
Gli imputati, ovviamente, sono alcuni ceceni e caucasici
accusati di legami con l’ambiguo leader ceceno Basayev, ma quasi tutti morti
dopo il 1999.Enrico Piovesana