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Ai confini orienti dell’Europa esiste uno Stato fantasma. Ha una sua
bandiera, un suo presidente, un suo governo, un suo parlamento, una sua
moneta, un suo esercito, una sua polizia. Ma nessun paese al mondo ne
riconosce l’esistenza.
Si chiama Transnistria: una sottile striscia di territorio moldavo che
si estende tra la sponda est del fiume Dniester e il confine ucraino.
E' l'unica repubblica sovietica ancora esistente al mondo: stelle rosse
e statue bronzee di Lenin fanno ancora parte del panorama urbano della
‘capitale’ Tiraspol. Enorme quella che troneggia davanti al pazzo del
Soviet Supremo. Ma dietro la vernice rossa del veterocomunismo si
nasconde il vero potere: la mafia russa, che ha trasformato questa
repubblica in un paradiso del contrabbando di droga, petrolio, alcool,
sigarette e soprattutto armi.
La guerra d’indipendenza. Dopo il crollo dell'Unione Sovietica, quando
nel 1991 la Moldavia dichiara la propria indipendenza, questa regione a
maggioranza slava si proclama a sua volta indipendente dalla Moldavia
col nome di Repubblica Transnistriana di Moldova (Pridnestrovskaya
Moldavskaya Respublika – PMR), rispolverando lo status di repubblica
autonoma che Stalin le aveva concesso fino la seconda guerra mondiale.
Nel dicembre del 1991 Igor Smirnov, ambiguo industriale locale, viene
eletto presidente in elezioni non esattamente democratiche. Subito
iniziano scontri tra le forze di polizia moldave e le milizie
indipendentiste transnistriane, che nel '92 degenerano in una
sanguinosa guerra civile che causa oltre mille morti in pochi mesi. In
soccorso delle forze separatiste vengono i cosacchi ucraini e diecimila
soldati del 14° corpo d'armata dell'esercito russo al comando del
genere Alexander Lebed, mentre i moldavi ricevono il sostegno di
contingenti di volontari rumeni.
Viene siglato un cessate il fuoco e le truppe russe si trasformano, da
parte in causa, in 'truppe di pace' garanti della tregua.
L'indipendenza della Transnistria non viene riconosciuta, ma diventa un
dato di fatto imposto dal Cremlino. Nel 1999 la Russia promette
all'Osce di ritirare le migliaia di suoi soldati entro il 2002. Ma non
sarà così.
Mercato nero delle armi. Nel frattempo il presidente Smirnov rafforza
il suo potere dittatoriale e mafioso, facendo diventare la Transnistria
il più grande mercato nero di armi del mondo, sfruttando come volàno
iniziale i depositi d'armi abbandonati dell'Armata Rossa: oltre 40 mila
tonnellate di materie bellico.
Tutto ruota intorno alla società del presidente, la Sherif, diretta da
suo figlio, Vladimir Smirnov. Quest'azienda, con un fatturato annuo di
almeno quattro miliardi di dollari (quarantasette volte il Pil
ufficiale nazionale), gestisce la produzione e il traffico di ogni
sorta di armi, convenzionali e non.
Dalle vecchie fabbriche di Tiraspol, tutte di proprietà della Sherif,
escono pistole Makarov, mitragliette Policeman, lanciamine Vasiliok,
lanciagranate Gnom e Spg9, lanciarazzi anticarro Rpg7, razzi Bm 21
Grad, missili portatili Duga. E Dio solo sa che fine hanno fatto i
razzi Alazan con testata a isotopi radioattivi che fino a qualche anno
fa erano piazzati all'aeroporto di Tiraspol o, peggio ancora, le enormi
quantità di sostanze chimiche e radioattive un tempo stoccate nei
locali magazzini militari dell'Armata Rossa.
Secondo le polizie e i servizi segreti occidentali qui vengono a
rifornirsi i gruppi guerriglieri e terroristici di mezzo mondo. Più di
una volta l'Interpol ha segnalato la presenza in Transnistria di
personaggi sospetti provenienti dai paesi arabi e mediorientali, dai
balcani, dall'Africa, venuti qui a fare acquisti. Tra i clienti sono
stati annoverati militari coinvolti nel conflitto dell'ex Jugoslavia,
golpisti africani, terroristi libanesi e palestinesi, guerriglieri
curdi e ceceni, golpisti africani e, ovviamente, al Qaeda.
Povertà e disperazione. Mentre gli affari sporchi del clan di Smirnov
prosperavano alla luce del sole senza che nessuno prendesse mai
provvedimenti, la popolazione della Transnistria (ottocentomila persone
in tutto, un quarto delle quali vive a Tiraspol) sprofondava in una
miseria sempre più nera.
In città oggi circolano poche macchine: più che altro si vedono
carretti trainati da cavalli e tanta gente a piedi. Negli squallidi e
scalcinati condomini-dormitorio di epoca sovietica che caratterizzano
la periferia della città non arriva nemmeno l'acqua calda. La gente fa
la fame. Chi lavora in una fabbrica d’armi guadagna uno stipendio che,
a causa dell'iperinflazione, non vale nulla. Gli altri sopravvivono con
espedienti. Chi è fortunato mangia i prodotti della terra portati dai
parenti che lavorano in campagna. E magari li vende al mercato. Chi non
ha nemmeno questo non ha altra scelta che vendersi mobili, vestiti e
beni di famiglia mettendo tutto in bella mostra in uno dei tanti tristi
mercatini che ci sono in città. Quando la disperazione tocca il fondo,
non rimane che la prostituzione, un mercato sempre più fiorente, o
l’oblio autodistruttivo nell'onnipresente vodka, magari della marca che
ha lo stesso nome del presidente.
Enrico Piovesana