Scritto per noi da
Milena Nebbia
Scendendo
verso il sud della Striscia di Gaza, prima di Rafah, vicino al
confine egiziano, c'è Khan Younis. È la seconda città
della Striscia e probabilmente la più conservatrice. Qui le
donne che portano lo hijab sono la normalità, così come
gli uomini con le barbe incolte. Al di fuori di questa normalità,
c’è sicuramente Majda, 38 anni, master a Londra in
antropologia, che in un territorio chiuso e tradizionalista come
questo si è inventata l’associazione “Libero pensiero”,
per aiutare le donne a prendere consapevolezza dei loro diritti.

Majda
gira senza velo, in jeans e maglietta, non per sfida, semplicemente
per un diverso modo di vivere il proprio essere donna. “Le violenze
domestiche in questa zona sono all’ordine del giorno - spiega alla
delegazione del movimento Donne in nero, giunta a casa sua - gli
uomini non lavorano, stanno a casa, specie dall’inizio
dell’assedio. Mancano le sigarette, accumulano rabbia, diventano
aggressivi. La nostra associazione cerca di offrire alle donne che
vivono situazioni difficili in famiglia un appoggio dal punto di
vista psicologico e giuridico, ma in questa fase ha assunto priorità
l’emergenza economica, quindi ad esempio ci viene chiesto vestiario
invernale per i bambini, anche perchè qui le case non sono
riscaldate. L’emergenza creata dall’assedio e dall’embargo
imposto alla Striscia da Israele ha portato ai tagli dell’erogazione
elettrica, così ogni tanto se ne va la luce (lo verifichiamo
personalmente due volte a casa di Majda), di solito due volte al
giorno per qualche decina di minuti, altre volte per dieci ore. Passi
per chi è a casa, ma negli uffici, negli ospedali, in tutte le
altre attività risulta veramente difficile andare avanti”.

“Le
donne, specialmente nel sud della Striscia, non hanno la possibilità
di esprimersi. Noi lavoriamo sia con loro che con i bambini, spesso
vittime anche loro di violenza in casa, a scuola o in strada.
Crediamo che, se cresceranno con dignità e con una cultura più
aperta, riusciranno a costruire una società migliore di quanto
non siamo riusciti a fare noi. Naturalmente nella nostra azione
troviamo molti uomini che non vogliono l'emancipazione femminile.
Siamo state, personalmente e come struttura, vittime di atti
intimidatori, ma noi proseguiamo nel nostro percorso. Cerchiamo di
far capire alle donne che è un loro diritto avere propri spazi
per riunirsi, giocare, fare teatro, ballare o avere la possibilità
di vedere un dottore, un avvocato. Ogni mese ne vediamo in tutto 650.
La maggior parte vengono qui, le altre le raggiungiamo noi, a causa
dei trasporti costosi o dei mariti che impediscono loro di uscire”.

“Tra
i casi più frequenti di difficoltà ci sono i matrimoni
delle giovanissime: casi di adolescenti che avevano mal di pancia e
poi si scopre che stavano nascondendo una maternità. A volte
ci sono abusi anche da parte di componenti di famiglie più
agiate che sostengono quelle più povere e che, con quella
scusa, approfittano delle giovani donne. Una volta mandavamo i casi
più difficili nell’unico centro che ha delle case famiglia,
a Betlemme, ma adesso uscire dalla Striscia è praticamente
impossibile. Ci sono situazioni come quella di una donna uccisa
perché, secondo i pettegolezzi di qualcuno, aveva avuto un
figlio fuori dal matrimonio, salvo poi venire a sapere che era una
bugia. Aveva solo 22 anni. La polizia, se vuoi denunciare la cosa,
non ti ascolta. Inoltre quella di Hamas è tutta corrotta. E
poi come si fa a denunciare un crimine a una polizia illegale che ha
preso il potere con la forza? Non voglio demonizzare Hamas, anzi, il
primo anno in cui è stato al potere abbiamo collaborato, ma da
giugno la situazione è cambiata. Ci sono uccisioni tutti i
giorni. C’è una sorta di coprifuoco, per la strada dopo il
tramonto non c'è quasi nessuno, i negozi chiudono presto,
mentre prima restavano aperti fino all’una di notte”.