Ormai non fa più notizia. Il governo israeliano ha tagliato oggi la fornitura
di energia elettrica alla Striscia di Gaza, come rappresaglia per il continuo
lancio di razzi verso Israele. Ancora una volta viene punita collettivamente una
popolazione intera per il gesto di pochi. Queste misure, ben lungi dal risolvere
il problema dei razzi, aggravano ancor di più la già drammatica situazione della
Striscia di Gaza, sempre più affamata e disperata. Un reportage racconta un aspetto
della vita a Gaza
Scritto per noi da
Milena Nebbia
Si
è avvicinata al gruppo delle Donne in nero di sua
iniziativa (cosa piuttosto rara per una donna della Striscia) per
curiosità, per chiedere da dove venissero (in effetti un
gruppo di nove donne a passeggio per Gaza City non è
proprio cosa di tutti i giorni…) e che cosa facessero lì.

Saida ha 18 anni e un viso dolcissimo, due occhi neri dallo sguardo pungente,
che ne fanno intuire la forza d’animo. Ha dei fogli di appunti
sottobraccio. Studia ostetricia. Con la consueta ospitalità
degli arabi, invita il gruppo di donne a casa sua per il pomeriggio,
nel campo di Jabaliya. La famiglia di Saida è di origine
beduina. Dodici figli che vivono, non si capisce come, in due stanze
o poco più. Il gruppetto delle donne viene accolto dai
genitori, dalla ragazza e da alcuni fratelli. La madre racconta le
vicende di famiglia: profughi dopo il ’48, si sono rifugiati in
Giordania fino al ’97, poi la Striscia di Gaza. “Dopo il ‘48
noi beduini palestinesi abbiamo perso tutto: i nostri pascoli, le
terre, le tende e le case. Qualcuno riesce a portare avanti
un’attività, ma in questo periodo, a causa dell’assedio,
la vita è diventata più difficile e sono molti quelli
che vivono grazie al sussidio dell’Unrwa (Agenzia delle Nazioni
Unite per i profughi)”.
Jabaliya
camp è uno dei più affollati e depressi tra i campi
profughi palestinesi, ospita più di centomila persone. È
situato tra la strada principale e il mare, a circa a 4 chilometri
dalla costa. L’aspetto è quello di tutti i campi profughi del
mondo: vicoli sterrati, poca luce, frotte di bimbi che si accalcano
per vedere i visitatori, case fatiscenti anche se dignitose.

Saida
guarda la madre con attenzione e si volta verso le Donne in nero per osservare
le reazioni. La cosa straordinaria di questa
famiglia è che, nonostante viva praticamente di assistenza e
lavoretti saltuari, è riuscita a risparmiare per mandare i figli
oltre la scuola dell’obbligo, che ha capito il valore
dell’istruzione nonostante provenga da una cultura così
particolare come quella dei beduini. Bedou, termine arabo dal quale
deriva la parola beduino, significa “abitante del deserto”. I
beduini della Palestina sono originari del Negev, la regione più
meridionale di Israele, ai confini con il Sinai. Nel 1946 il numero
stimato di beduini nel Negev oscillava tra le 57mila e le 95mila
persone. Erano seminomadi, anche se la maggior parte praticava
l’agricoltura e alcuni erano impiegati nella costruzione di strade
e infrastrutture messe in opera dall’impero britannico, che a quel
tempo occupava la Palestina. Erano in parte sedentari fin
dall’impero ottomano e commerciavano intensamente con Gaza e le
città costiere del Mediterraneo. Con la creazione dello stato
d’Israele, i beduini palestinesi subirono un cambiamento traumatico
e brutale nelle loro condizioni di vita. Già nel 1953 la
popolazione beduina che restava nel Negev era stimata in sole 11mila
persone.

Tutti gli altri furono
espulsi con la forza o fuggirono sotto l’incalzare delle truppe
israeliane, rifugiandosi a Gaza, in Cisgiordania e nel Sinai. Quelli
che restarono furono confinati in una riserva situata a est e a nord
della città di Beersheba. Per inciso, occorre dire che
Beersheba, nel piano di spartizione dell’Onu, era stata promessa
allo Stato arabo palestinese, ma le truppe israeliane la
conquistarono il 20 ottobre del 1948 annettendola, manu militari,
allo stato ebraico
. Oggi più della metà dei
130mila beduini del Negev abita in villaggi o frazioni di villaggi
che non sono riconosciuti dallo Stato israeliano. I beduini si
rifiutano di vivere nelle città pianificate israeliane, sia
per preservare la loro identità sociale e culturale, sia per
rivendicare il diritto della popolazione araba palestinese di vivere
sulle proprie terre. Il non riconoscimento dei villaggi beduini da parte
d’Israele ha per corollario la minaccia permanente di espulsione e
di confisca delle loro terre.
Il racconto della madre di Saida viene
interrotto dal consueto rito del tè, accompagnato da pizzette
di verdure, che ricordano un po’ quelle napoletane che si vendono
per strada. L’incontro con questa famiglia così umile ma
dignitosa, lo sguardo fiero della ragazza, suscitano nelle donne del
gruppo un’impressione notevole. Il buio che nel frattempo è
calato sul campo rende tutto un po’ più cupo. Ma la famiglia
saluta con calore, mai una vena di tristezza sui volti. Grazie per la
visita. Shukran.