21/01/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Una ragazza beduina e la sua vita, nel più grande campo profughi di Gaza
Ormai non fa più notizia. Il governo israeliano ha tagliato oggi la fornitura di energia elettrica alla Striscia di Gaza, come rappresaglia per il continuo lancio di razzi verso Israele. Ancora una volta viene punita collettivamente una popolazione intera per il gesto di pochi. Queste misure, ben lungi dal risolvere il problema dei razzi, aggravano ancor di più la già drammatica situazione della Striscia di Gaza, sempre più affamata e disperata. Un reportage racconta un aspetto della vita a Gaza  
 
 
Scritto per noi da
Milena Nebbia
 
Si è avvicinata al gruppo delle Donne in nero di sua iniziativa (cosa piuttosto rara per una donna della Striscia) per curiosità, per chiedere da dove venissero (in effetti un gruppo di nove donne a passeggio per Gaza City non è proprio cosa di tutti i giorni…) e che cosa facessero lì.
 
Saida, foto di Milena NebbiaSaida ha 18 anni e un viso dolcissimo, due occhi neri dallo sguardo pungente, che ne fanno intuire la forza d’animo. Ha dei fogli di appunti sottobraccio. Studia ostetricia. Con la consueta ospitalità degli arabi, invita il gruppo di donne a casa sua per il pomeriggio, nel campo di Jabaliya. La famiglia di Saida è di origine beduina. Dodici figli che vivono, non si capisce come, in due stanze o poco più. Il gruppetto delle donne viene accolto dai genitori, dalla ragazza e da alcuni fratelli. La madre racconta le vicende di famiglia: profughi dopo il ’48, si sono rifugiati in Giordania fino al ’97, poi la Striscia di Gaza. “Dopo il ‘48 noi beduini palestinesi abbiamo perso tutto: i nostri pascoli, le terre, le tende e le case. Qualcuno riesce a portare avanti un’attività, ma in questo periodo, a causa dell’assedio, la vita è diventata più difficile e sono molti quelli che vivono grazie al sussidio dell’Unrwa (Agenzia delle Nazioni Unite per i profughi)”.
 
Jabaliya camp è uno dei più affollati e depressi tra i campi profughi palestinesi, ospita più di centomila persone. È situato tra la strada principale e il mare, a circa a 4 chilometri dalla costa. L’aspetto è quello di tutti i campi profughi del mondo: vicoli sterrati, poca luce, frotte di bimbi che si accalcano per vedere i visitatori, case fatiscenti anche se dignitose.
 
Saida guarda la madre con attenzione e si volta verso le Donne in nero per osservare le reazioni. La cosa straordinaria di questa famiglia è che, nonostante viva praticamente di assistenza e lavoretti saltuari, è riuscita a risparmiare per mandare i figli oltre la scuola dell’obbligo, che ha capito il valore dell’istruzione nonostante provenga da una cultura così particolare come quella dei beduini. Bedou, termine arabo dal quale deriva la parola beduino, significa “abitante del deserto”. I beduini della Palestina sono originari del Negev, la regione più meridionale di Israele, ai confini con il Sinai. Nel 1946 il numero stimato di beduini nel Negev oscillava tra le 57mila e le 95mila persone. Erano seminomadi, anche se la maggior parte praticava l’agricoltura e alcuni erano impiegati nella costruzione di strade e infrastrutture messe in opera dall’impero britannico, che a quel tempo occupava la Palestina. Erano in parte sedentari fin dall’impero ottomano e commerciavano intensamente con Gaza e le città costiere del Mediterraneo. Con la creazione dello stato d’Israele, i beduini palestinesi subirono un cambiamento traumatico e brutale nelle loro condizioni di vita. Già nel 1953 la popolazione beduina che restava nel Negev era stimata in sole 11mila persone.
 
Tutti gli altri furono espulsi con la forza o fuggirono sotto l’incalzare delle truppe israeliane, rifugiandosi a Gaza, in Cisgiordania e nel Sinai. Quelli che restarono furono confinati in una riserva situata a est e a nord della città di Beersheba. Per inciso, occorre dire che Beersheba, nel piano di spartizione dell’Onu, era stata promessa allo Stato arabo palestinese, ma le truppe israeliane la conquistarono il 20 ottobre del 1948 annettendola, manu militari, allo stato ebraico. Oggi più della metà dei 130mila beduini del Negev abita in villaggi o frazioni di villaggi che non sono riconosciuti dallo Stato israeliano. I beduini si rifiutano di vivere nelle città pianificate israeliane, sia per preservare la loro identità sociale e culturale, sia per rivendicare il diritto della popolazione araba palestinese di vivere sulle proprie terre. Il non riconoscimento dei villaggi beduini da parte d’Israele ha per corollario la minaccia permanente di espulsione e di confisca delle loro terre.
 
Il racconto della madre di Saida viene interrotto dal consueto rito del tè, accompagnato da pizzette di verdure, che ricordano un po’ quelle napoletane che si vendono per strada. L’incontro con questa famiglia così umile ma dignitosa, lo sguardo fiero della ragazza, suscitano nelle donne del gruppo un’impressione notevole. Il buio che nel frattempo è calato sul campo rende tutto un po’ più cupo. Ma la famiglia saluta con calore, mai una vena di tristezza sui volti. Grazie per la visita. Shukran.
Parole chiave: Jabaliya, milena nebbia
Categoria: Donne, Guerra
Luogo: Israele - Palestina
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