19/12/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Sono oltre 660 le vittime palestinesi delle uccisioni mirate israeliane dal 2000
Da mesi ormai, per le agenzie stampa, “attivisti di Hamas uccisi a Gaza o arrestati in Cisgiordania” è diventato un refrain. Un evento che si ripete con una cadenza cupa e regolare. La pratica sempre più frequente delle uccisioni senza proceso di miliziani palestinesi, da parte dell'esercito israeliano, preoccupa la comunità internazionale che, però, non è in grado di fermare la spirale di sangue che continua ad alimentare l'odio e la violenza.

Apache israeliani Martedì 18 dicembre, 13 palestinesi sono stati uccisi nei raid israeliani sulla striscia di Gaza, tra di loro c'erano due importanti comandanti della Jihad Islamica: Majd al Harazin e Karim Dahdouh, altri 4 miliziani del gruppo e due attivisti di Hamas. “Gli omicidi non sono mai serviti a scoraggiare i nostri combattenti” ha dichiarato il capo di Jihad islamica, lo sceicco Abdallah al Shami, promettendo una serie di attentati come ritorsione. Secondo il portavoce di Olmert, Mark Regev, gli arresti e le uccisioni ai danni di Hamas sono giustificati dal fatto che il gruppo islamico è “una seria minaccia al processo politico”, perché punta a impedire la riconciliazione tra israeliani e palestinesi. Mentre sull'altro fronte, Fawzi Barthoum, portavoce di Ismail Haniyeh, ha accusato apertamente il premier del governo di transizione di Ramallah, Salam Fayyad, di “complottare giorno e notte con gli israeliani per distruggere Gaza e liquidare Hamas”. La politica dell'eliminazione degli avversari politici non rigurarda però solo Hamas. 

L'attuale ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, col cadavere del combattente palestinese Dallal Al-MaghrebiLa pratica delle uccisioni mirate o omicidi extragiudiziali è cominciata all'inizio degli anni Settanta, con la caccia agli assassini di 11 atleti israeliani, alle olimpiadi di monaco del 1972. Ma negli anni è diventata sempre più ricorrente. Recentemente il Centro Palestinese per i Diritti Umani, Pchr, ha pubblicato un rapporto in cui si tenta una contabilità del sanguinoso fenomeno, definito “Un crimine contro l'umanità”. Il rapporto si concentra soprattutto sugli anni dalla Seconda Intifada, dal 2000 a oggi, e descrive una pratica in crescita, da allora fino ai picchi del 2007. Il 4 giugno2001, il quotidiano israliano Yedihot Ahronot pubblicava le parole di un portavoce dell'esecito israeliano che annunciava: “Abbiamo approntato una lista di nomi di palestinesi dei quali il governo israeliano approva la liquidazione fisica. Tra loro ci sono esponenti di Hamas, Fatah, del Fronte Popolare e della Jihad Islamica”. Dal dicembre del 2000 a giugno 2007, i palestinesi uccisi nel corso di queste liquidazioni sono stati 664. Di questi, 434 erano obiettivi specifici, cui si sono aggiunte oltre 230 vittime, per così dire collaterali, cioè morte nel corso dell'attacco. Nella maggior parte dei casi le uccisioni avvengono con un bombardamento aereo, in cui missili vengono diretti usando le frequenze dei telefoni cellulari. Tra le vittime di questi attacchi figurano anche oltre settanta bambini, rimasti uccisi nelle esplosioni o nelle sparatorie.

Bombardamento su GazaA dispetto delle molte proteste della comunità internazionale, nessuna sanzione è stata comminata contro Israele per queste pratiche che, secondo il Professor Hohn Dugard delle Nazioni Unite, citato nel rapporto, violano gravemente gli articoli 3, 27, 32 e 38 della quarta convenzione di Ginevra. Oltre a ciò, l'uccisione di nemici politici – le ultime elezioni in Palestina hanno visto una netta e trasparente vittoria di Hamas- è una violazione degli articoli 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e 6 della Convenzione Internazionale sui Diritti Politici e Civili del 1966.
 

Naoki Tomasini

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