Per un rapporto della Banca Mondiale il miracolo economico di Pechino sarebbe sovrastimato "almeno del 40percento"
di gianluca Ursini
Drasticamente ridimensionata la crescita economica cinese. Un rapporto della
Banca Mondiale, che battezza la Cina “seconda economia mondiale”, considera però
come il valore effettivo del Pil di Pechino sia sovrastimato “almeno del 40 percento”.
Questo secondo nuovi calcoli del Pil, alla luce dei prezzi e dei salari vigenti
in Cina, pari a un decimo di quelli Usa.
Secondi al mondo. Questa previsione implica che i cinesi non saranno più, come dai rapporti precedenti,
prima economia mondiale nel 2012. Sono dunque più poveri di quanto s'immaginasse
alla luce dei recenti successi economici. Questo contribuirà, secondo la Banca,
a rimandare il ripensamento degli aiuti da destinare a Pechino. Che si giova ancora
di parecchi aiuti finanziari dalle istituzioni monetarie internazionali. Ma che
ha chiesto anche di ritardare controlli severi sulle proprie emissioni di gas
serra in virtù di uno status di nazione emergente molto discutibile.
Renminbi da rivalutare Una tempistica curiosa, in un periodo di dollaro debolissimo e moneta cinese
sotto assedio da parte della
Federal reserve americana, che ne chiede una forte rivalutazione. L'economia Usa rimane la più
produttiva al mondo per un valore di 12 milioni di miliardi di dollari, mentre
i 5,33 registrati in campo cinese andrebbero ribassati a 2,24 milioni di miliardi.
Questo se si applica il principio della 'parità del potere d'acquisto' della Banca,
per capire le reali condizioni dei cittadini cinesi. Pechino rimarrebbe comunque
seconda al mondo. E da soli Usa, Giappone, Germania, Cina e India valgono più
di mezzo Pil mondiale.
PeaceReporter ha rivolto domande sul tema ad Antonio Tricarico, economista e ricercatore della
'Campagna per la riforma della Banca mondiale'.
Cina come seconda potenza?
“Probabilmente sì, se si calcola il Pil rapportato al peso della moneta della
nazione. Si potrebbero adottare altri metodi, per i quali risulterebbe terza o
quarta. La stima è comunque attendibile”.
E le richieste Usa-Ue di rivalutazione della valuta cinese?
Bisogna capire se c'è davvero l'intenzione delle banche centrali di far corrispondere
il peso della moneta al peso di una nazione sulla scena mondiale economica. Poi
sulla misura della svalutazione si dibatte; alcune teorie credono che la loro
moneta sia sottostimata del 300 percento. Il tesoro americano all'ultimo G7 aveva
chiesto che i cinesi la apprezzassero del 30 percento.
Forse Banca e Fondo monetario sono sensibili alle esigenze del vicino, visto
che hanno sede a Washington?
Assolutamente sì. E' questo uno dei motivi di riforma della Banca mondiale. Da
almeno quattro anni si discute del fatto che l'assetto cristallizzato 60 anni
fa negli accordi di Bretton Woods sia ormai inadatto ad affrontare le 'global embalances', gli sbilanciamenti che si registrano a livello planetario nelle finanze delle
maggiori potenze. Le proposte che arrivano da Washington per farvi fronte non
sono innovative; le forme di governo di queste istituzioni sono ferme a 60 anni
fa. Nel quadro multilaterale attuale non è pensabile la poca partecipazione che
hanno funzionari cinesi e indiani in queste istituzioni. Come pure il potere del
loro voto all'interno del Consiglio dei Rettori delle banche centrali: la Cina
ha un peso finanziario assegnato pari al Belgio. E l'India anche meno. Ma non
faranno chiasso per ottenere più potere. Hanno una visione pragmatica. Si accontentano
di vedere riconosciuto il loro nuovo status e poi trattano accordi per loro vantaggiosi
sotto banco, dietro le quinte. Eppure la Cina potrebbe impuntare i piedi e minacciare
di uscire dal Fondo, con una quantità di riserve valutarie in dollari in mano
che spaventa il tesoro Usa.