19/12/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



In Daghestan la guerriglia islamica fa proseliti tra i giovani universitari delle famiglie bene
A ingrossare le fila della sempre più forte guerriglia islamica daghestana non sono più solo ragazzi poveri, ignoranti e disoccupati. Il ministero dell’Interno della repubblica russa del Daghestan ha infatti denunciato nei giorni scorsi una realtà che nessuno sospettava: si stanno moltiplicando i casi di studenti universitari di buona famiglia, spesso figli di funzionari governativi, che abbandonano gli studi per unirsi ai ribelli sulle montagne.
 
Volontari della jihadGioventù bruciata. Nel solo mese di novembre è emerso che almeno nove studenti dell’Università di Makhachkala di cui era stata denunciata la scomparsa si sono uniti alla Jamaat Shariat, il fronte daghestano della guerriglia islamica che dalla Cecenia è dilagata nelle confinanti repubbliche del Caucaso del nord. La jihad starebbe diventando quasi una moda tra gli universitari daghestani, attratti dal romanticismo della vita da ribelli nei boschi e sedotti dall’ideologia rivoluzionaria integralista, conosciuta tramite i ‘reclutatori’ che bazzicano gli atenei Makhachkala. Ragazzi insospettabili di venti, venticinque anni che, insoddisfatti dalle loro vite, decidono di abbracciare l’ideologia wahabita e di imbracciare il kalashnikov.
 
Operazione antiterrorismoViolenze e vendette. Ciononostante, la gran parte dei ‘barbuti’ daghestani rimane composta da ragazzi dei miseri villaggi dell’entroterra e delle montagne che scelgono la jihad o per disperazione o per vendetta. La grave arretratezza, la povertà e la disoccupazione che affliggono il Daghestan – governato da una classe politica corrotta e malavitosa – spingono molti ragazzi a scegliere la lotta armata. Molti altri si arruolano invece per vendicare le violenze contro amici e parenti commesse dalla polizia e dai soldati nelle sempre più frequenti “operazioni antiterrorismo” del governo: vere e proprie spedizioni punitive contro i villaggi sospettati di ospitare ribelli.
 
Abdul Majhid (sinistra)La guerriglia alza il tiro. Esecuzioni extragiudiziali, arresti illegali e torture in carcere sono diventate sempre più frequenti in Daghestan: basta avere la barba lunga per finire tra i “sospetti terroristi”. Una cieca repressione che non fa che fornire nuovi proseliti alla causa jihadisti.
Dal canto loro i mujaheddin di Jamaat Shariat, guidati dal loro nuovo emiro Abdul Majhid, stanno alzando il tiro dei loro attacchi e dei loro omicidi mirati. Dopo aver preso di mira principalmente agenti della polizia federale, visti come il simbolo del dominio degli “infedeli” russi (solo quest’anno ne sono stati ammazzati 31), i ribelli ora puntano il mirino contro politici e alti funzionari, come dimostra il recente assassinio di un parlamentare e di un giudice della Corte Suprema.
 

Enrico Piovesana

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