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Gioventù bruciata.
Nel solo mese di novembre è emerso che almeno nove studenti dell’Università di
Makhachkala
di cui era stata denunciata la scomparsa si sono uniti alla Jamaat
Shariat, il fronte daghestano della guerriglia islamica che dalla
Cecenia è dilagata nelle confinanti repubbliche del Caucaso del nord. La jihad starebbe diventando quasi una moda
tra gli universitari daghestani, attratti dal romanticismo della vita da
ribelli nei boschi e sedotti dall’ideologia rivoluzionaria integralista,
conosciuta tramite i ‘reclutatori’ che bazzicano gli atenei Makhachkala.
Ragazzi insospettabili di venti, venticinque anni che, insoddisfatti dalle loro
vite, decidono di abbracciare l’ideologia wahabita e di imbracciare il
kalashnikov.
Violenze e vendette.
Ciononostante, la gran parte dei ‘barbuti’ daghestani rimane composta da ragazzi
dei miseri villaggi dell’entroterra e delle montagne che scelgono la jihad o per disperazione o per vendetta.
La grave arretratezza, la povertà e la disoccupazione che affliggono il Daghestan
– governato da una classe politica corrotta e malavitosa – spingono molti
ragazzi a scegliere la lotta armata. Molti altri si arruolano invece per
vendicare le violenze contro amici e parenti commesse dalla polizia e dai
soldati nelle sempre più frequenti “operazioni antiterrorismo” del governo:
vere e proprie spedizioni punitive contro i villaggi sospettati di ospitare
ribelli.
La guerriglia alza il
tiro. Esecuzioni extragiudiziali, arresti illegali e torture in carcere
sono diventate sempre più frequenti in Daghestan: basta avere la barba lunga
per finire tra i “sospetti terroristi”. Una cieca repressione che non fa che
fornire nuovi proseliti alla causa jihadisti. Enrico Piovesana
Parole chiave: federazione russa, dagehstan, jihad, enrico piovesana