I prigionieri politici e i rifugiati palestinesi non avranno il diritto di votare
Le elezioni di domenica saranno un momento cruciale per gli equilibri politici
di tutto il Medio Oriente, ma anche e soprattutto il momento in cui gli abitanti
della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, che potranno scegliere cosa vogliono
per il loro futuro e mostrare al mondo fino a che punto la società palestinese
abbia compreso il concetto di democrazia.
Libertà di movimento. La grande incognita che pesa sulla consultazione non riguarda il pericolo di
attentati
o sabotaggi da parte dei gruppi militanti palestinesi, quanto piuttosto le decisioni
che le autorità israeliane prenderanno per tenere fede alla promessa di consentire
il regolare svolgimento delle operazioni di voto. Il governo israeliano ha infatti
annunciato che a partire da domani e per 72 ore, allenterà la sua pressione militare
sui territori. Le truppe verranno gradualmente dislocate fuori dalle città palestinesi
il cui controllo verrà affidato alle forze di polizia locale e verrà permesso
agli osservatori internazionali di accedere alla Striscia di Gaza.
Fino ad oggi le restrizioni alla libertà di movimento sono continuate, sia ai
danni dei comuni cittadini sia nei confronti dei candidati alle elezioni. Durante
le ultime settimane si sono segnalati diversi casi di politici trattenuti e talvolta
malmenati presso dei check point che intendevano attraversare per fare campagna
elettorale. Il candidato che è stato maggiormente ostacolato è stato l'indipendente
Mustafa Barghuti, che i sondaggi indicano come potenziale sorpresa, con il 22
per cento delle preferenze alle spalle di Abu Mazen, il favoritissimo candidato
di al-Fatah, col 65 per cento .
Gerusalemme Est. Mustafa Barghuti, cugino alla lontana dell'altro leader di Fatah, Marwan Barghuti,
è
stato arrestato anche ieri a Gerusalemme mentre tentava di recarsi alla Spianata
delle Moschee, terzo luogo santo ai musulmani e simbolo della seconda intifada.
Per lui, si tratta del terzo fermo di polizia in poche settimane.
La libertà di movimento è stata ostacolata soprattutto a Gerusalemme, dove in
precedenza era stato arrestato anche Bassam al-Salahi, candidato del Communist
People's Party e dove lo stesso Abu Mazen aveva rinunciato a tenere un comizio
pur disponendo dell'autorizzazione israeliana. La municipalità di Gerusalemme
Est è ancora un territorio conteso, e l'Autorità Palestinese non ha mai cessato
di rivendicarlo come capitale di un futuro stato. A Gerusalemme Est il diritto
di voto è stato concesso a poche migliaia di persone a fronte di oltre cento mila
residenti che per raggiungere gli uffici elettorali dovranno uscire dalla città
santa.
Detenuti. Tra gli esclusi dalla consultazione di domenica ci saranno anche gli otto mila
residenti dei Territori
Occupati attualmente detenuti nelle carceri israeliane, nelle quali Sharon ha
negato il permesso di istituire cabine elettorali. Il ministro dell'autorità penitenziaria
palestinese, Hisham Abdul Razek, si è appellato di fronte all'Alta Corte di Giustizia
israeliana contro la decisione di Sharon ma senza successo. Secondo Razek si tratta
di una decisione discriminatoria nei confronti dei detenuti politici palestinesi
rispetto ai comuni criminali israeliani; i rappresentanti dei prigionieri nel
carcere israeliano di Shikma avevano chiesto di partecipare al voto con una petizione,
scritta in ebraico, in cui affermavano di voler “Contribuire alla costruzione
di uno stato e di una società palestinesi fondati sulla democrazia, il pluralismo
politico e il rispetto per le leggi “.
Zvi Rish, il loro avvocato, ricordava a Sharon che secondo la legge palestinese
i cittadini detenuti nelle carceri palestinesi hanno il diritto di partecipare
alle elezioni e che l'incarcerazione in Israele, illegale secondo le convenzioni
internazionali, non dovrebbe negare tale diritto. L'avvocato Rish faceva notare
che l'istituzione di cabine elettorali nelle carceri non avrebbe provocato alcun
problema di ordine pubblico, visto che annualmente nelle carceri avvengono elezioni
interne. Le autorità israeliane hanno risposto a queste richieste sostenendo che
tale diritto non era stato concesso nemmeno nelle elezioni del 1996, quando però
i detenuti palestinesi erano in numero molto minore. Gideon Ezra, ministro della
sicurezza ha confermato la decisione affermando che “è già stato fatto abbastanza
consentendo ai residenti di Gerusalemme est di votare.”
Quello dei detenuti è un problema molto sensibile perché la maggior parte di
quegli ottomila si trovano in carcere per motivi politici. I casi di arresti di
massa nelle città dei Territori Occupati sono una pratica ricorrente. Le persone
di ogni età che sono agli arresti amministrativi nelle carceri israeliane sono
centinaia. Questi possono essere trattenuti anche per lunghi periodi senza alcuna
comunicazione delle accuse e senza il diritto di mettersi in contatti con famiglia
o avvocati. In solidarietà con i prigionieri si è schierato anche Abu Mazen, che
in un comizio elettorale ha chiesto la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi,
incluso Marwan Barghuti.
Rifugiati. I prigionieri però non saranno gli unici palestinesi che domenica dovranno stare
a guardare, ci
sono anche centinaia di migliaia di rifugiati in Giordania, in Libano e in Siria.
La maggior parte di loro, rifugiati dal 1948, guardano con scetticismo alle elezioni
di domenica. Un recente sondaggio, condotto dall'Associazione Palestinese per
i Diritti Umani sui 350 mila profughi palestinesi in Libano, ha rivelato che tre
quarti degli intervistati sono contrari allo svolgimento di una consultazione
elettorale mentre continua l'Occupazione Israeliana. Lo stesso sondaggio indicava
che il 96 per cento dei rifugiati rifiuta di rinunciare al diritto al ritorno
e il 91 per cento ritiene che Abu Mazen sia inadatto a continuare la lotta per
l'indipendenza palestinese.
Abu Mazen deve aver compreso il peso elettorale che la grande comunità dei rifugiati
potrebbe avere, infatti durante un comizio a Gaza città si è fatto carico anche
delle loro aspettative dichiarando che “Noi non ci scorderemo mai dei diritti
dei rifugiati e nemmeno delle loro sofferenze. Alla fine avranno quello cui hanno
diritto e verrà il giorno in cui i rifugiati potranno ritornare a casa.”
Il tema del diritto al ritorno è stato uno dei cavalli di battaglia del defunto
presidente Arafat. Pur sapendo che Israele non consentirà il rientro dei profughi
e dei loro discendenti, Abu Mazen ha voluto raccogliere il testimone del Raìs
-che sosteneva di essere nato in un campo profughi di Gaza -, ricordando alla
sua gente che anche lui è un rifugiato.