La cifra sembrerebbe ben altro che qualcosa di simbolico: 18.050 fucili, gettati
nella fornace della Siderurgica Nacional (Sideral) di Soamoso, Boyacá. Tutti appartenenti ai paramilitari di estrema
destra che hanno voluto ribadire, così, il loro addio alle armi e il passaggio
a una vita di legalità, pentiti di un passato di sangue e minacce. Ma non sempre
è vero quel che appare e a dubitare della reale portata di un processo di smilitarizzazione
che ha investito migliaia dei temuti paras, incubo dei contadini di tutta la Colombia,
sono in tanti. Come tante sono le denunce di irruzioni e blitz perpetrati da loschi
personaggi che usano le stesse tecniche e gli stessi sistemi contro i soliti civili
inermi, come se niente fosse cambiato.
Non solo Colombia. “I paramilitari continuano a scorrazzare persino qui in Ecuador, su questo lembo
di confine con la Colombia – racconta un contadino, faccia sudata, sguardo deciso
– Noi non crediamo alla smilitarizzazione né al loro pentimento. Noi continuiamo
ad aver paura. Quella è gente che non scherza. Ed è troppo invischiata con i militari,
con i quali si scambiano persino le divise e le identità. Hanno troppi interessi
in ballo, non lasceranno mai veramente le armi”.
E dello stesso avviso sono i parenti delle migliaia di vittime, molte delle quali
ritrovate in fosse comuni scavate dagli stessi paras per raccogliere la montagna di morti ammazzati durante le loro scorribande. Che
hanno sempre un solo obiettivo: gestirsi i loro affari, legati al mercato degli
stupefacenti e al contrabbando, ma anche alle ricchezze minerarie colombiane,
senza occhi indiscreti e concorrenti. Quindi, più che la lotta contro i guerriglieri
di estrema sinistra mascherata da connotati ideologici, è la guerra per il dio
denaro a spingerli contro tutto e tutti. Famiglie contadine comprese, che magari
hanno la colpa di vivere in zone di coltivazioni di coca, quindi importanti da
tenere sotto controllo. E chi sgarra muore. Specialmente se sgarrare significa
anche solo simpatizzare per la guerriglia.
In lacrime. Alla cerimonia di sabato erano presenti alcuni familiari di persone ammazzate
dai paramilitari, invitati dalla Commissione nazionale di riparazione e riconciliazione
(Cnrr) che ha organizzato l'evento. Alcuni di loro hanno accettato di lanciare
personalmente nella fornace gli Ak-47 degli smobilitati. Ma nessuno ha voluto
stringere le mani a quel gruppo di paras lì riuniti, messi in fila davanti a loro,
occhi negli occhi.
Un'anziana donna non ha resistito: piangeva mentre lanciava nella fornace quel
fucile. Se l'era ripromesso di essere forte, per suo marito, ucciso proprio da
una di quelle armi nella Colombia del sud.
A denti stretti e compostamente, i 34 parenti delle vittime presenti hanno assistito
all'atto, frenando l'universo di sentimenti contrastanti che li attraversava.
“Le vittime esigono verità, giustizia, riparazione e la garanzia che tutto questo
non si ripeta”, ha spiegato Pizarro, che crede fermamente in questa cerimonia
simbolica: fondere le armi, “affinché non tornino più a maneggiarle e a far danni”.
Sorrisi. Davanti alla commozione dei parenti, i sorrisi degli ex. Fra i 47 presenti,
Eric Salazar e Carlos Andrés Zapata, che hanno abbandonato le armi il 7 febbraio
del 2006 a Las Mercedes (Antioquia). Militavano nel fronte Clestino Montilla,
delle Autodifese unite contadine del Magdalena Medio. Zapata aveva militato anche
nel blocco Metro, che operava nella zona di Medellin. “Sul monte il fucile è come
la sposa. Uno se lo porta sempre dietro, dorme con lui, lo olia. Lo accarezza
più di quanto coccoli la moglie”, hanno raccontato al giornale El Tiempo. Sarà
per questo che è poi così difficile, per la maggior parte di loro, cambiar vita,
restare nella legalità, concepire un modo alternativo di approccio alla vita.
E che è invece tanto semplice tornare a indossare una mimetica e ricominciare
a vivere in branco, a scorrazzare nella notte e ad abbracciare l'inseparabile
fucile.