18/12/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Colombia, 18.050 fucili nella fornace per ribadire il no alle armi
 
La cifra sembrerebbe ben altro che qualcosa di simbolico: 18.050 fucili, gettati nella fornace della Siderurgica Nacional (Sideral) di Soamoso, Boyacá. Tutti appartenenti ai paramilitari di estrema destra che hanno voluto ribadire, così, il loro addio alle armi e il passaggio a una vita di legalità, pentiti di un passato di sangue e minacce. Ma non sempre è vero quel che appare e a dubitare della reale portata di un processo di smilitarizzazione che ha investito migliaia dei temuti paras, incubo dei contadini di tutta la Colombia, sono in tanti. Come tante sono le denunce di irruzioni e blitz perpetrati da loschi personaggi che usano le stesse tecniche e gli stessi sistemi contro i soliti civili inermi, come se niente fosse cambiato.

Fucili nella fornaceNon solo Colombia. “I paramilitari continuano a scorrazzare persino qui in Ecuador, su questo lembo di confine con la Colombia – racconta un contadino, faccia sudata, sguardo deciso – Noi non crediamo alla smilitarizzazione né al loro pentimento. Noi continuiamo ad aver paura. Quella è gente che non scherza. Ed è troppo invischiata con i militari, con i quali si scambiano persino le divise e le identità. Hanno troppi interessi in ballo, non lasceranno mai veramente le armi”.
E dello stesso avviso sono i parenti delle migliaia di vittime, molte delle quali ritrovate in fosse comuni scavate dagli stessi paras per raccogliere la montagna di morti ammazzati durante le loro scorribande. Che hanno sempre un solo obiettivo: gestirsi i loro affari, legati al mercato degli stupefacenti e al contrabbando, ma anche alle ricchezze minerarie colombiane, senza occhi indiscreti e concorrenti. Quindi, più che la lotta contro i guerriglieri di estrema sinistra mascherata da connotati ideologici, è la guerra per il dio denaro a spingerli contro tutto e tutti. Famiglie contadine comprese, che magari hanno la colpa di vivere in zone di coltivazioni di coca, quindi importanti da tenere sotto controllo. E chi sgarra muore. Specialmente se sgarrare significa anche solo simpatizzare per la guerriglia.

armiIn lacrime. Alla cerimonia di sabato erano presenti alcuni familiari di persone ammazzate dai paramilitari, invitati dalla Commissione nazionale di riparazione e riconciliazione (Cnrr) che ha organizzato l'evento. Alcuni di loro hanno accettato di lanciare personalmente nella fornace gli Ak-47 degli smobilitati. Ma nessuno ha voluto stringere le mani a quel gruppo di paras lì riuniti, messi in fila davanti a loro, occhi negli occhi.
Un'anziana donna non ha resistito: piangeva mentre lanciava nella fornace quel fucile. Se l'era ripromesso di essere forte, per suo marito, ucciso proprio da una di quelle armi nella Colombia del sud.
A denti stretti e compostamente, i 34 parenti delle vittime presenti hanno assistito all'atto, frenando l'universo di sentimenti contrastanti che li attraversava. “Le vittime esigono verità, giustizia, riparazione e la garanzia che tutto questo non si ripeta”, ha spiegato Pizarro, che crede fermamente in questa cerimonia simbolica: fondere le armi, “affinché non tornino più a maneggiarle e a far danni”.

paramilitariSorrisi. Davanti alla commozione dei parenti, i sorrisi degli ex. Fra i 47 presenti, Eric Salazar e Carlos Andrés Zapata, che hanno abbandonato le armi il 7 febbraio del 2006 a Las Mercedes (Antioquia). Militavano nel fronte Clestino Montilla, delle Autodifese unite contadine del Magdalena Medio. Zapata aveva militato anche nel blocco Metro, che operava nella zona di Medellin. “Sul monte il fucile è come la sposa. Uno se lo porta sempre dietro, dorme con lui, lo olia. Lo accarezza più di quanto coccoli la moglie”, hanno raccontato al giornale El Tiempo. Sarà per questo che è poi così difficile, per la maggior parte di loro, cambiar vita, restare nella legalità, concepire un modo alternativo di approccio alla vita. E che è invece tanto semplice tornare a indossare una mimetica e ricominciare a vivere in branco, a scorrazzare nella notte e ad abbracciare l'inseparabile fucile.

Stella Spinelli

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