Scritto
per noi da
Milena Nebbia
Gaza
City-E’ un po’ come avere a che fare con lo sciopero dei
camionisti di questi giorni in Italia. Non entra più benzina,
i generi alimentari iniziano a scarseggiare, i rifiuti non vengono
smaltiti, le consegne dei farmaci rallentano. Però invece che
l’emergenza di un paio di giorni, è quella di mesi, che
porta al deteriorarsi delle condizioni di vita e getta la popolazione
nella prostrazione totale e alimenta la rabbia. Siamo nella Striscia
di Gaza, che da quando è stata dichiarata da Israele “entità
ostile” a seguito alla vittoria di Hamas nel giugno 2007, è
stata sottoposta ad un assedio senza precedenti con il blocco delle
merci al valico di Karni, i tagli alla fornitura di energia
elettrica, ai rifornimenti di carburante e alla possibilità di
movimento della popolazione.

Il
weekly report del Palestinian Centre for Human Rights
(
www.pchrgaza.org)
riporta che la settimana scorsa un paziente palestinese è
morto al valico di Erez mentre aspettava di avere il permesso di
attraversarlo per arrivare ad un ospedale israeliano. Un paio di
giorni fa una donna è morta nell’ospedale di Gaza con il suo
bambino appena nato, mentre era in attesa del permesso di
trasferimento in Israele per cure mediche. Le sale operatorie
dell’ospedale principale di Gaza lavorano a ritmi ridottissimi a
causa della mancanza di gas medici, che le autorità israeliane
non consentono di importare. L’embargo è stato posto su di
un numero elevatissimo di articoli di prodotti di base. I prezzi sono
schizzati alle stelle. “Attualmente passano 15 tipologie di
prodotti rispetto ai 1.300 precedenti – conferma Eyad Sarraj,
Presidente della Scuola Internazionale Americana a Gaza e tra gli
organizzatori della campagna “End the Siege in Gaza”
(www.end-gaza-siege.ps) per la fine dell’assedio nella Striscia di
Gaza. “Israele ha di molto ridotto il numero di persone che possono
passare ai valichi – dice nell’incontro con la delegazione del
movimento “Donne in nero” - qui abbiamo la nostra coordinatrice,
Rania, 34 anni, che stava cercando di passare il check point, le
hanno chiesto il numero di telefono, lei ha rifiutato e non è
passata e non potrà più passare, un mio amico ha
dovuto assistere in videoconferenza alle nozze della figlia a Rafah.

Tra i prodotti non permessi ci sono anche il caffè, il the, le
sigarette, l’acqua persino, noi attualmente viviamo con gli stock.
Non ci sono pezzi di ricambio per computer, materiale da costruzione,
mancano i ricambi per i macchinari per la dialisi, le lastre per le
radiografie, i medicinali per il cancro e la possibilità per
le persone di andarsi a curarsi fuori. Poi ci sono gli studenti che
non possono andare in Israele a studiare. Ci sono uomini che lavorano
qui e hanno la famiglia in Egitto e non possono più passare
dal valico di Rafah. A causa della mancanza di materiali le fabbriche
chiudono, la disoccupazione è al 35%, il 70% della popolazione
è sotto il livello di povertà con entrate di meno di 2
dollari al giorno, il 45% è sotto un dollaro e quaranta.. Gli
israeliani hanno deciso di abbattere Hamas e anche tutte le donazioni
americane sono state deviate sulla Cisgiordania. Ad esempio io
insegno all’American School e abbiamo bisogno di fondi per le borse
di studio. Loro vogliono che Gaza diventi totalmente dipendente
impedendo lo sviluppo delle attività. Israele, con l’appoggio
di Nazioni Unite e Europa, non ha riconosciuto la vittoria di Hamas,
eppure nelle elezioni del 2006 Jimmy Carter è stato testimone
che sono state elezioni democratiche che quindi dovevano essere
giudicate valide. Purtroppo anche Ramallah, cioè Abu Mazen,
sta favorendo l’assedio. Ad esempio il cibo, i medicinali e la
benzina che devono entrare a Gaza hanno bisogno del timbro di
Ramallah. In questo modo naturalmente si vuole boicottare Hamas. Ma
chi paga le conseguenze di questo è la popolazione.
L’obiettivo è che Gaza diventi totalmente dipendente
impedendo lo sviluppo delle attività. Non ci possono più
essere contati con l’Egitto, la Giordania, la Mauritania… il
settore privato è completamente bloccato, ma in questo modo
si compromette anche lo sviluppo successivo del paese, se si perde
l’abilità al lavoro, cosa puoi fare, già ci sono due
generazioni di giovani che stanno studiando poco, questo non fa che
aumentare il reclutamento nelle file terroristiche. Si vuole far
passare Gaza come caso umanitario, mentre è un caso politico. Rispetto poi alla
questione della sicurezza, all’estero Gaza è
vista come un posto molto insicuro, sicuramente c’è un
generale senso di insicurezza, ma bisogna dire che Hamas, di cui
naturalmente contestiamo i metodi terroristici, le violenze, le
uccisioni, gli attentati, le torture, gli imprigionamenti… riesce a
garantire più sicurezza”.
Cosa
si propone la campagna palestinese e internazionale per la fine
dell’assedio a Gaza?
“Si
tratta di una campagna umanitaria “non di parte” per fare
pressione sul governo israeliano al fine di abolire l’assedio
imposto alla popolazione di Gaza. Rappresentanti della società
civile, associazioni di imprenditori, intellettuali, accademici,
donne attiviste guidati dall’impegno per la pace e il rispetto
della dignità umana, cercheranno di mobilitare gli sforzi di
varie organizzazioni della comunità internazionale e dei
governi per fermare il boicottaggio di Gaza. Siamo di fronte ad
un’aperta violazione della Convenzione di Ginevra perché le
occupazioni dovrebbero sempre garantire il rispetto dei diritti umani
della popolazione civile, ma in questo modo si stanno violando.
Rispetto a ciò abbiamo iniziato ad intraprendere azioni
legali: il primo passaggio è stato portare la questione
davanti alla Corte suprema israeliana che ci aveva garantito che
avrebbero fatto qualcosa, poi si poteva portare la questione davanti
alla Corte internazionale, ma bisognerebbe essere uno stato e noi non
lo siamo, altra ipotesi sarebbe il ricorso all’Onu, l’Assemblea
Generale delle Nazioni Unite, dove il rappresentante sarebbe l’Olp,
ma l’Olp in questo momento sta favorendo l’assedio, quindi
l’unica possibilità sarebbe di farlo attraverso la Lega
Araba” .
Quali
sono le vostre strategie d’azione?
“Noi
siamo dei palestinesi pacifisti che insieme a israeliani pacifisti ci
muoveremo affinchè si possa fare pressione sui parlamentari
internazionali, i media…Abbiamo fatto la settimana scorsa una video
conferenza con i rappresentanti israeliani delle associazioni
pacifiste Gisha, Ta’ Ayush, B’Tselem, Peacenow, Phisician for
women rights per un piano d’azione comune. Abbiamo deciso di
preparare un container con cibo e medicine accompagnato al passaggio
di Karni a sud di Gaza, il varco per le merci, da un centinaio di
pacifisti e altrettanti dall’altra parte del check point in modo
dimostrativo. Poi
organizzeremo meeting, incontri di solidarietà che avranno
luogo non solo a Gaza, ma anche a Tel Aviv, Ramallah e diverse città
del mondo. Ci sarà poi un evento rilevante a maggio con
l’arrivo a Gaza di 120 attivisti per i diritti umani inclusi i
vincitori del Premio Nobel per la pace su una nave proveniente da
Cipro. Questa iniziativa sarà intitolta “giornata per la
libertà di movimento di Gaza” ed è organizzata dal
gruppo “Free Gaza” negli Usa”.