17/12/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Incontro con gli organizzatori della campagna per la fine dell'assedio su Gaza
Scritto per noi da
Milena Nebbia
 
Gaza City-E’ un po’ come avere a che fare con lo sciopero dei camionisti di questi giorni in Italia. Non entra più benzina, i generi alimentari iniziano a scarseggiare, i rifiuti non vengono smaltiti, le consegne dei farmaci rallentano. Però invece che l’emergenza di un paio di giorni, è quella di mesi, che porta al deteriorarsi delle condizioni di vita e getta la popolazione nella prostrazione totale e alimenta la rabbia. Siamo nella Striscia di Gaza, che da quando è stata dichiarata da Israele “entità ostile” a seguito alla vittoria di Hamas nel giugno 2007, è stata sottoposta ad un assedio senza precedenti con il blocco delle merci al valico di Karni, i tagli alla fornitura di energia elettrica, ai rifornimenti di carburante e alla possibilità di movimento della popolazione.

Foto di Milena NebbiaIl weekly report del Palestinian Centre for Human Rights (www.pchrgaza.org) riporta che la settimana scorsa un paziente palestinese è morto al valico di Erez mentre aspettava di avere il permesso di attraversarlo per arrivare ad un ospedale israeliano. Un paio di giorni fa una donna è morta nell’ospedale di Gaza con il suo bambino appena nato, mentre era in attesa del permesso di trasferimento in Israele per cure mediche. Le sale operatorie dell’ospedale principale di Gaza lavorano a ritmi ridottissimi a causa della mancanza di gas medici, che le autorità israeliane non consentono di importare. L’embargo è stato posto su di un numero elevatissimo di articoli di prodotti di base. I prezzi sono schizzati alle stelle. “Attualmente passano 15 tipologie di prodotti rispetto ai 1.300 precedenti – conferma Eyad Sarraj, Presidente della Scuola Internazionale Americana a Gaza e tra gli organizzatori della campagna “End the Siege in Gaza” (www.end-gaza-siege.ps) per la fine dell’assedio nella Striscia di Gaza. “Israele ha di molto ridotto il numero di persone che possono passare ai valichi – dice nell’incontro con la delegazione del movimento “Donne in nero” - qui abbiamo la nostra coordinatrice, Rania, 34 anni, che stava cercando di passare il check point, le hanno chiesto il numero di telefono, lei ha rifiutato e non è passata e non potrà più passare, un mio amico ha dovuto assistere in videoconferenza alle nozze della figlia a Rafah.
 
Foto di Milena Nebbia Tra i prodotti non permessi ci sono anche il caffè, il the, le sigarette, l’acqua persino, noi attualmente viviamo con gli stock. Non ci sono pezzi di ricambio per computer, materiale da costruzione, mancano i ricambi per i macchinari per la dialisi, le lastre per le radiografie, i medicinali per il cancro e la possibilità per le persone di andarsi a curarsi fuori. Poi ci sono gli studenti che non possono andare in Israele a studiare. Ci sono uomini che lavorano qui e hanno la famiglia in Egitto e non possono più passare dal valico di Rafah. A causa della mancanza di materiali le fabbriche chiudono, la disoccupazione è al 35%, il 70% della popolazione è sotto il livello di povertà con entrate di meno di 2 dollari al giorno, il 45% è sotto un dollaro e quaranta.. Gli israeliani hanno deciso di abbattere Hamas e anche tutte le donazioni americane sono state deviate sulla Cisgiordania. Ad esempio io insegno all’American School e abbiamo bisogno di fondi per le borse di studio. Loro vogliono che Gaza diventi totalmente dipendente impedendo lo sviluppo delle attività. Israele, con l’appoggio di Nazioni Unite e Europa, non ha riconosciuto la vittoria di Hamas, eppure nelle elezioni del 2006 Jimmy Carter è stato testimone che sono state elezioni democratiche che quindi dovevano essere giudicate valide. Purtroppo anche Ramallah, cioè Abu Mazen, sta favorendo l’assedio. Ad esempio il cibo, i medicinali e la benzina che devono entrare a Gaza hanno bisogno del timbro di Ramallah. In questo modo naturalmente si vuole boicottare Hamas. Ma chi paga le conseguenze di questo è la popolazione. L’obiettivo è che Gaza diventi totalmente dipendente impedendo lo sviluppo delle attività. Non ci possono più essere contati con l’Egitto, la Giordania, la Mauritania… il settore privato è completamente bloccato, ma in questo modo si compromette anche lo sviluppo successivo del paese, se si perde l’abilità al lavoro, cosa puoi fare, già ci sono due generazioni di giovani che stanno studiando poco, questo non fa che aumentare il reclutamento nelle file terroristiche. Si vuole far passare Gaza come caso umanitario, mentre è un caso politico. Rispetto poi alla questione della sicurezza, all’estero Gaza è vista come un posto molto insicuro, sicuramente c’è un generale senso di insicurezza, ma bisogna dire che Hamas, di cui naturalmente contestiamo i metodi terroristici, le violenze, le uccisioni, gli attentati, le torture, gli imprigionamenti… riesce a garantire più sicurezza”.

Foto di Milena NebbiaCosa si propone la campagna palestinese e internazionale per la fine dell’assedio a Gaza?
“Si tratta di una campagna umanitaria “non di parte” per fare pressione sul governo israeliano al fine di abolire l’assedio imposto alla popolazione di Gaza. Rappresentanti della società civile, associazioni di imprenditori, intellettuali, accademici, donne attiviste guidati dall’impegno per la pace e il rispetto della dignità umana, cercheranno di mobilitare gli sforzi di varie organizzazioni della comunità internazionale e dei governi per fermare il boicottaggio di Gaza. Siamo di fronte ad un’aperta violazione della Convenzione di Ginevra perché le occupazioni dovrebbero sempre garantire il rispetto dei diritti umani della popolazione civile, ma in questo modo si stanno violando. Rispetto a ciò abbiamo iniziato ad intraprendere azioni legali: il primo passaggio è stato portare la questione davanti alla Corte suprema israeliana che ci aveva garantito che avrebbero fatto qualcosa, poi si poteva portare la questione davanti alla Corte internazionale, ma bisognerebbe essere uno stato e noi non lo siamo, altra ipotesi sarebbe il ricorso all’Onu, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dove il rappresentante sarebbe l’Olp, ma l’Olp in questo momento sta favorendo l’assedio, quindi l’unica possibilità sarebbe di farlo attraverso la Lega Araba” .

Quali sono le vostre strategie d’azione?
“Noi siamo dei palestinesi pacifisti che insieme a israeliani pacifisti ci muoveremo affinchè si possa fare pressione sui parlamentari internazionali, i media…Abbiamo fatto la settimana scorsa una video conferenza con i rappresentanti israeliani delle associazioni pacifiste Gisha, Ta’ Ayush, B’Tselem, Peacenow, Phisician for women rights per un piano d’azione comune. Abbiamo deciso di preparare un container con cibo e medicine accompagnato al passaggio di Karni a sud di Gaza, il varco per le merci, da un centinaio di pacifisti e altrettanti dall’altra parte del check point in modo dimostrativo. Poi organizzeremo meeting, incontri di solidarietà che avranno luogo non solo a Gaza, ma anche a Tel Aviv, Ramallah e diverse città del mondo. Ci sarà poi un evento rilevante a maggio con l’arrivo a Gaza di 120 attivisti per i diritti umani inclusi i vincitori del Premio Nobel per la pace su una nave proveniente da Cipro. Questa iniziativa sarà intitolta “giornata per la libertà di movimento di Gaza” ed è organizzata dal gruppo “Free Gaza” negli Usa”.
 
Parole chiave: Gaza, embargo, sarraj
Categoria: Guerra, Popoli
Luogo: Israele - Palestina