21/01/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Spopolano a Baghdad i cantanti che invocano la Guerra Santa
locandina di un concerto di un musicista iracheno a new york“L’America è venuta e ha occupato Baghdad. I combattenti e il popolo hanno armi e munizioni. Andate a combattere gridando con forza il nome dell’unico Dio”. Queste parole non sono tratte dall’ultimo video di Osama bin Laden, ma vengono da un brano di Sabah al-Jenabi, cantante dalla voce suadente che non sfigurerebbe sul mercato musicale occidentale.
 
Per le strade di Baghdad, Felluja, Ramadi e delle altre città irachene, su tante bancarelle che affollano i mercatini che spuntano da tutte le parti, i cd e le cassette di Jenabi vanno a ruba. Come per le registrazioni pirata dei cantanti neomelodici napoletani, un veloce passaparola ha reso queste incisioni famosissime. La qualità del suono non è la migliore possibile, ma i testi si capiscono benissimo.
 
L’opposizione armata irachena abbatte un elicottero statunitense nella zona di Felluja? Tempo una settimana e l’istancabile Jenabi incide Triangolo sunnita, brano dove si sottolinea con cura, in un dialetto arabo comprensibile solo in quella zona, come “l’uomo di Felluja sia un duro, che paralizza l’America con le sue granate. Mio Dio proteggi l’uomo di Felluja dai loro aeroplani”.
 
“Adoro la sua musica e i suoi testi. Non so spiegare perché, non sono d’accordo con tutto quello che dice, ma adoro ascoltarlo” dice Ahmed Hussein, uno sciita che ascolta le canzoni di Jenabi in macchina, a tutto volume, come se fosse un cantante rock.
 
I testi sono estremamente attuali, ma le musiche sono quelle di secolari melodie religiose chiamate lodi. Derivano dalla tradizione sufi, corrente mistica dell’Islam, tradizionalmente avversa a qualunque forma di violenza. Sayyed Abdullah Hassani, 36 anni, è un sufi e ha delle lodi un’esperienza infinita. Secondo la tradizione la sua famiglia suona queste preghiere di accompagnamento alla meditazione da trenta generazioni, usando il daf, antico nome del tamburello arabo. Per lui “l’uso politico di queste melodie è assolutamente inappropriato, perché non hanno le credenziali spirituali necessarie all’elevazione dello spirito, passaggio fondamentale per l’utilità di questa musica.” “La jihad la possono proclamare solo i religiosi, non cantanti che utilizzano certi temi solo per il loro profitto.”
 
Il costo di una compilation di Jenabi è di 2000 dinari iracheni, pari a circa 1, 20 euro. Sono tutti autoprodotti, a volte con il nome del negozietto che li vende, altre con il nome del cantante. La vendita è clandestina e Maher al-Ajrari, proprietario di una piccola rivendita di dischi a Felluja, dopo molte resistenze, confessa al cronista del Daily Star, quotidiano libanese, che le incisioni di Jenabi sono il pezzo forte delle vendite. Non si riesce a star dietro alle richieste. La vendita nei negozietti avviene in maniera assolutamente furtiva. Difatti, mentre nei mercatini ci sono meno controlli, un esercizio è facile preda dei controlli ordinati dalle autorità della coalizione.
 
“Ogni sorta di pubblicazione finalizzata all’incitamento dell’odio e della violenza contro la coalizione dev’essere bloccata”, ha dichiarato ai giornalisti Dan Senor, portavoce delle forze militari a Baghdad. Vinto il timore di denunce, il commerciante mostra un magazzino di tutto rispetto. Jenabi è il più famoso, ma non certo l’unico dei cantanti della jihad, come chiamano qui questo genere di artisti. Sayyed al-Hassooni e Abdul Rahman al-Refai sono altri musicisti-predicatori che vanno per la maggiore. Nel negozio di Ajrari c’è materiale per tutti i gusti, perfino un film di denuncia del colonialismo italiano. La storia di Omar Mokhtar, eroe della resistenza libica negli anni ’20, interpretato da Anthony Quinn. In Italia non è stato mai distribuito.
 
Il venditore si schernisce salutando:” io non vendo questa roba per idee politiche, mi guadagno solo il pane per me e la mia famiglia, questa è la musica che tutti comprano.”
“La musica è una parte fondamentale dell’identità irachena”, spiega Fatima Daher al-Rubaie, musicologa dell’Università di Baghdad, “all’inizio era usata solo in riferimento ai riti religiosi, ma progressivamente ha acquisito toni politici”.
 
Lo sanno molto bene gli analisti statunitensi che hanno creato un network radio-televisivo e della carta stampata. Il Pentagono ha assegnato il contratto per la gestione del servizio Radio-Televisivo iracheno (precedentemente conosciuto con il nome di Iraq Media Network, ora ribattezzato al-Iraqiya) alla societa’ statunitense Harris Corp., con sede a Melbourne, in Florida. Il contratto assegnato prevede anche la gestione del quotidiano nazionale iracheno già di Uday Hussein, figlio di Saddam.
 
Il valore del contratto è di novantasei miliardi di dollari e avrà la durata di un anno, ha dichiarato l’amministratore della società Howard Lance a Washington Post .
La Harris Corp. si e’ aggiudicata il contratto in partnership con due altre società: la Lebanese Broadcasting Corp. e la società di telecomunicazioni kuwaitiana Al-Fawares. Mesi fa la televisione al-Iraqiya era stata duramente contestata dalla popolazione civile irachena che accusava il canale tv di diffondere immagini oscene e offensive della morale musulmana.

Christian Elia

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