
“L’America è venuta e ha occupato Baghdad. I combattenti e il popolo hanno armi
e munizioni. Andate a combattere gridando con forza il nome dell’unico Dio”. Queste
parole non sono tratte dall’ultimo video di Osama bin Laden, ma vengono da un
brano di Sabah al-Jenabi, cantante dalla voce suadente che non sfigurerebbe sul
mercato musicale occidentale.
Per le strade di Baghdad, Felluja, Ramadi e delle altre città irachene, su tante
bancarelle che affollano i mercatini che spuntano da tutte le parti, i cd e le
cassette di Jenabi vanno a ruba. Come per le registrazioni pirata dei cantanti
neomelodici napoletani, un veloce passaparola ha reso queste incisioni famosissime.
La qualità del suono non è la migliore possibile, ma i testi si capiscono benissimo.
L’opposizione armata irachena abbatte un elicottero statunitense nella zona di
Felluja? Tempo una settimana e l’istancabile Jenabi incide Triangolo sunnita, brano dove si sottolinea con cura, in un dialetto arabo comprensibile solo
in quella zona, come “l’uomo di Felluja sia un duro, che paralizza l’America con
le sue granate. Mio Dio proteggi l’uomo di Felluja dai loro aeroplani”.
“Adoro la sua musica e i suoi testi. Non so spiegare perché, non sono d’accordo
con tutto quello che dice, ma adoro ascoltarlo” dice Ahmed Hussein, uno sciita
che ascolta le canzoni di Jenabi in macchina, a tutto volume, come se fosse un
cantante rock.
I testi sono estremamente attuali, ma le musiche sono quelle di secolari melodie
religiose chiamate lodi. Derivano dalla tradizione sufi, corrente mistica dell’Islam, tradizionalmente avversa a qualunque forma di violenza.
Sayyed Abdullah Hassani, 36 anni, è un sufi e ha delle lodi un’esperienza infinita.
Secondo la tradizione la sua famiglia suona queste preghiere di accompagnamento
alla meditazione da trenta generazioni, usando il daf, antico nome del tamburello arabo. Per lui “l’uso politico di queste melodie
è assolutamente inappropriato, perché non hanno le credenziali spirituali necessarie
all’elevazione dello spirito, passaggio fondamentale per l’utilità di questa musica.”
“La jihad la possono proclamare solo i religiosi, non cantanti che utilizzano certi temi
solo per il loro profitto.”
Il costo di una compilation di Jenabi è di 2000 dinari iracheni, pari a circa
1, 20 euro. Sono tutti autoprodotti, a volte con il nome del negozietto che li
vende, altre con il nome del cantante. La vendita è clandestina e Maher al-Ajrari,
proprietario di una piccola rivendita di dischi a Felluja, dopo molte resistenze,
confessa al cronista del Daily Star, quotidiano libanese, che le incisioni di Jenabi sono il pezzo forte delle vendite.
Non si riesce a star dietro alle richieste. La vendita nei negozietti avviene
in maniera assolutamente furtiva. Difatti, mentre nei mercatini ci sono meno controlli,
un esercizio è facile preda dei controlli ordinati dalle autorità della coalizione.
“Ogni sorta di pubblicazione finalizzata all’incitamento dell’odio e della violenza
contro la coalizione dev’essere bloccata”, ha dichiarato ai giornalisti Dan Senor,
portavoce delle forze militari a Baghdad. Vinto il timore di denunce, il commerciante
mostra un magazzino di tutto rispetto. Jenabi è il più famoso, ma non certo l’unico
dei cantanti della jihad, come chiamano qui questo genere di artisti. Sayyed al-Hassooni e Abdul Rahman
al-Refai sono altri musicisti-predicatori che vanno per la maggiore. Nel negozio
di Ajrari c’è materiale per tutti i gusti, perfino un film di denuncia del colonialismo
italiano. La storia di Omar Mokhtar, eroe della resistenza libica negli anni ’20,
interpretato da Anthony Quinn. In Italia non è stato mai distribuito.
Il venditore si schernisce salutando:” io non vendo questa roba per idee politiche,
mi guadagno solo il pane per me e la mia famiglia, questa è la musica che tutti
comprano.”
“La musica è una parte fondamentale dell’identità irachena”, spiega Fatima Daher
al-Rubaie, musicologa dell’Università di Baghdad, “all’inizio era usata solo in
riferimento ai riti religiosi, ma progressivamente ha acquisito toni politici”.
Lo sanno molto bene gli analisti statunitensi che hanno creato un network radio-televisivo
e della carta stampata. Il Pentagono ha assegnato il contratto per la gestione
del servizio Radio-Televisivo iracheno (precedentemente conosciuto con il nome
di Iraq Media Network, ora ribattezzato al-Iraqiya) alla societa’ statunitense Harris Corp., con sede a Melbourne, in Florida. Il contratto assegnato prevede anche la
gestione del quotidiano nazionale iracheno già di Uday Hussein, figlio di Saddam.
Il valore del contratto è di novantasei miliardi di dollari e avrà la durata
di un anno, ha dichiarato l’amministratore della società Howard Lance a Washington Post .
La Harris Corp. si e’ aggiudicata il contratto in partnership con due altre società:
la
Lebanese Broadcasting Corp. e la società di telecomunicazioni kuwaitiana
Al-Fawares. Mesi fa la televisione
al-Iraqiya era stata duramente contestata dalla popolazione civile irachena che accusava
il canale tv di diffondere immagini oscene e offensive della morale musulmana.