Nel nord dell'isola sono state uccise 124 persone negli ultimi 6 giorni; 96 erano guerriglieri Tamil
Oltre
120 morti. Scontri quotidiani in diversi distretti srilankesi; da
Vavuniya a Welioya, da Mannar a Mullaitivu, fin a ridosso del capoluogo
del nord Jaffna, nel distretto di Kilaly. La guerra tra Tigri tamil ed esercito
di Colombo dilaga in tutto il nord
dell'isola. E coinvolge anche i civili. Nonostante i richiami
ufficiali della ex potenza coloniale che ha invitato le due parti in
causa a trovare una soluzione diplomatica al conflitto e, comunque, a
non mettere in mezzo chi non indossa una divisa.
Regno
unito. Un richiamo alle due parti è arrivato dalla ex
potenza coloniale che ha imposto il suo dominio all'isola di Ceylon
per tre secoli prima dell'indipendenza. L'ambasciatore Dominick
Chilcott, inviato speciale di Downing Street per la crisi
singalesi-tamil, con il titolo di
British high Commissioner
(Alto Commissario), ha tirato le somme della situazione bellica nel
suo ultimo discorso pubblico a Colombo. Da gennaio lascerà il
paese per la ben più ambita sede di Washington, Dc. Come
accenno più importante, ha ricordato alle due parti di
“minimizzare le perdite tra i civili” nel quadro degli scontri
bellici, considerati ormai inevitabili dall'inviato speciale inglese.
Chilcott ha cassato la possibilità di un accordo qualsiasi tra
esercito di liberazione Tamil e il governo, incitando Colombo a
rivolgere le proprie offerte di limitata autonomia – dentro lo
Stato singalese – ai “settori moderati e democratici della
società Tamil”. L'intuizione di Chilcott è che le
Tigri non vorranno mai abbandonare la soluzione militare, se non fino
all'indipendenza. Una soluzione del tutto esclusa
nel panorama geopolitico della diplomazia britannica. La
preoccupazione inglese, nelle parole dell'ambasciatore, era per le
“conseguenze interne britanniche” del conflitto: un numero
crescente di richiedenti asilo srilankesi, e sempre più
immigrati dell'isola che rimangono nel Regno Unito anche oltre la
scadenza del permesso di soggiorno, pur di non tornare in una terra
di conflitto. “Oltre a questo, il nostro territorio è invaso
da bande Tamil che taglieggiano i propri connazionali per finanziare
la guerriglia”, ha concluso Chilcott, assicurando Colombo che su
territorio inglese si farà di tutto per “impedire la
raccolta fondi a favore della causa dei guerriglieri Tamil”.
Pirapaharan.
Dal canto loro le Tigri si vedono sempre più duramente colpite
dalla campagna bellica di Colombo: solo negli ultimi sei giorni, ci
sono state in media tra le quattro e le cinque battaglie ai quattro
angoli del settentrione tamil. Le Tigri hanno sofferto perdite
intorno alle 100 unità, mentre meno di 10 soldati regolari
sono morti. Ma il leader delle Tigri Velupillai Pirapaharan non ha
intenzione di mollare: nel suo tradizionale discorso di fine novembre,
nel giorno degli Eroi, aveva chiarito che l'unica “possibile
soluzione al conflitto srilankese viene ignorata dallo stato
singalese genocida: una patria Tamil, e il diritto
all'autodeterminazione riconosciuto al popolo Tamil”. L'ultimo
strale del leader ribelle è andato alla comunità
internazionale, accusata di aiutare Colombo. Nessuna meraviglia che
il discorso di Pirapaharan sia stato al centro del commiato dell'Alto
commissario inglese, che ha sottolineato lo scetticismo di
Pirapaharan per una soluzione diplomatica “destinata a fallire”,
bollando le Tigri come un movimento “senza nessuna considerazione
per i diritti umani, che impone il suo dominio con la paura e il
terrore”. Nulla di incoraggiante per chi vorrà perseguire
una soluzione pacifica ad un conflitto iniziato nel 1983, che ha
finora ucciso 70mila persone, di cui 40mila civili.
G.l.U.