
"Tutto questo mi ricorda il comportamento del governo d'Israele dopo la prima
Intifada. Quando consegnarono l'amministrazione dei Territori Occupati all'Autorità
Nazionale Palestinese, con tutte le complesse responsabilità che ne derivavano,
senza che quest'ultima avesse gli strumenti per esercitare il potere. Il fallimento
che ne è derivato ha portato alla seconda Intifada".
Younis Tawfik, scrittore iracheno che vive e lavora a Torino, commenta così gli
ultimi avvenimenti nel suo Paese. Nato a Mosul nel 1958, dopo la laurea in Lettere
e Filosofia lascia l'Iraq nel 1979 e si trasferisce a vivere da esule in Italia.
Oggi che è uno scrittore affermato e gestisce con successo un centro di cultura
islamica a Torino, non dimentica i problemi del popolo iracheno.
"Al governo di Allawi hanno consegnato un Paese sull'orlo del baratro", dice
Tawfik, "una patata bollente. Il nuovo esecutivo si trova a gestire una situazione
grave a livello sicurezza, la situazione economica, la ricostruzione e i debiti
del Paese. Non è così facile".
La priorità resta ovviamente quella della sicurezza e della pacificazione dell'Iraq.
In merito lo scrittore iracheno sottolinea come "sia difficile per Allawi, con
mezzi così scarsi, riportare l'ordine: cosa può fare? Il coprifuoco? la legge
marziale? Ma questo non è l'unico problema. La corrente elettrica, ad esempio
va ripristinata e ho visto alla televisione che i tecnici iracheni stanno facendo
i miracoli, ma è molto dura". "Occorre un intervento della comunità internazionale,
soprattutto dell'Europa", si augura Tawfik, "in soccorso alla popolazione irachena
per affrontare questi problemi".
Almeno adesso la situazione dovrebbe essere più chiara rispetto alla gestione
del potere, o no?
"Un cambiamento è certamente in atto in Iraq. L'anticipo del passaggio di consegne
è un chiaro segnale delle difficoltà che hanno gli statunitensi nel gestire il Paese,
sopratutto dopo i fatti di Abu Ghraib -continua l'intellettuale iracheno- come
se non bastassero gli attentati. Tutto questo ha influito sicuramente, così come
è stata importante la pressione della comunità internazionale. Si vuole dare l'impressione
che le promesse vengono mantenute".
Il problema, però, è quanta reale credibilità abbia il nuovo esecutivo agli occhi
degli iracheni. Tawfik spiega che "non si può ignorare che non tutti gli iracheni
sono convinti da questo cambiamento. Molti sono perplessi. Gli Usa sono ancora
in Iraq e non è stato chiarito quanto a lungo ci resteranno. Con che ruolo e con
che poteri. Molte cose sono ambigue, indefinite. Penso ad esempio ai quasi 30mila
contractors presenti nel Paese. Come saranno gestiti? A chi risponderanno?"
Una situazione difficile e poco chiara. Crede che gli uomini e le donne scelte
per questo delicato compito, cominciando dalla stesso Allawi, siano all'altezza?
"Al momento non si poteva sperare di meglio. Ci sono dei punti interrogativi
sulla figura di Allawi e su tanti altri", spiega Tawfik, "ma il reinserimento
di personaggi che avevano a che fare con l'esercito e il partito Ba'ath è utile. Allawi, al contrario di Chalabi, ha già avuto a che fare con la politica
in Iraq, conosce il Paese. Sradicare il partito significava mettere al bando 7
milioni d'iracheni. Come per il fascismo in Italia. Molti s'iscrivevano per sopravvivere.
La persecuzione dei membri del partito, come lo scioglimento dell'esercito, è
stato un gravissimo errore. Il passato a questo punto conta poco, bisogna giudicare
i risultati e credo che abbia iniziato bene. Non è in una posizione invidiabile:
ha un anno di tempo prima delle elezioni che possono segnarne la fine politica".
Che voci le arrivano da casa, signor Tawfik? "Mosul è particolarmente vittima
di attentati. La gente ha paura, però la situazione comincia a migliorare. Il
cibo non manca, le merci si fanno più sostanziose...qualcosa si muove. Sono arrivati
molti fondi dai Paesi del Golfo, ora tocca a Unione Europea e Stati Uniti rimboccarsi
le maniche. Per la popolazione resta il grande interrogativo dello sfruttamento
del petrolio: chi lo gestirà? Chi ne godrà i proventi? Il futuro è incerto e la
gente vive di speranze. Vogliono sicurezza e ordine. Come dicevo cibo non manca,
ma rimangono serii problemi per la sanità, le infrastrutture, l'elettricità e
l'acqua potabile. Un altro problema grave è quello delle case e dei negozi distrutti
dalla guerra tra Usa e guerriglia".
Che idea si è fatto della resistenza o guerriglia irachena?
"Bisogna distinguere. In questo momento in Iraq agiscono tre forze: terrorismo
internazionale, resistenza e banditismo", sostiene lo scrittore, "il terrorismo
è invisibile, gli operativi appartengono ad al-Qaeda o meno, e loro agiscono per
destabilizzare il Paese. La resistenza invece si mostra, rilascia interviste,
agisce liberamente con la guerriglia di strada. Ha obiettivi politici. Tra di
loro è diverso anche l'armamento. Tra i resistenti ci sono un po' tutti, mentre
i terroristi sono legati a servizi segreti esteri che hanno interessi loro in
Iraq. I banditi invece attaccano per rapire e saccheggiare. La situazione è molto
complessa e diversificata".
Per chiudere, cosa ne pensa della proposta di pena capitale per Saddam Hussein?
"Saddam merita la morte, ma cosa cambierà questo della tragedia irachena? I morti
non risorgono e non è l'inizio che vogliamo per il nuovo Iraq".