11/12/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Si scava ancora tra le macerie del Palazzo Costituzionale, per ora le vittime sono 67
Elicotteri sorvolano la capitale algerina e la polizia è schierata per le strade principali, mentre la protezione civile sta cercando superstiti tra le macerie. Algeri è sconvolta dal doppio attentato di questa mattina e sta ancora cercando di comprendere cosa sia realmente accaduto.

Danni al Palazzo CostituzionaleI fatti. Quel che si sa ora è che questa mattina, verso le nove, un'auto carica di esplosivo è saltata in aria ad Algeri, nel quartiere di Ben Aknoun, vicino alla sede della Corte Suprema. La deflagrazione ha investito un autobus pieno di studenti e provocato, a quanto riferiscono testimoni, almeno 27 morti. Una decina di minuti dopo un'altra esplosione, ancora più potente -non si sa ancora se un ordigno o un attentatore suicida-, ha demolito il Palazzo Costituzionale danneggiando anche la sede dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite, nel quartiere di Hydra, una delle zone più ricche -e protette- della capitale. In questo caso si parla di una quindicina di morti. Stando alle fonti ospedaliere, le vittime sarebbero in totale sessantasette, e i feriti più o meno cento. Ci sarebbero anche una dozzina di dispersi stranieri tra il personale Onu. Diverso il bilancio fornito dal ministero degli Interni, secondo cui le vittime sarebbero sedici e i feriti una sessantina. Le ricerche tra le macerie sono ancora in corso.

Indici puntati su Al Qaeda. Al momento gli attacchi non sono stati rivendicati ma, mentre le Nazioni Unite, la Commissione Europea e la Lega Araba condannano l'episodio, implicitamente tutti gli indici sono puntati contro Al Qaeda in Maghreb, il gruppo islamico algerino, nuova denominazione del Gspc, il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento. Al Qaeda in Maghreb è attivo dallo scorso gennaio e ha già associato il suo nome a diversi attentati, l'ultimo dei quali era costato altre cinquanta vittime lo scorso settembre. Quale sia il reale grado di affiliazione del gruppo con la rete del terrore di Osama bin Laden non è chiaro, ma negli ultimi messaggi a lui attribuiti lo sceicco ha più volte legittimato la formazione algerina, invitandola a “liberare” il Maghreb dagli stranieri occidentali.

 Dietro gli attentati. “Bisogna comprendere che tutti i movimenti algerini, compresi i terroristi di Al Qaeda, hanno la piena coscienza che i movimenti islamici in Algeria non arriveranno mai al potere” spiega a Peace Reporter il regista algerino Lemnauar Ahmine. “La stragrande maggioranza della popolazione è contraria alla violenza, così come è stata esercitata dal Fis dal 92 fino a ora. Al Qaeda in Maghreb, che discende dal Fis, è attiva da circa un anno e in questo periodo ha cercato disperatamente di terrorizzare la gente per cancellare ogni loro speranza e cambiare il corso intrapreso dal Paese. Ma gli algerini, che hanno imparato la lezione e il significato della morte, non consentiranno mai che i cambiamenti istituzionali avvengano per mezzo della violenza. Al Qaeda in Maghreb va collocato in un contesto leggermente diverso, la loro azione dipende da motivazioni economiche e strategiche legate al contrabbando o alla geopolitica internazionale”.

Perchè sono stati scelti questi obiettivi. “Generalmente puntano a colpire sedi istituzionali e sensibili come quelle di oggi: la Corte Suprema e il Palazzo Costituzionale. É un cambiamento di strategia rispetto alle azioni di metà anni novanta, quando i massacri a sud di Algeri costavano la vita a centinaia di persone, ma, allo stesso tempo, non avevano alcuna eco internazionale. La morte degli algerini non fa notizia, invece la distruzione di un palazzo governativo o di un ente internazionale e la morte di civili stranieri fanno parlare eccome. Gli attacchi alle istituzioni fanno tanto rumore ma non portano consensi ai gruppi islamici, nemmeno tra la gente che ha scelto di non votare alle scorse elezioni. Lo scontro in questo momento è tra i gruppi islamici e il governo, mentre il prezzo è tutto sulla pelle della popolazione civile, che non crede più nella violenza, ma allo stesso tempo ha perso la fiducia, tanto nella democrazia imposta dal regime, quanto nella lotta armata”.
 

Naoki Tomasini

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