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I fatti. Quel che si sa ora è che questa mattina, verso le nove, un'auto carica di esplosivo
è saltata in aria ad Algeri, nel quartiere di Ben Aknoun, vicino alla sede della
Corte Suprema. La deflagrazione ha investito un autobus pieno di studenti e provocato,
a quanto riferiscono testimoni, almeno 27 morti. Una decina di minuti dopo un'altra
esplosione, ancora più potente -non si sa ancora se un ordigno o un attentatore
suicida-, ha demolito il Palazzo Costituzionale danneggiando anche la sede dell'Alto
Commissariato delle Nazioni Unite, nel quartiere di Hydra, una delle zone più
ricche -e protette- della capitale. In questo caso si parla di una quindicina
di morti. Stando alle fonti ospedaliere, le vittime sarebbero in totale sessantasette,
e i feriti più o meno cento. Ci sarebbero anche una dozzina di dispersi stranieri
tra il personale Onu. Diverso il bilancio fornito dal ministero degli Interni,
secondo cui le vittime sarebbero sedici e i feriti una sessantina. Le ricerche
tra le macerie sono ancora in corso.
Dietro gli attentati. “Bisogna comprendere che tutti i movimenti algerini, compresi i terroristi di
Al Qaeda, hanno la piena coscienza che i movimenti islamici in Algeria non arriveranno
mai al potere” spiega a Peace Reporter il regista algerino Lemnauar Ahmine. “La
stragrande maggioranza della popolazione è contraria alla violenza, così come
è stata esercitata dal Fis dal 92 fino a ora. Al Qaeda in Maghreb, che discende
dal Fis, è attiva da circa un anno e in questo periodo ha cercato disperatamente
di terrorizzare la gente per cancellare ogni loro speranza e cambiare il corso
intrapreso dal Paese. Ma gli algerini, che hanno imparato la lezione e il significato
della morte, non consentiranno mai che i cambiamenti istituzionali avvengano per
mezzo della violenza. Al Qaeda in Maghreb va collocato in un contesto leggermente
diverso, la loro azione dipende da motivazioni economiche e strategiche legate
al contrabbando o alla geopolitica internazionale”.
Perchè sono stati scelti questi obiettivi. “Generalmente puntano a colpire sedi istituzionali e sensibili come quelle di
oggi: la Corte Suprema e il Palazzo Costituzionale. É un cambiamento di strategia
rispetto alle azioni di metà anni novanta, quando i massacri a sud di Algeri costavano
la vita a centinaia di persone, ma, allo stesso tempo, non avevano alcuna eco
internazionale. La morte degli algerini non fa notizia, invece la distruzione
di un palazzo governativo o di un ente internazionale e la morte di civili stranieri
fanno parlare eccome. Gli attacchi alle istituzioni fanno tanto rumore ma non
portano consensi ai gruppi islamici, nemmeno tra la gente che ha scelto di non
votare alle scorse elezioni. Lo scontro in questo momento è tra i gruppi islamici
e il governo, mentre il prezzo è tutto sulla pelle della popolazione civile, che
non crede più nella violenza, ma allo stesso tempo ha perso la fiducia, tanto
nella democrazia imposta dal regime, quanto nella lotta armata”. Naoki Tomasini