Nel giorno più atteso si respira un'ordinaria normalità nella città kosovara divisa dalla guerra
dal nostro inviato
Christian Elia
Mitrovica saluta il giorno che, almeno sulla carta, poteva essere il più importante
della sua storia con una pioggerellina sottile, quella che s’infila nelle ossa
dei serbi e degli albanesi, senza alcuna distinzione.
Il fiume Ibar scorre rancoroso sotto il ponte di mille battaglie, che divide
la parte settentrionale da quella meridionale, due popoli e due mondi
con i suoi cento metri scarsi.
Il ponte sul fiume Ibar. Il borbottio sommesso del fiume, ingrossato dalla pioggia, rende ancora più malinconico
questo grigio lunedì 10 dicembre. Il giorno più atteso, almeno per gli albanesi.
Quello che doveva sancire il fallimento negoziale della comunità internazionale,
impegnata da otto anni in un teatro dell’assurdo. Non c’è mediazione qui, non
dopo quello che è successo o che è stato fatto accadere. Solo l’indipendenza interessa
a una parte, diventata padrona dove ha sempre sofferto di complesso d’inferiorità
e dove ha dovuto abbassare troppe volte la testa. Solo l’orgoglio porta l’altra
parte a non ammettere di aver perduto questa terra
per sempre.
I media, come sempre nei Balcani, sono accorsi in massa per il grande giorno.
Il ponte brulica di giornalisti, fotografi e cameraman che si salutano ammiccanti,
tutti in cuor loro sperando che qualcosa accada, che anche questa volta i sanguinosi
Balcani regalino violenza in quantità industriale da offrire per cena agli spettatori
dei telegiornali. Resteranno delusi, perché non accade niente. L’unica nota di
colore siamo noi
del circo dell’informazione, accorsi numerosi a spintonarci per un’immagine o
una dichiarazione, e i militari del contingente internazionale.
Pakistani, argentini, filippini, italiani, svedesi e mille altri ancora, intabarrati
nelle divise multicolori, a presidiare una violenza che non c’è.
Normalità. Intanto i serbi e gli albanesi, come a voler ostentare la loro indifferenza per
tutto questo, sembrano essersi messi d’accordo, una volta tanto, per rispondere
con una giornata di disarmante normalità alle fisime degli osservatori, in divisa,
in doppiopetto o con un taccuino in mano. Sia nella parte nord che nella parte
sud c’è il solito grigio tirare a campare. Un bar di qua e uno di là dove tutti
fumano, guardando malinconicamente fuori dalla vetrina. Le botteghe dei mercati
o i venditori ambulanti hanno ammassato le loro merci, per l’ennesimo giorno che
alla fine avrà prodotto meno di quello che sarebbe stato necessario.
Ogni luogo ha i suoi simboli, ma si contrappongono fino ad annullarsi, come in
un’espressione matematica a somma zero. Clinton contro Putin, la bandiera Usa
contro quella russa. Simulacri della stessa povertà, della stessa disoccupazione,
delle stesse pensioni da fame.
Tra attesa e rappresaglie. Alla fine hanno avuto ragione loro. Come se già sapessero che la grande attesa
si sarebbe risolta in un nulla di fatto. Dichiarazioni e controdichiarazioni dei
politici, che annunciano come ci vorrà
ancora del tempo. Intanto la gente continua a restare in attesa, non si sa bene
di cosa. I dispetti
tra le parti, con la Serbia che toglie la corrente elettrica a fasi alterne e
gli albanesi che hanno eliminato dove hanno potuto i ripetitori dei cellulari
utilizzati dai serbi, sembrano gli scherzi tristi di un bambino senza fantasia.
Qui molta gente ha sofferto. Molta gente ha causato dolore e ne ha subito. Molti
di loro girano ancora liberi per le strade di Mitrovica. Però la partita che decide
le loro vite non si gioca qui, ma in capitali estere. E ai ragazzi di Mitrovica,
del nord e del sud, non resta che guardare con disillusa
amarezza ai locali nuovi di zecca, tirati su a tempo di record, per sfamare gli
stranieri. Locali che danno l’impressione di non durare a lungo, perché questa
economia dopata dai soldi delle ong, delle organizzazioni internazionali e dei
militari verrebbe giù un minuto dopo la loro partenza. Se gli adulti non l’hanno
ancora capito, a causa di ferite ancora sanguinanti,
l’hanno capito i giovani, a nord e a sud. Non si parlano più, com’è continuato
ad accadere fino a marzo 2004, quando la
violenza sembrava tornata alla ribalta. Ma sono uguali e anche il 10 dicembre
2007 finisce, speso nei bar e nei locali
a bere. Non per dimenticare, ma per sognare che quel dannato ponte, per una volta,
porti in un posto che non sia pieno di problemi.