11/12/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Nel giorno più atteso si respira un'ordinaria normalità nella città kosovara divisa dalla guerra
dal nostro inviato
Christian Elia 

Mitrovica saluta il giorno che, almeno sulla carta, poteva essere il più importante della sua storia con una pioggerellina sottile, quella che s’infila nelle ossa dei serbi e degli albanesi, senza alcuna distinzione.
Il fiume Ibar scorre rancoroso sotto il ponte di mille battaglie, che divide la parte settentrionale da quella meridionale, due popoli e due mondi con i suoi cento metri scarsi.

Civili attraversano il ponte sul fiume Ibar a MitrovicaIl ponte sul fiume Ibar. Il borbottio sommesso del fiume, ingrossato dalla pioggia, rende ancora più malinconico questo grigio lunedì 10 dicembre. Il giorno più atteso, almeno per gli albanesi. Quello che doveva sancire il fallimento negoziale della comunità internazionale, impegnata da otto anni in un teatro dell’assurdo. Non c’è mediazione qui, non dopo quello che è successo o che è stato fatto accadere. Solo l’indipendenza interessa a una parte, diventata padrona dove ha sempre sofferto di complesso d’inferiorità e dove ha dovuto abbassare troppe volte la testa. Solo l’orgoglio porta l’altra parte a non ammettere di aver perduto questa terra per sempre.
I media, come sempre nei Balcani, sono accorsi in massa per il grande giorno. Il ponte brulica di giornalisti, fotografi e cameraman che si salutano ammiccanti, tutti in cuor loro sperando che qualcosa accada, che anche questa volta i sanguinosi Balcani regalino violenza in quantità industriale da offrire per cena agli spettatori dei telegiornali. Resteranno delusi, perché non accade niente. L’unica nota di colore siamo noi del circo dell’informazione, accorsi numerosi a spintonarci per un’immagine o una dichiarazione, e i militari del contingente internazionale. Pakistani, argentini, filippini, italiani, svedesi e mille altri ancora, intabarrati nelle divise multicolori, a presidiare una violenza che non c’è.

Normalità. Intanto i serbi e gli albanesi, come a voler ostentare la loro indifferenza per tutto questo, sembrano essersi messi d’accordo, una volta tanto, per rispondere con una giornata di disarmante normalità alle fisime degli osservatori, in divisa, in doppiopetto o con un taccuino in mano. Sia nella parte nord che nella parte sud c’è il solito grigio tirare a campare. Un bar di qua e uno di là dove tutti fumano, guardando malinconicamente fuori dalla vetrina. Le botteghe dei mercati o i venditori ambulanti hanno ammassato le loro merci, per l’ennesimo giorno che alla fine avrà prodotto meno di quello che sarebbe stato necessario.
Ogni luogo ha i suoi simboli, ma si contrappongono fino ad annullarsi, come in un’espressione matematica a somma zero. Clinton contro Putin, la bandiera Usa contro quella russa. Simulacri della stessa povertà, della stessa disoccupazione, delle stesse pensioni da fame.

Un murales a favore dell'indipendenza del KosovoTra attesa e rappresaglie. Alla fine hanno avuto ragione loro. Come se già sapessero che la grande attesa si sarebbe risolta in un nulla di fatto. Dichiarazioni e controdichiarazioni dei politici, che annunciano come ci vorrà ancora del tempo. Intanto la gente continua a restare in attesa, non si sa bene di cosa. I dispetti tra le parti, con la Serbia che toglie la corrente elettrica a fasi alterne e gli albanesi che hanno eliminato dove hanno potuto i ripetitori dei cellulari utilizzati dai serbi, sembrano gli scherzi tristi di un bambino senza fantasia. Qui molta gente ha sofferto. Molta gente ha causato dolore e ne ha subito. Molti di loro girano ancora liberi per le strade di Mitrovica. Però la partita che decide le loro vite non si gioca qui, ma in capitali estere. E ai ragazzi di Mitrovica, del nord e del sud, non resta che guardare con disillusa amarezza ai locali nuovi di zecca, tirati su a tempo di record, per sfamare gli stranieri. Locali che danno l’impressione di non durare a lungo, perché questa economia dopata dai soldi delle ong, delle organizzazioni internazionali e dei militari verrebbe giù un minuto dopo la loro partenza. Se gli adulti non l’hanno ancora capito, a causa di ferite ancora sanguinanti, l’hanno capito i giovani, a nord e a sud. Non si parlano più, com’è continuato ad accadere fino a marzo 2004, quando la violenza sembrava tornata alla ribalta. Ma sono uguali e anche il 10 dicembre 2007 finisce, speso nei bar e nei locali a bere. Non per dimenticare, ma per sognare che quel dannato ponte, per una volta, porti in un posto che non sia pieno di problemi.