
“Non credo che, quando l’attacco all’Iraq è stato pianificato, si sia tenuta
nella giusta considerazione la complessità culturale di questo Paese.”
Marco Calamai, risponde così quando gli si chiede come sia stato possibile imbarcarsi
nell’occupazione di un grande, complesso Paese, come l’Iraq. Lo sa bene lui, scelto
dal ministero degli Esteri italiano come consigliere speciale della Coalition
Provisional Authority (Cpa), l’amministrazione civile statunitense che doveva
occuparsi del ricostruzione del dopo-guerra, ma questo presuppone che la guerra
sia finita. Calamai si è dimesso il 16 novembre 2003 non senza polemiche, dopo
35 giorni di permanenza a Nassirya, sottolineando come la guerra sia tutt’altro
che finita.
“Avevo da tempo maturato un disagio molto profondo rispetto al modo in cui la
Cpa sta gestendo la ricostruzione e la fase della transizione alla democrazia”,
ha dichiarato Calamai appena arrivato in Italia, “ci sono enormi ritardi ed errori
e questo sta creando un generale scontento nella popolazione irachena, non solo
nelle zone di maggiore conflittualità, come il triangolo sunnita a nord, ma sempre
di più anche in quelle che avevano accolto con entusiasmo le forze della coalizione,
come i territori degli sciiti e in generale nel sud del Paese.”
Dopo quasi cinque mesi, la pensa ancora così?
“Certo, progressi non se ne sono visti. Ovviamente posso parlare per la realtà
che ho conosciuto direttamente, quella sciita”, dice Calamai, “una realtà molto
complessa, dove la figura chiave è quella dell’ayatollah Ali al-Sistani, che con
il suo prestigio personale tiene unite le varie correnti dello sciitismo, ma che
si è esposto in prima persona e che, se le elezioni dirette dovessero tardare,
potrebbe perdere il controllo delle frange più estremiste.”
Rispetto alle condizioni della popolazione civile, invece, riesce a individuare
dei miglioramenti?
“Assolutamente no, i problemi restano gli stessi. La gente non è nelle condizioni
di condurre una vita normale. Acqua, fognature, sanità, energia elettrica, accesso
al minimo necessario per condurre una vita dignitosa restano i problemi principali
da risolvere.” Rispetto alla ricostruzione poi, Calamai sottolinea come “aziende
statunitensi come la Halliburton e la Bechtel hanno goduto dei finanziamenti elargiti
dal Congresso degli Stati Uniti, ma i risultati non si vedono.”
La nomina dell’italiana Barbara Contini come governatore di Nassirya potrebbe
invertire questa tendenza?
“Sulla signora Contini non voglio esprimere giudizi, perché non la conosco direttamente”,
sostiene Calamai, “lei viene dal mondo delle organizzazioni non governative e,
nelle sue prime dichiarazioni, c’era tanto entusiasmo. Poi non si è saputo più
nulla. Il vero problema e che in Iraq esisteva un apparato statale forte che è
stato cancellato dall’oggi al domani, senza sostituirlo con un altro.”
Quindi risultati sul piano della ricostruzione non se ne vedono, ma allora i
soldati italiani cosa ci stanno a fare?
“Il contingente italiano sta partecipando ad un’occupazione militare, né più
né meno. Se non vengono create le condizioni per ristrutturare davvero il Paese,
in Iraq siamo soltanto come un reparto militare.” Il suo Diario da Nassirya resoconto
dell'esperienza in Iraq, come è stato accolto in Italia? "Sinceramente sono colpito
dall'interesse suscitato. Vengo invitato di continuo in posti molto diversi per
raccontare la mia esperienza, i miei dubbi rispetto all'occupazione dell'Iraq.
Un segnale positivo, evidentemente la gente vuole capire come stanno cose."