04/04/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Marco Calamai, ex responsabile a Nassyria
militari usa in iraq“Non credo che, quando l’attacco all’Iraq è stato pianificato, si sia tenuta nella giusta considerazione la complessità culturale di questo Paese.”
Marco Calamai, risponde così quando gli si chiede come sia stato possibile imbarcarsi nell’occupazione di un grande, complesso Paese, come l’Iraq. Lo sa bene lui, scelto dal ministero degli Esteri italiano come consigliere speciale della Coalition Provisional Authority (Cpa), l’amministrazione civile statunitense che doveva occuparsi del ricostruzione del dopo-guerra, ma questo presuppone che la guerra sia finita. Calamai si è dimesso il 16 novembre 2003 non senza polemiche, dopo 35 giorni di permanenza a Nassirya, sottolineando come la guerra sia tutt’altro che finita.
 
“Avevo da tempo maturato un disagio molto profondo rispetto al modo in cui la Cpa sta gestendo la ricostruzione e la fase della transizione alla democrazia”, ha dichiarato Calamai appena arrivato in Italia, “ci sono enormi ritardi ed errori e questo sta creando un generale scontento nella popolazione irachena, non solo nelle zone di maggiore conflittualità, come il triangolo sunnita a nord, ma sempre di più anche in quelle che avevano accolto con entusiasmo le forze della coalizione, come i territori degli sciiti e in generale nel sud del Paese.”
 
Dopo quasi cinque mesi, la pensa ancora così?
“Certo, progressi non se ne sono visti. Ovviamente posso parlare per la realtà che ho conosciuto direttamente, quella sciita”, dice Calamai, “una realtà molto complessa, dove la figura chiave è quella dell’ayatollah Ali al-Sistani, che con il suo prestigio personale tiene unite le varie correnti dello sciitismo, ma che si è esposto in prima persona e che, se le elezioni dirette dovessero tardare, potrebbe perdere il controllo delle frange più estremiste.”
 
Rispetto alle condizioni della popolazione civile, invece, riesce a individuare dei miglioramenti?
“Assolutamente no, i problemi restano gli stessi. La gente non è nelle condizioni di condurre una vita normale. Acqua, fognature, sanità, energia elettrica, accesso al minimo necessario per condurre una vita dignitosa restano i problemi principali da risolvere.” Rispetto alla ricostruzione poi, Calamai sottolinea come “aziende statunitensi come la Halliburton e la Bechtel hanno goduto dei finanziamenti elargiti dal Congresso degli Stati Uniti, ma i risultati non si vedono.”
 
La nomina dell’italiana Barbara Contini come governatore di Nassirya potrebbe invertire questa tendenza?
“Sulla signora Contini non voglio esprimere giudizi, perché non la conosco direttamente”, sostiene Calamai, “lei viene dal mondo delle organizzazioni non governative e, nelle sue prime dichiarazioni, c’era tanto entusiasmo. Poi non si è saputo più nulla. Il vero problema e che in Iraq esisteva un apparato statale forte che è stato cancellato dall’oggi al domani, senza sostituirlo con un altro.”
 
Quindi risultati sul piano della ricostruzione non se ne vedono, ma allora i soldati italiani cosa ci stanno a fare?
“Il contingente italiano sta partecipando ad un’occupazione militare, né più né meno. Se non vengono create le condizioni per ristrutturare davvero il Paese, in Iraq siamo soltanto come un reparto militare.” Il suo Diario da Nassirya resoconto dell'esperienza in Iraq, come è stato accolto in Italia? "Sinceramente sono colpito dall'interesse suscitato. Vengo invitato di continuo in posti molto diversi per raccontare la mia esperienza, i miei dubbi rispetto all'occupazione dell'Iraq. Un segnale positivo, evidentemente la gente vuole capire come stanno cose."

Christian Elia

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