10/12/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Le Nazioni Unite avvertono: la crisi umanitaria a Gaza e prossima alla catastrofe
Un'associazione di docenti di Gaza anuncia che, dal vertice di Annapolis del mese scorso a oggi, le vittime palestinesi nella Striscia di Gaza sono state oltre sessanta. Di queste, trenta erano malati gravi, che non hanno potuto uscire dai confini per ricevere le cure necessarie. Più che le operazioni militari israeliane, però, i palestinesi della Striscia in questi mesi soffrono per la crisi economica causata dalla chiusura dei valichi.

Cibo. L'ennesima conferma della crisi umanitaria a Gaza l'ha fornita oggi il World Food Programme, secondo cui le importazioni di generi alimentari nella Striscia coprono solo il 41 percento del fabbisogno della popolazione locale. Il costo di molti generi essenziali come carne e farina è cresciuto di molto, le esportazioni invece sono a zero. La ragione, sostiene il Wfp, è la chiusura dei valichi da cui passano solo gli aiuti umanitari. É così dalla fine della guerra civile dello scorso giugno: Israele considera le chiusure una reazione al lancio di razzi sul suo territorio e sostiene di non poter gestire i valichi di frontiera assieme a Hamas. Altra conseguenza dell'assedio è la disoccupazione, che colpisce molte delle persone che in passato si recavano a lavorare in Israele. Migliaia di quelle oggi risescono a lavorate solo saltuariamente.

Aiuti. Le chiusure hanno anche l'effetto di abbattere il potere di acquisto dei locali: sempre secondo il World Food Programme, oltre il 60 percento dei palestinesi di Gaza ha ridotto le proprie spese alimentari. Sono sempre più numerose quelle che devono ricorrere all'aiuto delle organizzazioni umanitarie, sia quelle religiose locali che quelle internazionali: il World Food Programme e l'Unrwa (l'organizzazione della Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi ) forniscono aiuti al 70 percento della popolazione. “Il numero delle persone bisognose di aiuto aumenta ogni giorno, mentre la percentuale di persone che siamo in grado di sostenere è bassa” ha spiegato a Irin News un operatore della carità islamica al Falah (in arabo, il contadino). Gli stessi sussidi dell'Unrwa, che giungono con cadenza trimestrale, consistono in riso, farina, olio e zucchero che, a detta di molti locali, non durano più di un mese e mezzo. La gente li usa finché ci sono, poi quando finiscono si indebita con i negozianti di alimentari. É' un meccanismo di sostentamento che spinge la popolazione sempre più giù nella spirale della povertà.

Agricoltura. L'organizzazione delle Nazioni Unite per il Cibo e l'Agricoltura, Fao, stima che dal giugno 2007 le perdite per gli agricoltori palestinesi, che sono un quarto della popolazione, superino i 4 milioni e mezzo di dollari. Il ministero dell'Agricoltura palestinese sostiene però che questa cifra è al ribasso, perché la stagione delle esportazioni in Palestina inizia a novembre, e nei prossimi mesi si attendono perdite per altri 50 milioni di dollari. Secondo un analista della Fao, “A meno che nelle prossime settimane i valichi vangano aperti, sia per le importazioni che per le esportazioni, il settore agricolo della Striscia affronterà una grave catastrofe”.

 Acqua. Alla crisi agricola si aggiungono anche le difficoltà di approvvigionamento idrico (sono 225 mila le persone che non ricevono acqua potabile per i guasti alle pompe) e il tagli da parte di Israele di elettricità e carburante. Queste ultime difficoltà stanno paralizzando la vita del milione e mezzo di abitanti della Striscia: gli ospedali non hanno abbastanza carburante per i generatori elettrici, la mobilità è compromessa dalla scarsità di benzina e anche la raccolta della spazzatura pare essere bloccata. Per le strade si vedono sempre meno auto e taxi. Secondo l'Associazione per proprietari di pompe di benzina di Gaza, il taglio delle forniture di carburante è tale da coprire solo il 20 percento delle richieste di benzina e gasolio. I nuovi tagli sono stati disposti dopo che il governo di Ramallah, avversario di quello di Hamas a Gaza, ha rifiutato di pagare le spese del carburante alla compagnia isrealiana Doron. I distributori hanno reagito con una serie di scioperi che hanno aggravato oltremodo la penuria. La crisi dei carburanti sta anche condizionando le abitudini di molti gazawi, che da qualche mese stanno abbandonando le auto per tornare al mezzo di trasporto usato in Palestina da millenni: gli asini. Molti disoccupati si sono reinventati un lavoro vendendo frutta e verdura porta a porta, con un asino e un carretto. Da giugno a oggi però, anche il prezzo degli asini è salito del sessanta percento, così come il costo per il loro cibo.
 

Naoki Tomasini

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