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Aiuti. Le chiusure
hanno anche l'effetto di abbattere il potere di acquisto dei locali:
sempre secondo il World Food Programme, oltre il 60 percento dei
palestinesi di Gaza ha ridotto le proprie spese alimentari. Sono
sempre più numerose quelle che devono ricorrere all'aiuto
delle organizzazioni umanitarie, sia quelle religiose locali che
quelle internazionali: il World Food Programme e l'Unrwa (l'organizzazione
della Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi ) forniscono aiuti al 70 percento
della popolazione. “Il numero delle persone bisognose di
aiuto aumenta ogni giorno, mentre la percentuale di persone che siamo
in grado di sostenere è bassa” ha spiegato a Irin News un
operatore della carità islamica al Falah (in arabo, il
contadino). Gli stessi sussidi dell'Unrwa, che giungono con cadenza
trimestrale, consistono in riso, farina, olio e zucchero che, a detta
di molti locali, non durano più di un mese e mezzo. La gente
li usa finché ci sono, poi quando finiscono si indebita con i
negozianti di alimentari. É' un meccanismo di sostentamento
che spinge la popolazione sempre più giù nella spirale
della povertà.
Agricoltura.
L'organizzazione delle Nazioni Unite per il Cibo e l'Agricoltura,
Fao, stima che dal giugno 2007 le perdite per gli agricoltori
palestinesi, che sono un quarto della popolazione, superino i 4
milioni e mezzo di dollari. Il ministero dell'Agricoltura palestinese
sostiene però che questa cifra è al ribasso, perché
la stagione delle esportazioni in Palestina inizia a novembre, e nei
prossimi mesi si attendono perdite per altri 50 milioni di dollari.
Secondo un analista della Fao, “A meno che nelle prossime settimane
i valichi vangano aperti, sia per le importazioni che per le
esportazioni, il settore agricolo della Striscia affronterà
una grave catastrofe”.
Acqua. Alla crisi
agricola si aggiungono anche le difficoltà di
approvvigionamento idrico (sono 225 mila le persone che non ricevono
acqua potabile per i guasti alle pompe) e il tagli da parte di
Israele di elettricità e carburante. Queste ultime difficoltà
stanno paralizzando la vita del milione e mezzo di abitanti della
Striscia: gli ospedali non hanno abbastanza carburante per i
generatori elettrici, la mobilità è compromessa dalla
scarsità di benzina e anche la raccolta della spazzatura pare
essere bloccata. Per le strade si vedono sempre meno auto e taxi.
Secondo l'Associazione per proprietari di pompe di benzina di Gaza,
il taglio delle forniture di carburante è tale da coprire solo
il 20 percento delle richieste di benzina e gasolio. I nuovi tagli
sono stati disposti dopo che il governo di Ramallah, avversario di
quello di Hamas a Gaza, ha rifiutato di pagare le spese del
carburante alla compagnia isrealiana Doron. I distributori hanno
reagito con una serie di scioperi che hanno aggravato oltremodo la
penuria. La crisi dei carburanti sta anche condizionando le abitudini
di molti gazawi, che da qualche mese stanno abbandonando le auto per
tornare al mezzo di trasporto usato in Palestina da millenni: gli
asini. Molti disoccupati si sono reinventati un lavoro vendendo
frutta e verdura porta a porta, con un asino e un carretto. Da giugno
a oggi però, anche il prezzo degli asini è salito del
sessanta percento, così come il costo per il loro cibo. Naoki Tomasini