Continua il viaggio......
dal nostro inviato
Christian Elia
Verso sud, direzione Novi Pazar, il centro principale del Sangiaccato. Un nome
da Mille e una Notte, che sembra uscito da un racconto di un certo orientalismo
d’un tempo per raccontare di una regione della Serbia, culla della cristianità
ortodossa, a maggioranza musulmana. C’è anche il Kosovo, dirà qualcuno, ma quella
è un’altra storia.
Stazione degli autobus di Belgrado. All’alba è già un crocevia impazzito di passeggeri, bagagli e pullman in partenza.
La corsa per Novi Pazar costa poco meno di mille dinari, più o meno dieci euro,
che da queste parti non sono pochi, visto che tanto costa un abbonamento mensile
per gli studenti alla rete filotranviaria della capitale. Il viaggio dura più
o meno cinque ore, ma il tempo è relativo, perché lo spazio si dilata nelle fermate
del bus, nelle soste dell’autista alla disperata ricerca di un treno di ruote
per la sua macchina di Belgrado e in una sorta di pausa pranza lungo il cammino.
Nelle soste si scende e si fuma. Magari si sorseggia una Jelen Pivo. Magari qualcuno resta a terra, ma la cosa non sembra preoccupare più di tanto
i viaggiatori.
La strada, poco a poco, comincia a salire. La pianura cede progressivamente il
passo ad alture sempre più ripide e la neve comincia a colorare di un bianco luminoso
gli alberi e i prati.
La campagna è costellata di covi per la paglia, di quelli che si facevano una
volta. Lungo la strada scorre il fiume. Sarebbe anche bello, se non fosse soffocato
da una sorta di muro di plastica. Gli argini e gli alberi che si affacciano sul
fiume sono completamente coperti di buste e bottiglie di plastica, che il fiume
in piena trascina anche nei campi circostanti.
Sangiaccato. Mentre l’occhio è rapito dalle cime innevate e dai boschi, all’improvviso, spunta
il primo minareto. Ed ecco che comincia, per davvero, il Sangiaccato. Che deve
il suo nome alle vecchie divisioni amministrative dell’impero ottomano, nome sopravvissuto
alle Guerre balcaniche prima e ai conflitti mondiali dopo. Durante la Seconda
Guerra mondiale
le truppe italiane lo occuparono per un po’, ma andarono via presto.
Le moschee e i tetti ispirati all’architettura islamica s’infittiscono mentre
si arriva a Novi Pazar. La città è un dedalo polveroso di viuzze, che ruotano
attorno alla piazza principale. Il commercio attorno al quale gira tutta l’economia
locale sembra essere quello dell’abbigliamento e dell’accessorio in pelle. Borse,
scarpe e cinture in quantità industriale. Da sempre Novi Pazar è la capitale della
contraffazione e, secondo molti, continua difendere il suo primato.
Nei piccoli locali affollati si consuma tè e caffè alla turca, in una nube tossica
di fumo. Nei locali, dove i forni funzionano a ciclo continuo, si preparano gustosi
cevapi , salsicce speziate di manzo, e mantije, bocconi di pastasfoglia ripieni di carne. L’odore è invitante, ma tanta gente
si muove rapida verso il palazzetto dello sport della città. Oggi è un giorno
importante: c’è la cerimonia pubblica con la quale la comunità della città saluta
i pellegrini in partenza per la Mecca.
La struttura è piena di ogni ordine di posti. Subito fuori dal recinto del palazzetto, in disparte, ci sono un paio di gruppi
di poliziotti che controllano il via vai dalla manifestazione. Dentro uomini e
donne siedono separati, ma sono davvero poche le donne a capo coperto e, anche
durante la preghiera, in molti fumano liberamente. Le barbe lunghe sono poche.
Ma in realtà questa è solo una delle due cerimonie che si sono tenute in città.
Tutte e due identiche, con la preghiera, i discorsi e la lettura dell’elenco dei
fedeli che si accingono ad affrontare il lungo viaggio.
Questo perché , da qualche tempo a questa parte, la comunità islamica di Novi
Pazar e di tutto il Sangiaccato è spaccata in due. Il Gran Muftì, guida dei fedeli,
al potere dal 1993, è caduto in disgrazia. Il nuovo arrivato ha dalla sua la maggioranza
delle moschee, ma la tensione è alta. Di recente, tra i due gruppi, si è sparato.
La moschea di Altun Alen, la più vecchia e la più bella della città, è piantonata
giorno e notte dalla polizia, perché il vecchio Muftì non vuole saperne di lasciarne
il controllo all’imam in odore di alleanza con il nuovo muftì. In realtà, dietro
non chiare questioni teologiche, gli interessi in ballo sono tanti, in particolar
modo economici. Ogni muftì fa riferimento a una catena di potere, economico e
politico, e si muovono più come due boss della mafia che come leader religiosi.
Sullo sfondo della disputa tra i muftì, si muove caotica Novi Pazar, tra disoccupazione
ed emigrazione. Come in un vecchio film western le due bande rivali sembrano contendersi
il potere in una comunità che, impotente e oberata dalle pressanti questioni della
vita quotidiana, guarda la contesa attraverso le vetrine di un caffè, attraverso
il fumo dell’ennesima sigaretta.