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Tre mesi dopo mi trovavo di nuovo
vicino al mercato di al Husseiniya, dove ci fu un attentato seguito
da una fitta sparatoria. Ricordo solo di avere corso come un pazzo e
di aver ringraziato Dio per averla scampata anora una volta. Dopo
quell'episodio tornai a vivere a Baghdad, dove continuai a fare il
tassista. Un giorno trasportavo una donna, parente di mio cognato,
nel quartiere di Ghreeat, una zona sciita nelle mani dell'esercito
del Mahdi. Scesi dall'auto e vidi una ventina di uomini armati col
viso coperto che mi fissavano. Passai davanti al loro con
indifferenza e li salutai, ma loro mi fermarono puntandomi le armi e
mi chiesero “che ci fai qui?” “Che ve ne importa” risposi
loro in un moto di coraggio. Iniziarono a colpirmi e mi costrinsero a
salire sulla loro auto. Partimmo e dopo pochi minuti mi fecero
scendere. Non capivo dove fossi, vedevo solo un potente proiettore di
luce rossa. Fui colpito col calcio del fucile sulla schiena e persi i
sensi.
Mi ripresi con una luce in faccia che faceva apparire le
persone davanti a me come sagome in controluce. Mi picchiarono e mi
chiesero se fossi sunnita o sciita, poi mi spinsero a terra dove mi
colpirono con un calcio sul naso. “raccontaci delle autobombe e dei
gruppi di resistenza”, mi dissero. Ero convinto che mi avrebbero
ucciso, qualunque fossero state le mie risposte. Era il periodo di
ramadan e chiesi almeno di bere, ma minacciarono di avvelenarmi e mi
chiesero se avessi avuto fratelli assassinati. “Due” risposi.
“Faccio solo il tassista, non c'entro nulla”, continuai, e loro
mi risposero “Dicci la verità o ti tagliamo la testa”.
L'interrogatorio durò così ancora almeno un paio d'ore,
finchè mi chiesero: “chi conosci dell'esercito del Mahdi?”.
“Giusto alcuni lontani parenti”, e dissi i nomi. Ma non bastò.
Mi portarono in giardino, dove fui legato a una palma con la faccia
verso il fusto. “Frustatelo fino alla morte”, disse una voce che
bestemmiava e mi insultava. Al primo colpo sulle mani capii che era
un bastone elettrico. Poi ancora sulle ginocchia, forse ero debole
per il ramadan, ma mi tremava tutto il corpo. Mi sentivo cadere e,
per impedirlo, mi legarono anche per il collo. Ancora colpi con il
calcio dei Kalashnikov e calci. Tenevo a stento gli occhi aperti ma
vedevo solo delle figure indistinte. Mi sentivo soffocare ma non
c'era nulla che potessi dire o fare. “Portatelo alla riva e
ammazzatelo”, disse un'altra voce, mi trascinarono per i piedi
verso l'acqua e iniziarono a sparare vicino a me. Capii che volovano
terrorizzarmi. “Lascia perdere - disse allora uno dei due miliziani
all'altro che sparava - questo non è un sunnita, se lo uccidi
poi ti pentirai”. Si misero a discutere sul da farsi e concordarono
che era troppo pericoloso trasportarmi fino a Sadr City per
uccidermi.
Poi di colpo qualcuno iniziò a
urlare: “Gli americani, gli americani!” e scapparono tutti, forse
per attaccarli. I soldati Usa c'erano davvero, e dopo uno scontro a
fuoco con i miliziani si rifugiarono proprio nel cortile dove mi
trovavo, ancora legato. Sentii un calcio datomi per capire se fossi
ancora vivo. Cercai di girarmi ma non riuscii, avevo dolori
dappertutto e non riuscivo ad aprire gli occhi. Mi portarono
all'ospedale di Bin Sina, vicino alla Zona Verde, dove venni
ricoverato per cinque giorni. Quando stavo per lasciare l'ospedale un
interprete dell'esercito tentò di interrogarmi per capire chi
fossero i miei torturatori. “Ero in una zona sciita, risposi,
saranno stati quelli dell'esercito del Mahdi, o quelli del partito
della predicazione Daawa, o le brigate Badr.” Chiesi di essere
accompagnato nel quartiere di Al Rashidiya, dove trovai un parente
che mi disse: “Sono sei giorni che ti cerchiamo”. Mi sdraiai sul
sedile posteriore dell'auto e il parente mi accompagnò a casa,
dove, dopo aver parlato con la famiglia, decisi di partire e andare
in Siria, dove ho uno zio che fa il medico ad Aleppo.Naoki Tomasini