09/12/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Storia di un ex soldato iracheno, vittima di una guerra da cui non è possibile nascondersi
Tre mesi dopo mi trovavo di nuovo vicino al mercato di al Husseiniya, dove ci fu un attentato seguito da una fitta sparatoria. Ricordo solo di avere corso come un pazzo e di aver ringraziato Dio per averla scampata anora una volta. Dopo quell'episodio tornai a vivere a Baghdad, dove continuai a fare il tassista. Un giorno trasportavo una donna, parente di mio cognato, nel quartiere di Ghreeat, una zona sciita nelle mani dell'esercito del Mahdi. Scesi dall'auto e vidi una ventina di uomini armati col viso coperto che mi fissavano. Passai davanti al loro con indifferenza e li salutai, ma loro mi fermarono puntandomi le armi e mi chiesero “che ci fai qui?” “Che ve ne importa” risposi loro in un moto di coraggio. Iniziarono a colpirmi e mi costrinsero a salire sulla loro auto. Partimmo e dopo pochi minuti mi fecero scendere. Non capivo dove fossi, vedevo solo un potente proiettore di luce rossa. Fui colpito col calcio del fucile sulla schiena e persi i sensi.
 
Mi ripresi con una luce in faccia che faceva apparire le persone davanti a me come sagome in controluce. Mi picchiarono e mi chiesero se fossi sunnita o sciita, poi mi spinsero a terra dove mi colpirono con un calcio sul naso. “raccontaci delle autobombe e dei gruppi di resistenza”, mi dissero. Ero convinto che mi avrebbero ucciso, qualunque fossero state le mie risposte. Era il periodo di ramadan e chiesi almeno di bere, ma minacciarono di avvelenarmi e mi chiesero se avessi avuto fratelli assassinati. “Due” risposi. “Faccio solo il tassista, non c'entro nulla”, continuai, e loro mi risposero “Dicci la verità o ti tagliamo la testa”. L'interrogatorio durò così ancora almeno un paio d'ore, finchè mi chiesero: “chi conosci dell'esercito del Mahdi?”. “Giusto alcuni lontani parenti”, e dissi i nomi. Ma non bastò. Mi portarono in giardino, dove fui legato a una palma con la faccia verso il fusto. “Frustatelo fino alla morte”, disse una voce che bestemmiava e mi insultava. Al primo colpo sulle mani capii che era un bastone elettrico. Poi ancora sulle ginocchia, forse ero debole per il ramadan, ma mi tremava tutto il corpo. Mi sentivo cadere e, per impedirlo, mi legarono anche per il collo. Ancora colpi con il calcio dei Kalashnikov e calci. Tenevo a stento gli occhi aperti ma vedevo solo delle figure indistinte. Mi sentivo soffocare ma non c'era nulla che potessi dire o fare. “Portatelo alla riva e ammazzatelo”, disse un'altra voce, mi trascinarono per i piedi verso l'acqua e iniziarono a sparare vicino a me. Capii che volovano terrorizzarmi. “Lascia perdere - disse allora uno dei due miliziani all'altro che sparava - questo non è un sunnita, se lo uccidi poi ti pentirai”. Si misero a discutere sul da farsi e concordarono che era troppo pericoloso trasportarmi fino a Sadr City per uccidermi.

Poi di colpo qualcuno iniziò a urlare: “Gli americani, gli americani!” e scapparono tutti, forse per attaccarli. I soldati Usa c'erano davvero, e dopo uno scontro a fuoco con i miliziani si rifugiarono proprio nel cortile dove mi trovavo, ancora legato. Sentii un calcio datomi per capire se fossi ancora vivo. Cercai di girarmi ma non riuscii, avevo dolori dappertutto e non riuscivo ad aprire gli occhi. Mi portarono all'ospedale di Bin Sina, vicino alla Zona Verde, dove venni ricoverato per cinque giorni. Quando stavo per lasciare l'ospedale un interprete dell'esercito tentò di interrogarmi per capire chi fossero i miei torturatori. “Ero in una zona sciita, risposi, saranno stati quelli dell'esercito del Mahdi, o quelli del partito della predicazione Daawa, o le brigate Badr.” Chiesi di essere accompagnato nel quartiere di Al Rashidiya, dove trovai un parente che mi disse: “Sono sei giorni che ti cerchiamo”. Mi sdraiai sul sedile posteriore dell'auto e il parente mi accompagnò a casa, dove, dopo aver parlato con la famiglia, decisi di partire e andare in Siria, dove ho uno zio che fa il medico ad Aleppo.

Cinque mesi dopo le mie ferite erano quasi scomparse, facevo l'autista per un'azienda siriana dell'editoria. Avevo chiesto asilo politico in Egitto, dove ho un cugino, ma mi era stato rifiutato, così sono rimasto a Damasco, dove attendo di essere registrato dall'Unhcr (L'alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati). Ora vivo a Saida Zeinab, un sobborgo di Damasco abitato da sciiti iracheni, la mia situzione economica è pessima, ho alloggiato in vari posti, ho una stanza che pago 150 lire siriane (poco più di due euro). Lavoro in un'azienda di pulizie e non ho rapporti con gli altri sciiti, solo saluti. Del resto, tutti gli amici che avevo sono rimasti in Iraq, molti di loro oggi stanno con le milizie. Non so se tornerò mai indietro. L'Iraq non tornerà mai com'era sotto Saddam, non sarà mai più unito. Il paese è nelle mani di politici incapaci che, con l'aiuto degli Usa, hanno formato milizie per uccidere gli ex esponenti del regime di Saddam, per fare pulizia etnica. Evidentemente, dopo tanti anni di guerra con l'Iraq gli iraniani hanno voluto vendicarsi.
 

Naoki Tomasini

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