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Un anno dopo, mi trovavo nel quartiere
al Husseiniya, sulla strada per Baquba, e venni nuovamente fermato.
Quella volta erano soldati Usa e iracheni. Mi portarono in un ufficio
all'interno dell'ospedale per interrogarmi. Erano le 11 di sera e la
situazione non era per nulla rilassata. Spiegai loro che abitavo a
Husseiniya. “Hai delle armi? Cosa fai in giro a quest'ora?” mi
chiesero. Impiegai due ore a convincerli che stavo andando
all'ospedale per visitare mia moglie che non stava bene. Quando mi fermarono per
la terza volta
avevo ormai perso il posto nell'esercito. Avevo una macchina e facevo
il tassista per arrotondare. Mi trovavo in Haifa street. Dei mezzi
corazzati Usa, spuntati dal nulla, mi tagliarono la strada e accesero
dei proiettori fortissimi, puntando le armi nella mia direzione. I
soldati mi fecero scendere e perquisirono l'auto rivolgendosi a me in
inglese. Non capivo nulla finché un uomo di colore,
l'interprete, mi chiese che cosa facessi lì. “La mia auto è
gialla quindi è un taxi, e per giunta in regola”, risposi
loro. Ancora una volta non riuscii a fugare i sospetti.
Mi portarono in un ex palazzo di Saddam
sulla rive del fiume. Incappucciato, in una stanza, con le mani
legate dietro la schiena e i piedi tra loro. Ancora un
interrogatorio. Chi sei? Cosa fai? Dove vai? Poi mi levarono il
cappuccio e iniziarono a picchiarmi. Erano tutti dietro le mie
spalle, mi davano calci e mi mostrarono un bastone. “Sai cos'è
questo?”, mi chiesero. “E' un bastone” risposi. Così mi
schiacciarono la testa verso il basso e mi colpirono sulla spalla. Il
colpo mi fece cadere per terra e vidi che a colpirmi era stato un
iracheno. Gli altri, gli americani, a quel punto mi rimisero sulla
sedia e ripresero a domandare: “Cosa fai in giro a quest'ora? C'è
il coprifuoco.” Non ebbi il tempo di rispondere che un altro colpo
mi fece ricadere. “Pratichi la boxe? Il Kung Fu?”, e di nuovo
botte. Alla fine mi spinsero contro un muro, mi fotografarono e
dissero: “questa la trasmettiamo a tutte le pattuglie di Baghdad,
se ti becchiamo un'altra volta non avremo pietà di te”. E mi
lasciarono andare. Gli americani hanno attraversato i continenti per
arrivare fino a qua. Sono strani, ma non c'è nulla di peggio
degli iracheni che collaborano con loro.
Sei mesi dopo, stavo guidando il taxi
nella zona di Ashab quando un gruppo di paramilitari iracheni
circondò l'auto. La strada era piena di automobili e i
miliziani le controllavano facendo scendere i passeggeri. Urlavano,
io avevo paura e sono stato zitto. Non controllavano i documenti,
chiedevano solo la nazionalità. Poi ci costrinsero a salire
sui loro mezzi, una Mercedes, una Volvo e un pick-up. A un certo
punto ci fecero scendere e ci bendarono, poi riprendemmo la strada
sul pick-up. Giunti non so dove, ci fecero sedere in una stanza
puzzolente e chiesero chi di noi fosse sunnita e chi sciita. Mi
chiesero i documenti ma risposi che li aveva presi uno di loro e
dovetti pronunciare la chahada, la testimonianza di fede, per
confemare che sono uno sciita di Kerbala. Ma il mio aguzzino non mi
credette e iniziò ad alterarsi. “Sono iracheno della tribù
di Machada” spiegai, ma quello mi rispose: “prima ti cavo gli
occhi e poi ti ammazzo”. Sentivo che nel frattempo telefonavano a
Kerbala in cerca di conferme. A quel punto giunse un uomo, al suo
passaggio si alzarono tutti perchè era un sayyed
(un'alta autorità religiosa sciita). Lo conoscevo e sapevo che
suo padre era vissuto a Kerbala. Gli raccontai di mio nonno, dei miei
parenti.. “questo tipo dice la verità” sentenziò
lui. Questo è sciita. Così mi resero i documenti, mi
chiesero scusa e si offrirono di accompagnarmi a casa. Rifiutai. Non
so che fine abbiano fatto gli altri. Quel giorno in auto con me
c'erano dei sunniti.
Naoki Tomasini