07/12/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Chiuso a Manila il processo per il rapimento di Dos Palmas
Si è conclusa ieri a Manila, con la condanna all’ergastolo di quattordici imputati, la vicenda del sequestro di venti turisti rapiti nel maggio 2001 dai terroristi islamici di Abu Sayyaf nel resort di Dos Palmas, sull’isola filippina di Palawan. Tra i sequestrati, portati poi nell’isola di Basilan, c’erano anche tre cittadini statunitensi: il californiano Guillermo Sobero, decapitato poco dopo il rapimento, e i coniungi Burnham, missionari della Florida: Martin, ucciso durante il sanguinoso blitz dell’esercito filippino del giugno 2002, e sua moglie Gracia, ferita nella stessa azione.
 
Il processo di ManilaCosì Enduring Freedom arrivò nelle Filippine. Fu durante questa crisi che Bush decise di inviare nelle filippine centinaia di consiglieri militari e soldati delle forze soldati per combattere Al-Qaeda nel sudest asiatico. In quei mesi, il mondo era troppo preso dall’11 settembre e dalla guerra in Afghanistan per rendersi contro del nuovo fronte di guerra aperto dagli Usa nelle Filippine.
Il 20 novembre 2001 Bush offrì alla neoeletta presidentessa filippina Gloria Arroyo l’invio di truppe per combattere Abu Sayyaf. Le truppe, circa 1.200 soldati, iniziarono a sbarcare nel sud delle Filippine il 15 gennaio 2002. Iniziava così l’operazione ‘Enduring Freedom-Filippine’, che prosegue ancora oggi, seppur con poche centinaia di soldati Usa, sotto le mentite spoglie di esercitazioni militari congiunte con l’esercito filippino.
 
Martin e Gracia BurnhamLe gravi accuse dell’ex ostaggio, Gracia Burnham. Come tutto ciò che riguarda Abu Sayyaf, anche la vicenda di Dos Palmas è avvolta da un alone di inquietanti ambiguità. Nel 2003 l’ex ostaggio statunitense Gracia Burnham ha scritto un libro che racconta la sua lunga prigionia: in esso rivela che i carcerieri avevano costanti contatti con l’esercito filippino che forniva loro informazioni, armi, munizioni e viveri, e che quando parlavano di riscatto dicevano che avrebbero fatto a metà con un generale dell’esercito filippino.
Nelle Filippine, molti intellettuali, giornalisti e politici dell’opposizione e perfino alcuni militari hanno più volte denunciato la vera natura di Abu Sayyaf come strumento creato e usato dai falchi dell’esercito filippino e dalla Cia per screditare e sabotare la trentennale causa indipendentista del Fronte Islamico di Liberazione dei Moro (Milf).
 
Combattenti di Abu SayyafAbu Sayyaf, creatura dell’esercito. E della Cia. Secondo testimonianze recentemente raccolte da PeaceReporter nelle Filippine, Abu Sayyaf nacque nei primi anni Novanta sotto al presidenza dell’ex cadetto dell’accademia militare Usa di West Point, Fidel Ramos. In quegli anni era ambasciatore Usa a Manila John Negroponte, esperto di operazioni sotto copertura. A gestire l’operazione Abu Sayyaf per il governo filippino furono i generali Alexander Aguirre e Guillermo Ruiz e il potente governatore di Basilan Wahab Akbar, considerato il vero capo di Abu Sayyaf. L’uomo del governo in Abu Sayyaf era inizialmente l’agente dei servizi segreti militari Edwin Angeles, che lavorava in stretto contatto con l’agente operativo della Cia, John Lebney. Lo stesso Abdurajik Janjalani, leader ufficiale del gruppo, aveva combattuto per la Cia in Afghanistan contro i sovietici.
 
“Abu Sayyaf è sempre stato usato dal governo filippino per scopi politici”, spiega a PeaceReporter, Vel Acoymo, direttore del giornale indipendente Kota Wato Express. “Il rapimento di Dos Palmas servì semplicemente per internazionalizzare il conflitto tra Manila e gli indipendentisti del Fronte Moro e per giustificare l’intervento armato Usa nel sud delle Filippine”.
 

Enrico Piovesana

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