
“Abbiamo fallito. Stiamo seduti qui dentro mentre il paese è in fiamme. Assomigliamo
ai Bizantini di Costantinopoli: parliamo di sesso degli angeli, dissertiamo di
procedure burocratiche e fuori dal nostro palazzo c’è l’inferno”.
Non ama i giri di parole Ghazi Yaweer, il nuovo Presidente dell’Iraq. Ieri, 1
giugno 2004, si è celebrato il primo e più atteso passo del cammino politico che
dovrebbe portare all’insediamento del nuovo governo iracheno ad interim dopo il
passaggio di consegne dalla Autorità Provvisoria della Coalizione guidata da Paul
Bremer. L’esecutivo di transizione guidato da Yaweer avrà il compito di traghettare
il Paese fino alle elezioni dell’Assemblea Nazionale, previste per la fine di
gennaio del 2005.
Il primo atto del tanto decantato passaggio dei poteri agli iracheni è avvenuto
sotto i peggiori auspici: mentre i membri del Consiglio di Governo provvisorio
erano chiusi in riunione, come diceva lo stesso Yaweer nell’intervista citata
in apertura di qualche tempo fa a un cronista statunitense, fuori c’era l’inferno.
Tre colpi di mortaio sono stati esplosi presso la sede di Baghdad dell’Unione
Patriottica Curda (Upk) del leader Jalal Talabani e 25 persone, secondo fonti
di polizia locali, hanno perso la vita. L’edificio si trova proprio al confine
della cosiddetta “zona verde”, cioè quella parte della capitale Baghdad dove,
ai palazzi del potere saddamita si sono sostituiti quelli della Coalizione. Una
sorta di avvertimento mafioso: voi chiusi li dentro a decidere, ma il futuro dell’Iraq
passa attraverso le bombe in strada.
La nomina del Presidente ad interim è stata turbolenta. Gli Stati Uniti, rappresentati
da Bremer, non accettavano la trattativa sul nome da loro indicato, cioè quello
di Adnan Pachachi, 81 anni, politico di professione che ha anche rivestito il
ruolo di ministro degli Esteri del dopo Saddam. Gli iracheni del Consiglio non
volevano neanche sentirne parlare, ritenendo Pachachi troppo filo-statunitense
e, anche i curdi non lo amano, per vecchie amicizie imbarazzanti con sceicchi
nemici del popolo del nord Iraq.
Gli iracheni volevano Yaweer come Presidente, visto che si fidano di lui e soprattutto
considerato il tenore delle sue dichiarazioni verso la gestione del dopoguerra
in Iraq. Non a caso il 17 maggio 2004, dopo l’omicidio di Ezzedim Salim, allora
presidente di turno del Consiglio, avevano nominato proprio Yaweer al suo posto.
La situazione non si sbloccava e, avendo capito che la partita era persa, Pachachi
si è ritirato.
Bremer, furibondo per la rigidità dei membri iracheni del Consiglio, ha allora
provato a forzare la mano chiedendo la nomina di Saad al-Janabi, un ex ufficiale
della Guardia Repubblicana di Saddam, baathista della prima ora poi fuggito in
Usa una volta caduto in disgrazia agli occhi del rais. Tornato in patria alla
caduta di Saddam, aveva fondato il Partito Nazionale Democratico, uniaca formazione
sunnita filo-americana. A quel punto i curdi e gli sciiti del Consiglio sono insorti.
Come quando per riportare ordine a Falluja gli statunitensi avevano pensato di
affidare il comando delle operazioni a Jassim Mohammed Saleh, un generale di Saddam,
causando l’insurrezione degli sciiti e dei curdi che rischiavano di ritrovarsi
in un posto di comando qualcuno che li aveva perseguitati.
E’ stata fondamentale la mediazione di Lekhdar Brahimi, inviato speciale delle
Nazioni Unite in Iraq, per convincere Bremer della necessità di dare un segnale
di reale indipendenza del nuovo esecutivo. Bisognava eleggere Yaweer che, pur
facendo parte del Consiglio di Governo provvisorio, appariva agli occhi degli
iracheni un uomo indipendente. Tanto che ieri a Mosul c’erano state delle manifestazioni
di piazza in suo favore. Così alla fine ha vinto lui e, la sua prima dichiarazione,
non farà certo piacere a Washington. “Piena e reale sovranità per il governo iracheno
ad interim. Subito”, ha fatto sapere Yaweer a commento della sua designatura.
Ghazi Yaweer è un uomo di 43 anni, sunnita, ma è soprattutto il capo di una delle
più importanti tribù irachene, quella degli Shammar, che conta tre milioni di
persone sparse tra l’Iraq, l’Arabia Saudita, la Siria e il Kuwait. Dopo gli studi
d’ingegneria negli Stati Uniti (condizione che alla fine avrà aiutato Bremer a
ingoiare il rospo) si è trasferito in Arabia Saudita dove si è dedicato con successo
a un’azienda nel campo delle telecomunicazioni. Dopo la caduta di Saddam è tornato
in patria ed è entrato nel Consiglio Provvisorio di Governo, rappresentandone
sempre una delle voci più critiche.
Yaweer appare in pubblico sempre avvolto in una bianchissima djellaba, la tunica
lunga, e con una kefiah stretta attorno al capo, mai in abiti occidentali. La
sua nomina è stata accettata di buon grado dai curdi, visto che Moshen Yaweer,
zio del neo-presidente, ha il suo feudo a Mossul ed ha ottimi rapporti con i due
partiti curdi più influenti: l’Upk e il Partito Democratico Curdo (Pdk). Yaweer
ha sempre tenuto i rapporti intessuti dallo zio ed è sempre stato un fermo sostenitore
di un Iraq unito con una forte autonomia per il nord curdo. In quest’ottica può
essere letto l’attentato di oggi a Baghdad, dove la guerriglia irachena non vede
di buon occhio l’autonomia del nord, soprattutto dopo il costante appoggio dato
dai curdi agli occupanti.
A Yaweer sono stati affiancati, come vice-presidenti, Ibhraim Jaafari, capo del
DAWA, il partito sciita principale e Rowsch Shaways, curdo non arabo, mentre Primo
Ministro è stato nominato Iyed Allawi. Sembra una di quelle ripartizioni del potere
dell’ex-Jugoslavia post-bellica o del Libano dopo la guerra civile. C’è da augurarsi
che abbia più fortuna.
Due assenze spiccano nel nuovo ordinamento iracheno, almeno quello che traghetterà
il Paese all’elezione dell’Assemblea Nazionale che poi voterà la nuova Costituzione
nell’autunno del 2005.
La prima è quella degli sciiti integralisti, non rappresentati certo dal DAWA
e la seconda è quella di Ahmed Chalabi.
Rispetto ai primi la situazione a Najaf e Kerbala resta molto tesa, mentre il
caso di Chalabi è la sintesi degli errori di valutazione commessi degli statunitensi,
capaci di vincere la guerra ma non il dopo Saddam. Chalabi, nelle ultime tre settimane,
ha subito tre perquisizioni molto dure, nella sua casa e nell’ufficio di Baghdad
e nella casa di Ramadi. Gli statunitensi hanno fatto sapere che si tratta di un’operazione
della polizia irachena di cui non sono stati informati, ma il paradosso si commenta
da solo.
Chalabi, presidente dell’Iraqi National Congress, una formazione politica che
riceveva somme fino a 330.000 dollari al mese dagli Stati Uniti. Gli ambienti
neoconservatori, molto ascoltati dall’amministrazione Bush, lo avevano definito
il George Washington dell’Iraq. Un padre della patria insomma. Peccato che per
molta gente in Medio Oriente fosse un truffatore e per la Cia un ciarlatano che
si è arricchito dando informazioni false.
Evidentemente ci voleva Brahimi, un algerino esperto e con un passato di mediazione
in Afghanistan, per spiegare ai neocon quanto contano i legami tribali in Iraq
e che non si può prescindere da essi. Peccato non averlo interpellato prima. Forse
non avrebbero perso la vita più di diecimila iracheni.