Il regime militare del Myanmar crede che dietro le proteste di settembre ci sia un complotto ordito dagli Usa
La
giunta militare birmana ha bollato come “finte” le manifestazioni
di protesta che hanno condotto alla repressione poliziesca a fine
settembre. Secondo il portavoce del governo dittatoriale la colpa
delle manifestazioni sfociate nella violenza sarebbe da attribuire ad
emissari del Governo Usa pagati per sobillare dei ''finti monaci''.
Il militare contemporaneamente ha annunciato a breve il rilascio di
migliaia (forse 8.500) di dissidenti, giustificando i timori delle Ong straniere
che
parlavano di diverse migliaia di arresti. Una ong americana ha però lanciato un
allarme: solo 15 di questi ultimi avrebbero partecipato alle proteste di settembre;
gli altri sarebbero oppositori di lungo corso, o criminali comuni.

Secondo
il brigadiere Kin Yi alcuni “gruppi stranieri non governativi”
avrebbero ordito le manifestazioni e i successivi scontri insieme con
alcuni dissidenti in esilio, sotto la regia dell'ambasciata americana
di Yangon. Negli scontri del 25 e 26 settembre sono morte almeno 15
persone e ne sono state incarcerate almeno duemila, secondo le
dichiarazioni governative. Diverse associazioni per la protezione dei
diritti umani temono questi numeri vadano moltiplicati. Le proteste
pubbliche avevano coinvolto almeno 100mila persone al loro apice.
Erano iniziate il 13 agosto a causa del raddoppio dei prezzi di
benzina e carburante da riscaldamento. Il capo della polizia e
ministro dell'informazione generale Kyo Hsan ha detto che le proteste
erano il risultato di un “complotto orchestrato mirato a creare
panico nel paese. Abbiamo le prove che dei monaci finti si sono
aggiunti nelle proteste a gruppi di dissidenti, anche provenienti
dall'estero”. Dal ministro della Giunta le manifestazioni sono
state definite “non volute e non partecipate dalla maggioranza del
popolo birmano”.
Kyo
Hsan ha parlato durante una conferenza del regime organizzata per
presentare il nuovo organo istituzionale designato a redigere una
bozza di nuova costituzione birmana. La carta suprema del Myanmar
sarà il risultato di 14 anni di lavori della Convenzione
nazionale, l'assemblea elettiva che ha visto la partecipazione delle
decine di etnie minoritarie nel paese, per disegnare Myanmar con una
struttura multietnica. Alla convenzione non sono stati ammessi membri
del principale partito d'opposizione, la Lega nazionale per la
democrazia di Aung San Suu Kii. Questo partito non parteciperà
nemmeno alla stesura finale della Costituzione, ha detto Kyo Hsan.
“Con questa mossa i militari si sono definitivamente screditati”, ha
detto a PeaceReporter per
telefono un giornalista dissidente birmano in esilio in Norvegia,
riferendosi ai militari.

“Se
consideriamo inoltre che per la consegna della bozza
– ha aggiunto il dissidente esiliato – non è stato fissato
un tempo massimo, capiamo come questa apparenza di democrazia sia
poco credibile”. Secondo il portavoce dei militari invece,
ammettere le opposizioni esterne alla redazione del nuovo testo
“avrebbe rimandato all'infinito il testo definitivo”. Per il
giornalista “visto che le loro (dei generali) ultime trattative sui
principi base sono durate ben sette anni, c'è
il rischio che i militari si assicurino così altri 20 anni al
comando”. Per M. A. non c'è molto da dubitare sul futuro del
Myanmar: “La gente ha capito che è per adesso o mai più:
bisogna dare la spallata decisiva al regime”. Un monaco accolto dal
governo degli Stati Uniti in esilio, ha detto la scorsa settimana in
una conferenza stampa alla presenza del presidente Usa G. W. Bush che
“un nuovo scontro fisico coi militari in futuro sarà
inevitabile”.
red