06/12/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Alla conferenza di Bali sul clima bisogna innanzitutto decidere di cosa bisogna discutere
Per parlarne, se ne parla. Ma cosa ne uscirà alla fine non lo sa nessuno, e gli ottimisti non abbondano. Mentre a Bali è in corso la conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento del clima, permangono le incognite sul processo che dovrebbe portare a un “nuovo protocollo di Kyoto” sulla riduzione delle emissioni nocive. A mantenere basse le aspettative ci pensa da sola la natura del summit: più che decidere cosa fare, da qui al 14 dicembre i circa 10.000 delegati – di 190 Paesi e centinaia di organizzazioni governative e non – dovranno prima di tutto accordarsi sugli argomenti su cui bisognerà decidere nei prossimi anni.

Kyoto. Il trattato di Kyoto, firmato nel 1997 e ratificato da 174 Paesi, prevede una riduzione entro il 2012 del cinque percento delle emissioni inquinanti di 36 Paesi sviluppati rispetto ai livelli del 1990. Il protocollo, che grazie alla recente elezione del laburista Kevin Rudd guadagnerà anche la firma dell'Australia, è stato un primo passo nella lotta al riscaldamento del pianeta, ma presenta diversi problemi. Primo: non è mai stato ratificato dagli Stati Uniti, mentre Paesi considerati “emergenti” come Cina e India non devono rispettare alcun limite. Di conseguenza, dei primi cinque Paesi produttori di emissioni nocive, solo il Giappone è legato dai vincoli di Kyoto. Secondo: è incompleto perché non impone limiti a fonti di inquinamento il cui peso è in crescita. Terzo: scade nel 2012, quindi va rimpiazzato e in fretta.

I temi da trattare. Non sarà facile, e comunque non accadrà a Bali. Il vertice ha il “solo” compito di trovare intese preliminari, una piattaforma comune che andrà poi discussa nei summit successivi sull'ambiente, a partire da quello del prossimo anno in Polonia. Ma anche per “decidersi su cosa decidere” servirà un compromesso tutto da trovare. Si può stabilire un mercato mondiale delle emissioni – chi inquina meno rispetto alle quote prefissate può “vendere” i suoi crediti a chi inquina di più – come si fa già nell'Unione Europea (dove però le quote sono state troppo generose)? Che vincoli di emissione bisogna porre ai trasporti aerei e marittimi, dimenticati da Kyoto? E' lecito imporre metodi di riduzione delle emissioni efficaci ma costosi come la cattura e lo stoccaggio sottoterra dell'anidride carbonica? Come si può calcolare il risparmio di emissioni dato dal mancato abbattimento degli alberi? E chi bisogna premiare, gli Stati (spesso in via di sviluppo) ancora ricchi di vegetazione, o quelli che finanziano progetti nel rispetto delle aree verdi di questi Paesi? Ma soprattutto: a chi tocca iniziare? Il dibattito è aperto da tempo: gli Stati Uniti chiedono che un'intesa globale sul clima coinvolga in egual misura anche Cina e India. Le due potenze asiatiche, le cui economie crescono da anni a tassi del 9-10 percento, rivendicano invece il diritto di potersi sviluppare liberamente, come d'altronde hanno fatto i Paesi più ricchi.

Le aspettative. “Siamo al passo successivo a Kyoto”, spiega a PeaceReporter l'australiano Barry Brook, direttore del Research Institute for Climate Change and Sustainability all'università di Adelaide. “Ora si riconosce che il cambiamento del clima esiste, sta accadendo rapidamente e deve essere contrastato con una mobilitazione globale. Per questo la fase di 'Kyoto 2' è di importanza critica”, conclude Brook. Bisognerebbe passare presto dalle parole ai fatti: secondo la Commissione intergovernativa dell'Onu sul riscaldamento del pianeta (Ipcc), recente vincitrice del Nobel per la Pace insieme all'ex vicepresidente statunitense Al Gore, se nessuna misura verrà presa contro i gas serra, la temperatura della Terra potrebbe alzarsi anche di 4,5 gradi. Con conseguenti problemi come lo scioglimento di ghiacci, l'innalzamento dei mari e chissà cos'altro. Scenari apocalittici, su cui si può ancora scherzare. Come fa Phillip Andrews-Speed, direttore del Centre for Energy, Petroleum and Mineral Law and Policy all'università di Dundee, in Scozia. “Non so come finirà il vertice di Bali, ma ho sempre avuto il presentimento che si concluderà poco, e che dovremmo pensare a tirare fuori le scialuppe di salvataggio”, dice a PeaceReporter

Alessandro Ursic

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