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Kyoto. Il trattato di Kyoto, firmato nel 1997 e ratificato da 174 Paesi, prevede una
riduzione entro il 2012 del cinque percento delle emissioni inquinanti di 36 Paesi
sviluppati rispetto ai livelli del 1990. Il protocollo, che grazie alla recente
elezione del laburista Kevin Rudd guadagnerà anche la firma dell'Australia, è
stato un primo passo nella lotta al riscaldamento del pianeta, ma presenta diversi
problemi. Primo: non è mai stato ratificato dagli Stati Uniti, mentre Paesi considerati
“emergenti” come Cina e India non devono rispettare alcun limite. Di conseguenza,
dei primi cinque Paesi produttori di emissioni nocive, solo il Giappone è legato
dai vincoli di Kyoto. Secondo: è incompleto perché non impone limiti a fonti di
inquinamento il cui peso è in crescita. Terzo: scade nel 2012, quindi va rimpiazzato
e in fretta.
I temi da trattare. Non sarà facile, e comunque non accadrà a Bali. Il vertice ha il “solo” compito
di trovare intese preliminari, una piattaforma comune che andrà poi discussa nei
summit successivi sull'ambiente, a partire da quello del prossimo anno in Polonia.
Ma anche per “decidersi su cosa decidere” servirà un compromesso tutto da trovare.
Si può stabilire un mercato mondiale delle emissioni – chi inquina meno rispetto
alle quote prefissate può “vendere” i suoi crediti a chi inquina di più – come
si fa già nell'Unione Europea (dove però le quote sono state troppo generose)?
Che vincoli di emissione bisogna porre ai trasporti aerei e marittimi, dimenticati
da Kyoto? E' lecito imporre metodi di riduzione delle emissioni efficaci ma costosi
come la cattura e lo stoccaggio sottoterra dell'anidride carbonica? Come si può
calcolare il risparmio di emissioni dato dal mancato abbattimento degli alberi?
E chi bisogna premiare, gli Stati (spesso in via di sviluppo) ancora ricchi di
vegetazione, o quelli che finanziano progetti nel rispetto delle aree verdi di
questi Paesi? Ma soprattutto: a chi tocca iniziare? Il dibattito è aperto da tempo:
gli Stati Uniti chiedono che un'intesa globale sul clima coinvolga in egual misura
anche Cina e India. Le due potenze asiatiche, le cui economie crescono da anni
a tassi del 9-10 percento, rivendicano invece il diritto di potersi sviluppare
liberamente, come d'altronde hanno fatto i Paesi più ricchi.
Le aspettative. “Siamo al passo successivo a Kyoto”, spiega a PeaceReporter l'australiano Barry Brook, direttore del Research Institute for Climate Change and Sustainability all'università di Adelaide. “Ora si riconosce che il cambiamento del clima esiste,
sta accadendo rapidamente e deve essere contrastato con una mobilitazione globale.
Per questo la fase di 'Kyoto 2' è di importanza critica”, conclude Brook. Bisognerebbe
passare presto dalle parole ai fatti: secondo la Commissione intergovernativa
dell'Onu sul riscaldamento del pianeta (Ipcc), recente vincitrice del Nobel per
la Pace insieme all'ex vicepresidente statunitense Al Gore, se nessuna misura
verrà presa contro i gas serra, la temperatura della Terra potrebbe alzarsi anche
di 4,5 gradi. Con conseguenti problemi come lo scioglimento di ghiacci, l'innalzamento
dei mari e chissà cos'altro. Scenari apocalittici, su cui si può ancora scherzare.
Come fa Phillip Andrews-Speed, direttore del Centre for Energy, Petroleum and Mineral Law and Policy all'università di Dundee, in Scozia. “Non so come finirà il vertice di Bali,
ma ho sempre avuto il presentimento che si concluderà poco, e che dovremmo pensare
a tirare fuori le scialuppe di salvataggio”, dice a PeaceReporter. Alessandro Ursic