
Sono da poco passate le undici del mattino di lunedì 8 marzo 2004 quando, nella
sala delle Conferenze di Baghdad, i 25 membri del Consiglio di Governo Provvisorio
iracheno siglano il testo della nuova Costituzione dell’Iraq.
Paul Bremer, capo dell’Autorità provvisoria irachena, il braccio civile delle
truppe di occupazione, recita il ruolo del gran cerimoniere a favore delle telecamere,
visibilmente soddisfatto.
I flash dei fotografi brillano generosi, riprendendo i membri del Consiglio disposti
per la foto di gruppo, un po’ storditi e un po’ commossi.
Il messaggio che si vuole comunicare in maniera decisa è quello del momento storico
per l’Iraq, della svolta epocale che annuncia la luce dopo decenni di oscurità.
Il primo attacco della coalizione sull’Iraq è avvenuto la notte del 19 marzo 2003,
e simbolicamente si voleva chiudere il bilancio di un anno di guerra con un risultato
tangibile. Il passaggio di consegne dagli statunitensi agli iracheni è in atto
e oggi va in scena la prima puntata. Potrebbe risultare anche credibile, se non
fosse che tutt’attorno al palazzo dove si tiene la riunione si sentono dalla mattina
i boati dei razzi che la resistenza armata spara contro le postazioni blindate
dei soldati della coalizione e contro quelle indifese della neonata polizia irachena.
Quindi la firma tanto attesa della nuova Legge Fondamentale dell’Iraq è arrivata,
con qualche giorno di ritardo sulla scadenza fissata dalle Nazioni Unite per il
1 marzo 2004. Una prima volta era stata rinviata per il lutto nazionale indetto
dopo la strage di sciiti del giorno dell’Ashura, ma neanche il 3 marzo si era
rivelato una data utile per l’uscita improvvisa dei delegati sciiti, irritati
dal riconoscimento dei precetti islamici solo come una delle fonti di diritto,
non l’unica come loro auspicavano.
Il testo entrerà in vigore dal 1 luglio 2004 e resterà la legge di riferimento
per gli iracheni fino al gennaio 2005, mese per il quale sono state fissate le
elezioni.
Da questa consultazione elettorale dovrebbe essere eletta un Assemblea Nazionale
che provvederà alla stesura della definitiva Costituzione irachena, da sottoporre
a referendum popolare entro il 15 ottobre 2005. Solo allora si terranno le prime
elezioni politiche. Un programma piuttosto ambizioso, visto che il Paese è tuttora
privo di una legge elettorale.
Ecco un aspetto sul quale la conferenza stampa si è soffermata poco, per non
rovinare il clima di retorico patriottismo diffuso tra i presenti. Il documento
votato ieri all’unanimità dai 25 membri del Consiglio di Governo ha carattere
solo transitorio e potrebbe essere stravolto in ogni sua parte dal nuovo testo
dell’Assemblea direttamente eletta dal popolo iracheno nel gennaio dell’anno prossimo.
Il testo (composto da 64 articoli) prevede un ordinamento federale, con un Primo
Ministro a capo di un esecutivo dotato di ampi poteri e un Presidente della Repubblica
con funzioni di garante della Costituzione.
E’ stata bocciata quindi la proposta di affidare l’esecutivo a un Consiglio composto
su base etnica e religiosa che avrebbe dovuto gestire il potere in maniera collegiale.
L’idea era dei delegati sunniti, che hanno cercato in tutti i modi di far passare
il criterio della proporzionalità delle rappresentanze, con scarsi risultati.
L’Islam è riconosciuta come religione di Stato e rappresenterà una fonte del
diritto, ma non l’unica come chiesto dagli sciiti. Le altre religioni e confessioni
saranno tutelate, ma non ci potranno essere leggi contrarie ai precetti dell’Islam,
nel rispetto dei diritti fondamentali degli individui e dei principi democratici.
Saranno garantiti i diritti fondamentali dell’individuo, la libertà di stampa
e quella di pensiero, la libertà di culto e di parola.
A proposito di parola i curdi incassano il credito politico guadagnato in tanti
anni di fedele alleanza con gli Usa: il curdo è riconosciuta lingua ufficiale
in Iraq accanto all’arabo, mentre le minoranze turcomanne e assiro-caldee potranno
comunque coltivare la loro cultura. Il successo diplomatico più importante per
il Kurdistan è sicuramente il riconoscimento ufficiale dell’autonomia federale
della regione, nei fatti tale dal 1991, e le milizie pashmerga continueranno ad
occuparsi della sicurezza fino a quando il governo eletto (quindi si parla del
2006) non deciderà i limiti di quest’autonomia. Un film già visto in questa parte
del mondo: rinviare i problemi più spinosi a data da destinarsi.
Elemento di novità rispetto al passato è la quota obbligatoria, fissata in un
25 per cento, di donne nel futuro Parlamento iracheno.
In linea di massima il testo si limita a un vago appello alla parità di diritti
tra i sessi, leggerezza duramente condannata dall’organizzazione Human Rights
Watch, ma non si è entrati più nello specifico per non urtare la sensibilità dei
religiosi più integralisti, tralasciando temi chiave come il divorzio e l’eredità.
Un documento pieno delle migliori aspettative, insomma, ma che per ora rimane
un pezzo di carta, senza altra legittimazione che quella dei blindati statunitensi.
I fatti assolutamente incontrovertibili di un anno di guerra parlano di più di
10mila civili iracheni e di 649 militari della coalizione morti