05/12/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Viaggiando a bordo di una Zastava Jugo, storia e modernità tra Novi Sad e il Danubio
Via da Belgrado: direzione nord, obiettivo Vojvodina. Il mezzo di locomozione ideale non può che essere una Jugo, l’utilitaria della Zastava, un mito da queste parti, secondo solo a quello della rakja (la deliziosa grappa). Per anni ha fabbricato anche armi, che hanno contribuito al bagno di sangue degli anni Novanta, ma la Zastava è un simbolo di quella via jugoslava al socialismo che, per anni, ha irradiato un fascino notevole anche fuori dai confini della Federazione.
La Zastava Jugo 101La Jugo è una macchina piccola, che si noleggia a Belgrado per 18 euro al giorno, ma simboleggia per gli ex-jugoslavi quello che la Seicento ha simboleggiato per gli italiani negli anni del boom economico. Fa tenerezza adesso, visto che rappresenta il ricordo sbiadito di un passato più sereno di questo presente, mentre la casa madre Zastava si avvia alla prossima privatizzazione, che infierirà l’ennesimo colpo alla Jugoslavia unita sognata dal maresciallo Tito, mentre si nascondeva in montagna dai nazisti che gli davano la caccia. Il traffico scorre impazzito a Belgrado, tra smog e sorpassi azzardati. L’autostrada che porta a Novi Sad, principale centro della Vojvodina, dopo un ingorgo iniziale, si presenta invece come un serpentone sereno, che attraversa foreste di alberi scheletrici e malinconici. Grossi uccelli neri svolazzano indisturbati, in sterminati campi senza che neanche una costruzione giunga a disturbare la vista. In uno di questi campi, nell’estate del 2007, il gruppo musicale statunitense dei Red Hot Chili Peppers tenne un concerto memorabile per i ragazzi serbi. Accorsero in 120mila, in aperta campagna, dove era stato costruito un enorme palco. Ancora oggi ne parlano tutti, considerato il fatto che la musica è una parte integrante della vita dei serbi giovani e meno giovani. Ed è curioso notare come gran parte della musica che affascina i belgradesi è made in Usa. Proprio quegli Stati Uniti che vengono accusati di essere complici della precipitosa rovina della ex-Jugoslavia prima e della perdita del Kosovo dopo.

La spoglia monotonia dei campi viene interrotta, all’improvviso, dal Danubio. Che non è più blu da tempo, ma resta bello e grande. Taglia la pianura come una lama e viene attraversato dal ponte più grande della Serbia. La Nato lo aveva parzialmente distrutto nel 1999, ma Milosevic lo ricostruì subito. Solo che dopo Milosevic è caduto, e i soldi del governo di Belgrado non bastano mai. Ancora lavori in corso, mentre il Danubio continua a scorrere impassibile, come se i segni onnipresenti della guerra lo lasciassero indifferente. Lungo le rive del fiume si scorgono delle villette, luogo di villeggiatura per le famiglie di Belgrado. Poco oltre il ponte, la desolazione della campagna, di tanto in tanto, è interrotta da una salas, un tipo di costruzione simile alle nostre cascine, dove per centinaia di anni le famiglie di contadini serbi hanno coltivato i loro prodotti da vendere nei mercati di Belgrado. Sono un simbolo per questa terra, che di simboli si nutre, immortalato dai dipinti del pittore Sava Stojkov. “Quando vedi la prima salas, sei in Vojvodina”, ti annunciano per tempo. Ora queste costruzioni sono diventate ritrovi per feste di ragazzi, che le affittano per il fine settimana, oppure prototipi di agriturismi, idee che aspettano di realizzarsi con il turismo che verrà.

Novi Sad I centri abitati, lungo la strada per Novi Sad, annunciano la Vojvodina in un tripudio di casette a un piano con il tetto spiovente. Potrebbe essere un paesaggio dell’Austria o dell’Ungheria, retaggio dell’Impero di Vienna che ha lasciato tracce indelebili negli usi, nei costumi e nell’architettura. La Vojvodina è un crogiuolo di popoli: serbi, ungheresi, slovacchi e altri ancora. L’aria è appestata dagli effluvi degli zuccherifici, dove finiscono i milioni di barbabietole che circondano tutta la zona, ma che non generano ricchezza. Tutto viene lavorato per le aziende di Belgrado, che poi tornano a rivendere il prodotto finito, che finisce per costare di più di quanto guadagnato coin la vendita ai contadini della Vojvodina. E questa è solo una delle tante lamentele che si ascoltano in questa regione della Serbia, che qualcuno vorrebbe secessionista, ma per lo più appare solo stanca di essere povera. Nelle viuzze dei paesini prima di Novi Sad, si trovano ancora i negozi con l’insegna Primo Maggio. Erano quelli della catena dell’azienda statale che produceva e vendeva i vestiti. Non solo ci sono ancora, ma nelle loro vetrine il tempo pare non essere mai passato. I manichini e i vestiti che indossano conducono con un balzo indietro di 40 anni, come se da queste parti non fosse passato nessuno ad aprire la porta impolverata del negozio, anche solo per dire: “Guardate che è tutto finito”.
Novi Sad si erge, tra tanta campagna e tanta semplicità, come un gioiello prezioso. La fortezza di Petrovaradin domina la città vecchia ed è teatro, ogni anno, di un festival musicale che attira migliaia di ragazzi da tutta Europa: l’Exit Fest, dove per anni si è espressa liberamente l’opposizione al regime di Milosevic. Con la musica, ancora lei, non con le bombe. I caffè, i viali e i giardini di Novi Sad ricordano le sue nobili origini austro-ungariche. “Quelli di Novi Sad se la tirano tanto con questa storia dell’impero”, dicono i ragazzi di Belgrado, “si sentono i più colti e i più eleganti, mentre ci prendono in giro ricordando come noi siamo stati occupati dai ‘turchi’”. Ma non di solo campanilismo si nutre la Vojvodina, che del suo multiculturalismo fa sfoggio nel centro città, dove alle chiese ortodosse si affianca una immensa cattedrale cattolica, cosa non comune da queste parti. Un segno che, al di là della retorica, assieme si può stare davvero. Magari ascoltando della buona musica.
Christian Elia
Categoria: Popoli, Storia
Luogo: Italia
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