Viaggiando a bordo di una Zastava Jugo, storia e modernità tra Novi Sad e il Danubio
Via da Belgrado: direzione
nord, obiettivo Vojvodina. Il mezzo di locomozione ideale non può
che essere una Jugo, l’utilitaria della Zastava, un
mito da queste parti, secondo solo a quello della rakja (la
deliziosa grappa).
Per anni ha
fabbricato anche armi, che hanno contribuito al bagno di sangue degli
anni Novanta, ma la
Zastava è un simbolo di quella via
jugoslava al socialismo che, per anni, ha irradiato un fascino
notevole anche fuori dai confini della Federazione.

La
Jugo è
una macchina piccola, che si noleggia a Belgrado per 18 euro al
giorno, ma simboleggia per gli ex-jugoslavi quello che la Seicento
ha simboleggiato per gli italiani negli anni del boom economico. Fa
tenerezza adesso, visto che rappresenta il ricordo sbiadito di un
passato più sereno di questo presente, mentre la casa madre
Zastava si avvia alla prossima privatizzazione, che infierirà
l’ennesimo colpo alla Jugoslavia unita sognata dal maresciallo
Tito, mentre si nascondeva in montagna dai nazisti che gli davano la
caccia. Il traffico scorre impazzito a Belgrado, tra smog e sorpassi
azzardati. L’autostrada che porta a Novi Sad, principale centro
della Vojvodina, dopo un ingorgo iniziale, si presenta invece come un
serpentone sereno, che attraversa foreste di alberi scheletrici e
malinconici. Grossi uccelli neri svolazzano indisturbati, in
sterminati campi senza che neanche una costruzione giunga a
disturbare la vista. In uno di questi campi, nell’estate del 2007,
il gruppo musicale statunitense dei
Red Hot Chili Peppers tenne
un concerto memorabile per i ragazzi serbi. Accorsero in 120mila, in
aperta campagna, dove era stato costruito un enorme palco. Ancora
oggi ne parlano tutti, considerato il fatto che la musica è
una parte integrante della vita dei serbi giovani e meno giovani. Ed
è curioso notare come gran parte della musica che affascina i
belgradesi è made in Usa. Proprio quegli Stati Uniti che
vengono accusati di essere complici della precipitosa rovina della
ex-Jugoslavia prima e della perdita del Kosovo dopo.

La spoglia monotonia
dei campi viene interrotta, all’improvviso, dal Danubio. Che non è
più blu da tempo, ma resta bello e grande. Taglia la pianura
come una lama e viene attraversato dal ponte più grande della
Serbia. La Nato lo aveva parzialmente distrutto nel 1999, ma
Milosevic lo ricostruì subito. Solo che dopo Milosevic è
caduto, e i soldi del governo di Belgrado non bastano mai. Ancora
lavori in corso, mentre il Danubio continua a scorrere impassibile,
come se i segni onnipresenti della guerra lo lasciassero
indifferente. Lungo le rive del fiume si scorgono delle villette,
luogo di villeggiatura per le famiglie di Belgrado. Poco oltre il
ponte, la desolazione della campagna, di tanto in tanto, è
interrotta da una
salas, un tipo di costruzione simile alle
nostre cascine, dove per centinaia di anni le famiglie di contadini
serbi hanno coltivato i loro prodotti da vendere nei mercati di
Belgrado. Sono un simbolo per questa terra, che di simboli si nutre,
immortalato dai dipinti del pittore Sava Stojkov. “Quando vedi la
prima
salas, sei in Vojvodina”, ti annunciano per tempo. Ora
queste costruzioni sono diventate ritrovi per feste di ragazzi, che
le affittano per il fine settimana, oppure prototipi di agriturismi,
idee che aspettano di realizzarsi con il turismo che verrà.
I centri abitati, lungo la
strada per Novi Sad, annunciano la Vojvodina in un tripudio di
casette a un piano con il tetto spiovente. Potrebbe essere un
paesaggio dell’Austria o dell’Ungheria, retaggio dell’Impero di
Vienna che ha lasciato tracce indelebili negli usi, nei costumi e
nell’architettura. La Vojvodina è un crogiuolo di popoli:
serbi, ungheresi, slovacchi e altri ancora. L’aria è
appestata dagli effluvi degli zuccherifici, dove finiscono i milioni
di barbabietole che circondano tutta la zona, ma che non generano
ricchezza. Tutto viene lavorato per le aziende di Belgrado, che poi
tornano a rivendere il prodotto finito, che finisce per costare di
più di quanto guadagnato coin la vendita ai contadini della
Vojvodina. E questa è solo una delle tante lamentele che si
ascoltano in questa regione della Serbia, che qualcuno vorrebbe
secessionista, ma per lo più appare solo stanca di essere
povera. Nelle viuzze dei paesini prima di Novi Sad, si trovano ancora
i negozi con l’insegna Primo Maggio. Erano quelli della catena
dell’azienda statale che produceva e vendeva i vestiti. Non solo ci
sono ancora, ma nelle loro vetrine il tempo pare non essere mai
passato. I manichini e i vestiti che indossano conducono con un balzo
indietro di 40 anni, come se da queste parti non fosse passato
nessuno ad aprire la porta impolverata del negozio, anche solo per
dire: “Guardate che è tutto finito”.
Novi Sad si erge,
tra tanta campagna e tanta semplicità, come un gioiello
prezioso. La fortezza di
Petrovaradin domina la città
vecchia ed è teatro, ogni anno, di un festival musicale che
attira migliaia di ragazzi da tutta Europa: l’
Exit Fest,
dove per anni si è espressa liberamente l’opposizione al
regime di Milosevic. Con la musica, ancora lei, non con le bombe. I
caffè, i viali e i giardini di Novi Sad ricordano le sue
nobili origini austro-ungariche. “Quelli di Novi Sad se la tirano
tanto con questa storia dell’impero”, dicono i ragazzi di
Belgrado, “si sentono i più colti e i più eleganti,
mentre ci prendono in giro ricordando come noi siamo stati occupati
dai ‘turchi’”. Ma non di solo campanilismo si nutre la
Vojvodina, che del suo multiculturalismo fa sfoggio nel centro città,
dove alle chiese ortodosse si affianca una immensa cattedrale
cattolica, cosa non comune da queste parti. Un segno che, al di là
della retorica, assieme si può stare davvero. Magari
ascoltando della buona musica.
Christian Elia