Un bilancio dopo 365 giorni dal discorso di Bush che sanciva la fine della guerra

La portaerei U.S.S. Lincoln, fino al 1 maggio del 2003, era conosciuta solo come
una delle navi da guerra più efficienti della flotta militare statunitense. Quel
giorno l’ ha consegnata alla storia. George W. Bush, il Presidente degli Stati
Uniti d’America, ha tenuto un discorso che non verrà dimenticato presto.
Esattamente un anno fa, in un caldo pomeriggio, al largo delle coste della California,
Bush ha detto al mondo intero che “mission accomplished”, la missione era compiuta.
A qualcuno potrà sembrare assurdo, ma il Presidente statunitense parlava della
guerra in Iraq. Da un grande podio con una enorme bandiera degli Stati Uniti come
sfondo, il capo del Paese più potente del mondo, ha mentito.
Questo conflitto, in realtà, è caratterizzato da affermazioni che sono state
smentite in un attimo. Nel ricostruire la vicenda non si può non cominciare dalle
armi di distruzione di massa: le immagini di Colin Powell che, davanti al Consiglio
di sicurezza delle Nazioni Unite, tiene tra le dita una fiala, prova a suo dire
inconfutabile della possibilità del regime di Saddam Hussein di attaccare altri
Paesi, hanno girato il mondo. Era il dicembre del 2002 e, dopo tre mesi e milioni
di persone in piazza in tutto il mondo contro la guerra, comincia l’attacco all’Iraq.
Non servirono a nulla le parole di Hans Blix, capo degli ispettori delle Nazioni
Unite che, con forza e coerenza, continuava a dichiarare di non aver trovato l’ombra
di un’arma di distruzione di massa.
Bisognava attaccare e farlo subito, perché il regime di Saddam era compromesso
con gli attentati che l’undici settembre 2001 avevano sconvolto gli Stati Uniti
e il mondo intero. Anche di questo, un anno dopo, non si è trovata l’ombra di
una prova. Un’altra bugia. Un anno dopo la guerra, mossa in base a quelle accuse
all’Iraq, continua e diventa sempre più letale.
I numeri sono freddi, ma a volte sono più esplicativi di tante chiacchiere.
Il numero dei civili iracheni, quindi persone che non c’entrano nulla, uccisi
dalla guerra sono più di diecimila. I militari della coalizione morti sono 843,
di undici Paesi diversi. La spesa per finanziare questa guerra ha superato i cento
miliardi di dollari. Vengono i brividi a pensare cosa si poteva costruire con
quei soldi.
Quando la motivazione della guerra, cioè le armi di distruzione di massa e il
terrorismo, sono apparsi assolutamente privi di fondamento, la classe dirigente
dell’amministrazione Bush, subito seguita da quelle degli alleati, ha cominciato
a sostenere una nuova posizione. Era importante attaccare l’Iraq per liberarne
la popolazione dalla dittatura sanguinosa di un tiranno spregevole.
Guardando alla situazione attuale in Iraq il bilancio è tristemente negativo.
Saddam è assicurato ai servizi di sicurezza degli Stati Uniti, ma il Paese è
devastato, da nord a sud. Si accusava Baghdad di voler portare attacchi terroristici
in tutto il mondo, ma per la prima volta nella sua storia, il terrorismo è arrivato
in Iraq.
Tutti sono diventati bersagli: militari della coalizione, le Nazioni Unite, le
sedi diplomatiche, le organizzazioni non governative e tutti gli iracheni che
cercano di guadagnarsi un pezzo di pane per sopravvivere lavorando con gli occupanti,
unica possibilità di lavorare in un Paese allo stremo.
Il nord del Paese, abitato dai curdi, dopo le persecuzioni e i massacri di Saddam,
conosceva dal 1991 una sostanziale autonomia che garantiva una vita serena: il
1 febbraio del 2004 un doppio attentato contro le sedi dei principali partiti
curdi causa, tra morti e feriti, duecento vittime.
Il sud del Paese, abitato dagli sciiti, per decenni maggioranza oppressa dalla
minoranza sunnita, non è meno sconvolto. Il 2 marzo, giorno dell’Ashura, festa
importantissima per gli sciiti che potevano finalmente godere della possibilità
di culto, è stata sconvolta da due attentati, a Baghdad e a Kerbala, che hanno
causato la morte di più di 50 persone.
Questi sono solo due esempi di uno stillicidio quotidiano, che vede tutte le
parti in lotta tra di loro e unite contro l’occupazione. Quella che doveva essere
una guerra di liberazione si è trasformata in una campagna di occupazione. La
coalizione non è stata capace di ricostruire un apparato statale efficiente che
non fosse percepito dalla popolazione come un fantoccio degli occupanti, di garantire
la sicurezza dei cittadini e di proteggere nulla più del ministero del Petrolio.
L’idea di essere accolti come liberatori portatori di democrazia si è infranta
di fronte alle continue violazioni dei diritti umani, l’uso indiscriminato di
armi letali e il trattamento dei prigionieri di guerra. Ogni giorno le organizzazioni
non governative denunciano violazioni e rimangono inascoltate. Non è un esempio
di democrazia buono per l’esportazione.
La realtà irachena è stata completamente fraintesa, commettendo errori grossolani.
Come quello della nuova bandiera che ricordava la Turchia ai curdi del nord e
i colori della bandiera israeliana a tutti gli altri, o ancora quello di creare
un televisione in lingua araba che doveva servire a farsi capire dalla popolazione
e ha finito per essere assaltata dai manifestanti perché offendeva la morale islamica.
Per non parlare di una costituzione pubblicizzata all’estero come un grande passo
per la democrazia in Iraq, ma che scontenta tutti gli iracheni.
Il bilancio di un anno di guerra è quindi fallimentare, ma si potrebbe dire che
si è sbagliato in buona fede. In sostanza la coalizione ha attaccato per liberare
gli iracheni e, per una serie d’incomprensioni, non ci è riuscita.
Solo che a questo punto arriva la bugia più grave. Sembra che questa guerra per
rimuovere Saddam, non sia stata fatta per la popolazione irachena o per la lotta
la terrorismo, ma per il controllo delle risorse energetiche dell’Iraq.
Questa lettura non proviene dagli ambienti pacifisti (che continuano a chiedere
la fine della guerra), ma da elementi della stessa amministrazione Bush.
Richard Clarke, ex responsabile della sicurezza di Bush, e Paul O’Neill, ex segretario
al Tesoro del Presidente, hanno scritto libri in cui affermano testualmente che
l’attacco all’Iraq fosse stato predeterminato ben prima dello stesso 11 settembre
2001, quindi prima di qualunque guerra al terrorismo. Nell’attesa della fine di
questo massacro rimane una sola certezza: dopo tante bugie, venga risparmiata
alla popolazione civile irachena quella della guerra umanitaria.