04/12/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Tra i giovani serbi di Bosnia, prosegue un viaggio in mezzo a disillusione e vecchi rancori

  segue dalla prima parte

da Foça, Republika Srpska di Bosnia,
G.l. Ursini per PeaceReporter
manifesto festival Guca 2007Voi europei. 'Ja Necku Europa'. Si legge sulle spillette che moltissimi ragazzi sfoggiano sul petto qui al festival. “io non voglio l'Europa'. Uno slogan semplice, riferito all'adesione serba alla Ue del 2012, e al referendum popolare che dovrebbe decidere in merito. Difficilissimo trovare un simile sfoggio di odio anti-Bruxelles in un raduno di giovani nel continente europeo. “Chiaro che qui odiamo tutti Bruxelles. Magari sull'Ipod sentiamo le stesse canzoni, ma voi europei avete aiutato nel '99 gli Usa a bombardarci, come credi vi consideriamo?” Lo sconcerto aumenta ad ogni nuova parola di Yelena. Lei ha 24 anni e studia lingue a Belgrado. Per attitudine professionale dovrebbe essere aperta allo straniero. Invece è tra le più infervorate contro Bruxelles, la Nato e gli americani, anche se veste italiano e guarda Mtv. Il ricorrere della litania “Voi europei” soprattutto preoccupa: come se un' intera generazione crescesse con l'idea che “quelli lì” sono altro da 'Noi' serbi. E gli europei per questi giovani sono diversi: “non siete cristiano ortodossi, ci avete già attaccato e volete distruggere la patria Serba”, grida nel microfono un giovanottone a petto nudo con il berretto di feltro dell'esercito lealista monarchico. Una generazione cresciuta sotto le bombe Nato si considera più vicina a Mosca che a Roma o Parigi. Tra il profluvio di bandiere serbe che sventolano di continuo nei concerti, tra maree bagnate di birra serba, furoreggia il tricolore bianco rossoblu della Russia. “ I nostri unici amici, gli ultimi rimasti vicini”, grida a sovrastare il frastuono delle band di fiati Jurii, doppia cittadinanza francese e serba, una residenza sulla Costa azzurra ma nessuna indecisione sul concetto di 'nemico'. Fuori dai concerti orde di giovani con muscoli in bassorilievo sono avvolti nella bandiera pre-jugoslava - biancorossoblù con la tradizionale aquila coronata – fanno un gesto con tre dita tese (pollice, indice, medio) e ripetono slogan sulla''Confederazjia'' divisa in parti tre. Rivorrebbero indietro l'unione con Crna Gora (MonteNegro) e repubblica serba di Bosnia, per ricostituire il cuore serbo di quel progetto multiculturale chiamato Jugoslavia.

mappa della Bosnia con Foca in evidenzaIl Kosovo? Un nostro braccio. “Il Kosovo non sarà mai europeo, perché è parte del corpo stesso della Srbjia. E' come un nostro braccio. Siamo pronti a prendere di nuovo le armi in pugno, se gli albanesi ce lo vogliono togliere”. A parlare non è un vecchio paramilitare reduce dal fronte con Arkan, bensì un ragazzo 26enne che regge l'unico pub decente di Foça. Dejan è un appassionato di calcio e s'interessa di più a sapere se gli italiani apprezzano il suo omonimo Stankovic, giocatore dell'Inter. Non ama parlare di armi e guerre. “Ho fatto due anni al fronte, nell'assedio di Sarajevo. Difendevo la mia patria. Immaginavamo che la volessero smembrare alcuni nemici capitalisti. Pensavo di non dover più prendere un fucile in mano. Se l'hai fatta, odi la guerra. Ma per il Kosovo, potrei tirare fuori dalla naftalina la mia divisa nell'armadio”. Alle sue spalle scorre placida ed enorme la Drina, antico confine tra Imperi romani d'Occidente e d'Oriente. Siamo nella Republika Srpska di Bosna, l'enclave serba che riunisce quasi metà della popolazione bosniaca. Qui i ragazzi sono tanti, tornati solo per le vacanze. Quasi tutti studiano a Belgrado o Novi Sad. La loro patria è là, aldilà del confine orientale, dove i caratteri latini lasciano il posto al cirillico. Irina non ha dubbi: “Sarajevo? E cosa dovrei andare a fare in mezzo ai musulmani? Qui, per la Bosnia, è finita. Non torneremo mai più a vivere insieme a 'quelli lì'. Io spero di finire presto la laurea in legge a Novi Sad e trovare lavoro lì presso un avvocato. Serbo come me. Mamma e papà sono d'accordo. Per i giovani bosniaci non c'è futuro”.

Si fottessero i vostri soldi, europeo!” Le conversazioni con i giovani della Republika Srpska non sono molto varie: dopo l'inevitabile accenno al calcio con un 'campione del mondo' (detto in italiano, ndr), quando si passa alla politica, si parla di guerra. “Il Kosovo? Mai! Torniamo lì in massa a riprendercelo”. Mirko aveva fino a un secondo prima un sorriso gioviale, mentre beveva la sua birra – rigorosamente bosniaca – e scambiava battute con i suoi amici del bar, pronto a riferire in inglese i dialoghi dei compari. “ Sono tutti d'accordo con me. Nessuno qui vuole saperne di trovare un accordo coi musulmani. Prova a viverci vicino. Non è possibile, italiano”. Sembra di stare fuori dal tempo. Tornati ai tempi del '15-'18. Inutile provare con le rinunce territoriali in favore della pace, (un tema d'attualità in Medio Oriente), vengono fuori discorsi di un'altra epoca: “E perchè allora voi italiani non ci cedete Trst (Trieste) come voleva il comandante Tito??”
Inutile portare esempi di integrazioni riuscite: l'Alto adige italiano per esempio. Per molti Sud Tirol. Che beneficia di tali agevolazioni fiscali da aver dimenticato velleità d'indipendenza o adesione all'Austria. Inutile parlare di Unione europea, uno spazio comune di libero movimento che ha prodotto 50 anni di pace e di prosperità economica; il benessere varrà pure velleità nazionalistiche fuori dalla storia. “Fuck your money, italian!” Mirko parla in inglese dopo quattro anni dietro il bancone di un pub londinese. “Si fottessero i vostri soldi! Fottetevi con la vostra economia, il vostro progresso! Che me ne faccio? A che mi servono le vostre belle auto, il vostro benessere economico, se i miei fratelli vivono sotto il nemico? Hai mai provato tu, a stare con un musulmano albanese che ti comanda? Perché non ci provi, prima di parlare d'Europa. Che me ne faccio, di essere membro Ue, senza il Kosovo?” Come sempre, tutti i serbi chiedono se conosciamo davvero gli albanesi dell'Uck, e se ci sembrino dei tipi pacifici.

Cosi dicon tutti I cattivi del film son i serbi. Ma nessuno guarda le facce dall'altra parte del fronte. In mezzo sembra ci sia uno specchio: da un lato e dall'altro della trincea giovani pieni d'ormoni pronti a morire per un terreno.
“Non ci sono cattivi e buoni in guerra, tesoro. Ci sono solo stupidi. Fare la guerra è da stupidi: porta solo morte, distruzione e povertà. I cattivi sono quelli che vogliono la guerra”. Lo sguardo dei bimbi gira a vuoto per il museo. Non sono molto convinti dalla risposta dello zio giornalista. Fuori, splende il sole dalmata. Presto dimenticheranno la guerra. Ma rimarrà un grosso punto interrogativo. I bambini hanno un bisogno disperato di un cattivo per le storie. Come pure le opinioni pubbliche.
 

Gianluca Ursini

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