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Voi europei. 'Ja Necku Europa'. Si legge sulle spillette che moltissimi ragazzi sfoggiano sul petto qui al
festival. “io non voglio l'Europa'. Uno slogan semplice, riferito all'adesione
serba alla Ue del 2012, e al referendum popolare che dovrebbe decidere in merito.
Difficilissimo trovare un simile sfoggio di odio anti-Bruxelles in un raduno di
giovani nel continente europeo. “Chiaro che qui odiamo tutti Bruxelles. Magari
sull'Ipod sentiamo le stesse canzoni, ma voi europei avete aiutato nel '99 gli
Usa a bombardarci, come credi vi consideriamo?” Lo sconcerto aumenta ad ogni nuova
parola di Yelena. Lei ha 24 anni e studia lingue a Belgrado. Per attitudine professionale
dovrebbe essere aperta allo straniero. Invece è tra le più infervorate contro
Bruxelles, la Nato e gli americani, anche se veste italiano e guarda Mtv. Il ricorrere
della litania “Voi europei” soprattutto preoccupa: come se un' intera generazione
crescesse con l'idea che “quelli lì” sono altro da 'Noi' serbi. E gli europei
per questi giovani sono diversi: “non siete cristiano ortodossi, ci avete già
attaccato
e volete distruggere la patria Serba”, grida nel microfono un giovanottone a petto
nudo con il berretto di feltro dell'esercito lealista monarchico. Una generazione
cresciuta
sotto le bombe Nato si considera più vicina a Mosca che a Roma o Parigi. Tra il
profluvio di bandiere serbe che sventolano di continuo nei concerti, tra maree
bagnate di birra serba, furoreggia il tricolore bianco rossoblu della Russia.
“ I nostri unici amici, gli ultimi rimasti vicini”, grida a sovrastare il frastuono
delle band di fiati Jurii, doppia cittadinanza francese e serba, una residenza
sulla Costa azzurra ma nessuna indecisione sul concetto di 'nemico'. Fuori dai
concerti orde di giovani con muscoli in bassorilievo sono avvolti nella bandiera
pre-jugoslava - biancorossoblù con la tradizionale aquila coronata – fanno un
gesto con tre dita tese (pollice, indice, medio) e ripetono slogan sulla''Confederazjia'' divisa in parti tre. Rivorrebbero indietro l'unione con Crna Gora (MonteNegro) e repubblica
serba di Bosnia, per ricostituire il cuore serbo di quel progetto multiculturale
chiamato Jugoslavia.
Il Kosovo? Un nostro braccio. “Il Kosovo non sarà mai europeo, perché è parte del corpo stesso della Srbjia. E' come un nostro braccio. Siamo pronti a prendere di nuovo le armi in pugno,
se gli albanesi ce lo vogliono togliere”. A parlare non è un vecchio paramilitare
reduce dal fronte con Arkan, bensì un ragazzo 26enne che regge l'unico pub decente
di Foça. Dejan è un appassionato di calcio e s'interessa di più a sapere se gli
italiani apprezzano il suo omonimo Stankovic, giocatore dell'Inter. Non ama parlare
di armi e guerre. “Ho fatto due anni al fronte, nell'assedio di Sarajevo. Difendevo
la mia patria. Immaginavamo che la volessero smembrare alcuni nemici capitalisti.
Pensavo di non dover più prendere un fucile in mano. Se l'hai fatta,
odi la guerra. Ma per il Kosovo, potrei tirare fuori dalla naftalina la mia divisa
nell'armadio”. Alle sue spalle scorre placida ed enorme la Drina, antico confine
tra Imperi romani d'Occidente e d'Oriente. Siamo nella Republika Srpska di Bosna, l'enclave serba che riunisce quasi metà della popolazione bosniaca.
Qui i ragazzi sono tanti, tornati solo per le vacanze. Quasi tutti studiano a
Belgrado o Novi Sad. La loro patria è là, aldilà del confine orientale, dove i
caratteri latini lasciano il posto al cirillico. Irina non ha dubbi: “Sarajevo?
E cosa dovrei andare a fare in mezzo ai musulmani? Qui, per la Bosnia, è finita.
Non torneremo mai più a vivere insieme a 'quelli lì'. Io spero di finire presto
la laurea in legge a Novi Sad e trovare lavoro lì presso un avvocato. Serbo come
me. Mamma e papà sono d'accordo. Per i giovani bosniaci non c'è futuro”.
Gianluca Ursini
Parole chiave: Republika Srpska, Tito, Trieste, Alto adige, Unione Europea