04/12/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Nella capitale serba la questione del Kosovo suona lontana
Belgrado non vuole più stare ferma: è una città che pensa al futuro. Appena arrivati in aeroporto, dal controllo passaporti all’uscita, c’è una teoria di piccoli vani disposti lungo i corridoi. Sono dei negozietti, che avranno la stessa aria e le stesse cianfrusaglie degli aeroporti di tutto il mondo. Avranno perché non hanno ancora, essendo pronti all’uso, ma sfitti.

Aeroporto di BelgradoSembrano aspettare che la Serbia riparta, dopo che tutto un paese è stato investito come un treno da un’accelerazione brutale della storia: prima l’ex-Jugoslavia, sciolta nel sangue, poi la guerra del Kosovo, con le Nazioni Unite che ti entrano in casa a far da padroni, ancora la secessione anche del Montenegro e infine, come pare sempre più probabile, l’indipendenza definitiva del Kosovo. Come i negozietti dell‘aerostazione, i serbi sembrano osservare impotenti i colpi che si abbattono sulla sua storia, ma sono in attesa di uscire dall’intontimento causato da un pugile spietato. “Qui di turisti se ne vedono pochi”, racconta il tassista Slobo, “io ricordo ancora la Jugoslavia di trent’anni fa: era un porto di mare. Gente che veniva da tutto il mondo, a godersi il nostro paese. Ci sentivamo amati, adesso invece sembra che tutti ci odino. Milosevic ha fatto quello che ha fatto, ma non possiamo continuare a pagare per sempre”. La strada dall’aeroporto alla città è intasata e rumorosa: c’è un piccolo incidente, ma questo basta a mandare in tilt l’arteria che corre lungo i circa 30 chilometri tra l’aeroporto e Belgrado, metropoli da 2,3 milioni di abitanti.
Giunti in città, lungo la Kneza Milosa, saltano agli occhi gli scheletri ancora dilaniati dei palazzi colpiti dai bombardamenti della Nato del 1999. “Vedete…sono stati i missili”, spiega Slobo, “dicevano che tiravano solo sugli obiettivi militari, ma quella che vede distrutta era una vecchia caserma della polizia. Solo che subito là, dietro l’angolo, c’è un ospedale pediatrico”.

BelgradoSlobo racconta la storia quasi annoiato, come se lo avesse fatto mille volte negli ultimi otto anni. Indignato certo, ma il suo stesso racconto pare annoiarlo. E adesso che succederà con il Kosovo? Una nuova guerra? “Non ci sarà nessuna guerra. Il Kosovo, ormai, è perduto”, risponde secco il tassista, “la gente vuole solo scrollarsi tutto di dosso e pensare al futuro. Il Kosovo abbiamo cominciato a perderlo all’epoca di Tito, quando venne permesso a tanti albanesi di stanziarsi in Kosovo. Quelli si riproducono come conigli!!! E in pochi anni sono riusciti a cacciarci”. La sua versione della storia, altri ne hanno un idea differente, ma Slobo non andrà a difendere il Kosovo in armi se sarà indipendenza. “E’ tutto inutile: vogliono farlo e lo faranno. I nostri politici fanno solo finta di battersi per il Kosovo. Sanno anche loro che tutto è perduto. Bisogna guardare avanti…anche se spero che vengano protetti i nostri monasteri. Personalmente sono molto più interessato a entrare nell’Unione europea, per rimettere in piedi il business”.

I rappresentanti della cosiddetta TroikaSlobo sembra avere ragione, visto che in città la vita continua tranquilla e, tranne una campagna di manifesti in giro per la città di un gruppo di ultranazionalisti, nessuno sembra perdere il sonno per il destino del Kosovo. Lo struscio in Kneza Mihaila, la via pedonale che attraversa il centro della città vecchia, è turbinoso. Bellissime ragazze, vestite all’ultima moda, si muovono tra le vetrine dei negozi di tutti, ma proprio tutti, i più noti marchi commerciali del mondo. Ai negozi si alternano i bar, i locali notturni e le librerie. In un’unica serata si possono ascoltare tutti i generi musicali nei luoghi pubblici dov’è ancora permesso fumare, anche se la legge direbbe il contrario. In alternativa ai caffè stracolmi, ci sono i musicisti per la strada, che allietano i passanti con un trionfo di fisarmoniche che spandono struggenti melodie balcaniche, o i baracchini che vendono sigarette e giornali, oppure quelli che vendono da mangiare. In alto, come un padre corrucciato, il castello Kalemegdan veglia sui barconi ormeggiati lungo la riva della Sava. “Noi li chiamiamo splav. Sono tutti locali, bar e ristoranti”, spiega Nina, studentessa universitaria, “sempre pieni tutta la notte. Sono dei club dove venire ad ascoltare la musica techno e quant’altro, ma non per fare i rave party. Io ho 25 anni e nessuno della mia età userebbe quel termine. Ricorda gli anni Novanta, ed è odiato come tutto quello che ricorda quel tempo. Adesso basta, non se ne può più di tutti questi casini. Ci sono tanti problemi e pochi soldi. Ma andiamo avanti, anche se c‘è ancora tanto, troppo nazionalismo. E non sappiamo cosa ci riserva il futuro. Però non dipende da me o dai miei amici, ma dalla Russia, dalle Nazioni Unite, dagli Usa, dall’Unione europea e così via. Allora, nell’attesa, vado avanti”.
Christian Elia
 
Categoria: Politica, Popoli
Luogo: Serbia
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