Belgrado non vuole più
stare ferma: è una città che pensa al futuro. Appena
arrivati in aeroporto, dal controllo passaporti all’uscita, c’è
una teoria di piccoli vani disposti lungo i corridoi. Sono dei
negozietti, che avranno la stessa aria e le stesse cianfrusaglie
degli aeroporti di tutto il mondo. Avranno perché non hanno
ancora, essendo pronti all’uso, ma sfitti.

Slobo racconta la storia
quasi annoiato, come se lo avesse fatto mille volte negli ultimi otto
anni. Indignato certo, ma il suo stesso racconto pare annoiarlo. E
adesso che succederà con il Kosovo? Una nuova guerra? “Non
ci sarà nessuna guerra. Il Kosovo, ormai, è perduto”,
risponde secco il tassista, “la gente vuole solo scrollarsi tutto
di dosso e pensare al futuro. Il Kosovo abbiamo cominciato a perderlo
all’epoca di Tito, quando venne permesso a tanti albanesi di
stanziarsi in Kosovo. Quelli si riproducono come conigli!!! E in
pochi anni sono riusciti a cacciarci”. La sua versione della
storia, altri ne hanno un idea differente, ma Slobo non andrà
a difendere il Kosovo in armi se sarà indipendenza. “E’
tutto inutile: vogliono farlo e lo faranno. I nostri politici fanno
solo finta di battersi per il Kosovo. Sanno anche loro che tutto è
perduto. Bisogna guardare avanti…anche se spero che vengano
protetti i nostri monasteri. Personalmente sono molto più
interessato a entrare nell’Unione europea, per rimettere in piedi
il business”.

Slobo sembra avere
ragione, visto che in città la vita continua tranquilla e,
tranne una campagna di manifesti in giro per la città di un
gruppo di ultranazionalisti, nessuno sembra perdere il sonno per il
destino del Kosovo. Lo struscio in
Kneza Mihaila, la via
pedonale che attraversa il centro della città vecchia, è
turbinoso. Bellissime ragazze, vestite all’ultima moda, si muovono
tra le vetrine dei negozi di tutti, ma proprio tutti, i più
noti marchi commerciali del mondo. Ai negozi si alternano i bar, i
locali notturni e le librerie. In un’unica serata si possono
ascoltare tutti i generi musicali nei luoghi pubblici dov’è
ancora permesso fumare, anche se la legge direbbe il contrario. In
alternativa ai caffè stracolmi, ci sono i musicisti per la
strada, che allietano i passanti con un trionfo di fisarmoniche che
spandono struggenti melodie balcaniche, o i baracchini che vendono
sigarette e giornali, oppure quelli che vendono da mangiare. In alto, come un
padre corrucciato, il castello
Kalemegdan veglia sui barconi
ormeggiati lungo la riva della Sava. “Noi li chiamiamo
splav. Sono tutti locali, bar e ristoranti”, spiega Nina,
studentessa universitaria, “sempre pieni tutta la notte. Sono dei
club dove venire ad ascoltare la musica techno e quant’altro, ma
non per fare i rave party. Io ho 25 anni e nessuno della mia età
userebbe quel termine. Ricorda gli anni Novanta, ed è odiato
come tutto quello che ricorda quel tempo. Adesso basta, non se ne può
più di tutti questi casini. Ci sono tanti problemi e pochi
soldi. Ma andiamo avanti, anche se c‘è ancora tanto, troppo
nazionalismo. E non sappiamo cosa ci riserva il futuro. Però
non dipende da me o dai miei amici, ma dalla Russia, dalle Nazioni
Unite, dagli Usa, dall’Unione europea e così via. Allora,
nell’attesa, vado avanti”.