
“Bush ha dichiarato la guerra e ne ha proclamato la fine; ha fatto tutto da solo.
Gli eventi lo smentiscono su tutta la linea: gli ostaggi, i terroristi, la rivolta
e le torture…di tutto si può parlare tranne che di processo di pace”.
Ernesto Pallotta, maresciallo capo dei carabinieri ed editorialista della rivista
dell’Arma, non è tenero nel giudizio sul conflitto in Iraq, come non lo era stato
in passato, dopo l’attentato di Nassyria costato la vita a molti suoi colleghi.
“Siamo ancora in guerra, basti pensare che ai nostri militari si applica il codice
penale militare di guerra, e allora come si fa a parlare di un contesto di pace?
E’ una contraddizione che critichiamo e il caso delle torture dimostra che un
processo di democratizzazione non può avvenire con una guerra, ma deve avvenire
su base politica, con un processo che parte dalla base e richiede del tempo, che
parte dalle coscienze, come per il caso del Sudafrica”.
La distanza dalle posizioni ufficiali del Governo italiano è profonda, tanto
da sancirla con una rappresentanza ufficiale.
“Oggi è nato un movimento”, continua Pallotta, “quello dei
Carabinieri per la pace, che si batterà innanzitutto per la democratizzazione delle forze armate, perché
la questione è proprio quella. La mancanza di democrazia nelle forze armate, l’assenza
di ogni controllo di organi sindacali, come avviene in tutta Europa, è la causa
di questi abusi. Molti di questi comportamenti avvengono perché certi meccanismi
sono privati del controllo pubblico, dei cittadini e dell’opinione pubblica”.
Quindi i carabinieri s’impegnano in prima persona, per evitare, come sottolinea
Pallotta: “il ripetersi di episodi come Ustica ieri, l’Iraq oggi e domani qualche
altra situazione”.
La richiesta principale, che viene proprio dagli ambienti dell’Arma, è quindi
quella di trasparenza e presa di coscienza, di responsabilizzazione.
“Dobbiamo chiarire molte cose, comprese le dichiarazioni del colonnello Carmelo
Burgio e del generale Paolo Spagnolo” dichiara Pallotta, “che pur dichiarando
di aver visto gli abusi, hanno continuato a consegnare i detenuti, violando tutte
le convenzioni internazionali. Questo offende lo spirito di una missione di pacificazione.
Inoltre, da un’indagine svolta tra di noi, è emerso che i carabinieri sapevano
che c’erano degli abusi, ma l’imputavano a fattori culturali locali, dovuti all’eredità
di Saddam o alla stessa cultura islamica. E’ inammissibile, soprattutto quando
si parla di democrazia. Questa desensibilizzazione degli addetti ai lavori è inaccettabile
in una missione di pace: non si può consegnare un detenuto al suo torturatore
senza battere ciglio e lavandosene le mani. Burgio e Spagnuolo si assumeranno
le loro responsabilità. Non basta accusare i carcerieri che ricevevano i detenuti.
E’ aberrante: moralmente non si può consegnare un prigioniero al suo assassino”.
Come ricevete le informazioni?
“Tutto si basa su conoscenze personali o su nostre inchieste, dirette o indirette”,
risponde il maresciallo capo, “viviamo nello stesso ambiente e le cose le veniamo
a sapere. Non dal posto magari, dove non c’è un canale di comunicazione diretta,
ma quando i colleghi tornano. Non abbiamo un filo diretto con Baghdad, perché
tutto è sotto controllo”.
I militari italiani hanno delle responsabilità dirette nella gestione del sistema
carcerario in Iraq?
“No, non direttamente”, sottolinea Pallotta, “ci sono competenze diverse e ognuno
ha le sue. Il carcere è gestito da altri. Inoltre le informazioni seguono la scala
gerarchica, quindi sono le alte sfere ad avere tutte le notizie: il militare ha
un compito e lo svolge.
Anche per questo i colleghi non ci hanno saputo dare informazioni su quello che
accadeva nelle carceri inglesi o statunitensi. Tranne gli ufficiali che comandano”.
Quindi, anche dove mancavano esperienze dirette, tra i carabinieri italiani,
c’era la percezione che non tutto quello che accadeva seguiva le regole?
“Si, per loro era normale”, dice Pallotta, “ma la consideravano una gestione
locale, cioè per loro, i poliziotti iracheni gestivano così i prigionieri, c’era
una inaccattabile desensibilizzazione alla guerra: alla fine la responsabilità
è dei vertici del comando. Il carabiniere fa il suo mestiere, le scelte le fanno
i politici”.
Che aria si respira tra i suoi colleghi che sono in Iraq?
“Tutto è cambiato dopo Nassyria, nel senso che ora chi ci va ha coscienza di
trovare una situazione di guerra. Non a caso sono tante le rinuncie di carabinieri
che si sono rifiutati di partire”.
Cosa fare allora per impedire il ripetersi di questi episodi?
“La via d’uscita è quella della democratizazione delle forze armate”, ripete
il carabiniere, “per fare in modo che per un militare sia più facile denunciare,
rendere pubblici certi episodi. Il messaggio che arriva oggi è quello dell’omertà:
taci per non subire delle ritorsioni. L’apertura del mondo militare alla società
civile potrebbe metterlo al riparo da questo. Noi non vogliamo essere i mercenari
del duemila, non possiamo perdere la nostra credibilità per le scelte dei politici.
La sindacalizzazione delle forze armate è l’unica via d’uscita. Da questo parte
la nostra battaglia. I segnali del mondo politico sono stati positivi: Rifondazione
Comunista, i Comunisti Italiani, la lista Occhetto e i Verdi appoggeranno il progetto
che abbiamo presentato e ci auguriamo che lo facciano presto i Democratici di
Sinistra e tanti altri”.