12/05/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Ernesto Pallotta dei Carabinieri per la Pace
mezzo blindato dei carabinieri a nassyria“Bush ha dichiarato la guerra e ne ha proclamato la fine; ha fatto tutto da solo. Gli eventi lo smentiscono su tutta la linea: gli ostaggi, i terroristi, la rivolta e le torture…di tutto si può parlare tranne che di processo di pace”.
Ernesto Pallotta, maresciallo capo dei carabinieri ed editorialista della rivista dell’Arma, non è tenero nel giudizio sul conflitto in Iraq, come non lo era stato in passato, dopo l’attentato di Nassyria costato la vita a molti suoi colleghi.
 
“Siamo ancora in guerra, basti pensare che ai nostri militari si applica il codice penale militare di guerra, e allora come si fa a parlare di un contesto di pace? E’ una contraddizione che critichiamo e il caso delle torture dimostra che un processo di democratizzazione non può avvenire con una guerra, ma deve avvenire su base politica, con un processo che parte dalla base e richiede del tempo, che parte dalle coscienze, come per il caso del Sudafrica”.
La distanza dalle posizioni ufficiali del Governo italiano è profonda, tanto da sancirla con una rappresentanza ufficiale.
 
“Oggi è nato un movimento”, continua Pallotta, “quello dei Carabinieri per la pace, che si batterà innanzitutto per la democratizzazione delle forze armate, perché la questione è proprio quella. La mancanza di democrazia nelle forze armate, l’assenza di ogni controllo di organi sindacali, come avviene in tutta Europa, è la causa di questi abusi. Molti di questi comportamenti avvengono perché certi meccanismi sono privati del controllo pubblico, dei cittadini e dell’opinione pubblica”.
Quindi i carabinieri s’impegnano in prima persona, per evitare, come sottolinea Pallotta: “il ripetersi di episodi come Ustica ieri, l’Iraq oggi e domani qualche altra situazione”.
La richiesta principale, che viene proprio dagli ambienti dell’Arma, è quindi quella di trasparenza e presa di coscienza, di responsabilizzazione.
 
“Dobbiamo chiarire molte cose, comprese le dichiarazioni del colonnello Carmelo Burgio e del generale Paolo Spagnolo” dichiara Pallotta, “che pur dichiarando di aver visto gli abusi, hanno continuato a consegnare i detenuti, violando tutte le convenzioni internazionali. Questo offende lo spirito di una missione di pacificazione. Inoltre, da un’indagine svolta tra di noi, è emerso che i carabinieri sapevano che c’erano degli abusi, ma l’imputavano a fattori culturali locali, dovuti all’eredità di Saddam o alla stessa cultura islamica. E’ inammissibile, soprattutto quando si parla di democrazia. Questa desensibilizzazione degli addetti ai lavori è inaccettabile in una missione di pace: non si può consegnare un detenuto al suo torturatore senza battere ciglio e lavandosene le mani. Burgio e Spagnuolo si assumeranno le loro responsabilità. Non basta accusare i carcerieri che ricevevano i detenuti. E’ aberrante: moralmente non si può consegnare un prigioniero al suo assassino”.
 
Come ricevete le informazioni?
“Tutto si basa su conoscenze personali o su nostre inchieste, dirette o indirette”, risponde il maresciallo capo, “viviamo nello stesso ambiente e le cose le veniamo a sapere. Non dal posto magari, dove non c’è un canale di comunicazione diretta, ma quando i colleghi tornano. Non abbiamo un filo diretto con Baghdad, perché tutto è sotto controllo”.
 
I militari italiani hanno delle responsabilità dirette nella gestione del sistema carcerario in Iraq?
 “No, non direttamente”, sottolinea Pallotta, “ci sono competenze diverse e ognuno ha le sue. Il carcere è gestito da altri. Inoltre le informazioni seguono la scala gerarchica, quindi sono le alte sfere ad avere tutte le notizie: il militare ha un compito e lo svolge.
Anche per questo i colleghi non ci hanno saputo dare informazioni su quello che accadeva nelle carceri inglesi o statunitensi. Tranne gli ufficiali che comandano”.
Quindi, anche dove mancavano esperienze dirette, tra i carabinieri italiani, c’era la percezione che non tutto quello che accadeva seguiva le regole?
 
“Si, per loro era normale”, dice Pallotta, “ma la consideravano una gestione locale, cioè per loro, i poliziotti iracheni gestivano così i prigionieri, c’era una inaccattabile desensibilizzazione alla guerra: alla fine la responsabilità è dei vertici del comando. Il carabiniere fa il suo mestiere, le scelte le fanno i politici”.
Che aria si respira tra i suoi colleghi che sono in Iraq?
“Tutto è cambiato dopo Nassyria, nel senso che ora chi ci  va ha coscienza di trovare una situazione di guerra. Non a caso sono tante le rinuncie di carabinieri che si sono rifiutati di partire”.
Cosa fare allora per impedire il ripetersi di questi episodi?
 
“La via d’uscita è quella della democratizazione delle forze armate”, ripete il carabiniere, “per fare in modo che per un militare sia più facile denunciare, rendere pubblici certi episodi. Il messaggio che arriva oggi è quello dell’omertà: taci per non subire delle ritorsioni. L’apertura del mondo militare alla società civile potrebbe metterlo al riparo da questo. Noi non vogliamo essere i mercenari del duemila, non possiamo perdere la nostra credibilità per le scelte dei politici. La sindacalizzazione delle forze armate è l’unica via d’uscita. Da questo parte la nostra battaglia. I segnali del mondo politico sono stati positivi: Rifondazione Comunista, i Comunisti Italiani, la lista Occhetto e i Verdi appoggeranno il progetto che abbiamo presentato e ci auguriamo che lo facciano presto i Democratici di Sinistra e tanti altri”.

Christian Elia

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