30/11/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



L'opposizione repressa e la catastrofe ambientalista
Scritto per noi da
Gianluca Iazzolino
 
Olga TsepilovaOlga Tsepilova non è nuova agli arresti. L’ultimo è avvenuto giusto sabato scorso nella sua citta’, San Pietroburgo, quando agenti della polizia politica russa, gli Omon, l’hanno caricata su una camionetta dopo aver disperso la marcia di dimostranti anti-Putin a cui partecipava. Il primo risale al 2004, quando i servizi segreti, l’FSB, l’hanno sottoposta a un interrogatorio di cinque ore sulle vere ragioni del suo interessamento per il sito atomico di Ozersk, negli Urali. In mezzo ci sono stati fermi, intimidazioni, pedinamenti, una causa per diffamazione nei confronti del quotidiano Konsomolskaya Pravda, che l’aveva accusata di spionaggio per conto della CIA, e un riconoscimento del Time magazine come Eroe dell’ambiente 2007. E’ l’unica candidata di un gruppo verde alle elezioni parlamentari russe del 2 dicembre e si presenta nelle liste di Yabloko, il partito fondato da Grigory Yavlinsky, ex-ministro di Boris Yeltsin. Ha deciso di candidarsi, dice lei, perche’“da scienziata e ambientalista, sento che la morsa della lobby atomica e dell’apparato militare sta stritolando questo Paese.” Un Paese in cui i sondaggi attribuiscono a Vladimir Putin una popolarità che cresce al ritmo del prezzo del greggio. Boom legato all’esportazione delle risorse naturali e risveglio dell’orgoglio nazionalistico sono i suoi assi nella manica. Patria ed energia sono i nuovi dogmi del Cremlino. A contestarli sono i nuovi dissidenti. “Monitorare la manutenzione degli impianti nucleari, l’importazione di rifiuti radioattivi o la prevista costruzione di nuove centrali non significa solo preoccuparsi della situazione ambientale”, dice la Tsepilova. “Significa chiedersi dove finiscono i soldi pubblici e perche’ la comunita’ deve pagare con la salute per far arricchire pochi. Significa mettere a nudo la corruzione che lega politica, esercito e industria energetica.”

Le città atomiche. Non era esattamente questo il suo intento quando, nel 2003, ha iniziato a interessarsi a uno dei luoghi chiave del programma nucleare sovietico: Ozersk, o Chelyabynsk-65, com’era chiamata prima della perestrojka, una citta’ nata nel 1946 attorno agli impianti della Mayak, un’emazione della Rosatom, l’Agenzia russa dell’energia nucleare, l’unico ente che, nella citta’ invisibile sulle mappe dell’URSS, era piu’ potente del Partito Comunista. Nei suoi sessant’anni di vita, Ozersk ha ospitato le tre piu’ gravi catastrofi nucleari sovietiche di epoca pre-Chernobyl, provocando un numero di vittime al momento sconosciuto, ed è considerato il centro abitato piu’ inquinato del mondo. Gli impianti della Mayak sono gli unici di tutta la Russia a riprocessare combustibile nucleare di sommergibili, rompighiaccio e reattori di epoca sovietica in smantellamento. Il combustibile arriva da tutte le basi nucleari dell’ex-URSS e dagli arsenali nell’Europa orientale, continuando ad alimentare i depositi sotterranei della zona e producendo scorie. I dati sanitari e ambientali dell’area, in cui vivono oltre 100 mila persone, sono gestiti da unità speciali e, quasi 18 anni dopo la fine dell’Unione Sovietica, Ozersk continua ad essere una città chiusa: gli abitanti possono ricevere visite solo una volta d’anno e solo dietro approvazione delle autorità. La Tsepilova ha cominciato a interessarsi di cosiddette “città atomiche”, veri e propri laboratori a cielo aperto, nel 2002 durante un incontro di ong ambientaliste, ed è stata proprio un’associazione di Ozersk ad invitarla per una ricerca sociologica sulla percezione del rischio tra i membri della comunità. Ma per i funzionari dell’FSB che l’hanno trattenuta quando ha chiesto di accedere a dati statistici i suoi mandanti erano altri. “Mi hanno accusato di lavorare per la Cia: una retorica da guerra fredda che ha ancora molta presa, qui in Russia”.

Grigory Yavlinsky, fondatore di YablokoMinacce alla sicurezza nazionale. Il Cremlino lo sa bene e, che ci creda o meno, fa largo uso di quest’accusa, anche perche’ i legami con l’estero sono innegabili. Tuonando contro l’ingerenza di forze straniere negli affari interni della Russia, Putin ha fatto un chiaro riferimento a tutti i gruppi della societa’ civile che attingono a fondazioni internazionali. La legge sulle ong passata dalla Duma nel gennaio del 2006 non ha iniziato il giro di vite sulle ong, ma gli ha dato uno smalto istituzionale. Gli spiragli che si erano aperti nel corso degli anni ’90 si sono progressivamente richiusi, con una repressione piu’ o meno vellutata che, se non ha proprio ordinato la chiusura delle ong, ne ha reso la vita impossibile con un’infinita sequela di cavilli burocratici e costi insostenibili. Alcuni argomenti di ricerca sono tabù nelle università e la Tsepilova, membra dell’Accademia delle Scienze Russa, ha piu’ volte proposto invano il suo progetto che riguarda almeno venti citta’ atomiche, di cui dieci chiuse: quasi un milione di persone che continuano a vivere su territori contaminati ma di cui il resto della Russia non sa niente. L’unico ente che ha accettato di finanziare la sua ricerca è stato l’americano National Endowment for Peace, il che è bastato per avviare indagini su di lei, controlli sulle sue ricerche e l’accusa, da parte del popolare Komsolskaya Pravda, di essere una spia al soldo della Cia, a cui ha risposto con una querela. “L’FSB in realta’ ha solo dichiarato che la mia ricerca poteva creare i presupposti per minacce alla sicurezza nazionale, come se chiedere agli abitanti se avevano disturbi bevendo l’acqua del rubinetto significasse trafugare segreti militari.” In base a ciò, il tribunale ha stabilito che l’accusa del giornale non poteva essere ne’ confermata né smentita, ma da allora è diventata persona non grata per tutti i siti nucleari.
 
"Nessun pericolo". Grazie al clamore del suo caso, la società civile della regione di Chelyabynsk, in cui si trova Ozersk, è diventata progressivamente cosciente della gravità del problema. Proprio lo scorso settembre, gli abitanti di Muslyumovo, un villaggio di 4 mila abitanti, hanno ricordato il cinquantesimo anniversario della prima catastrofe nucleare sovietica, avvenuta con l’esplosione di un reattore della Mayak e la contaminazione dell’intero bacino idrico, chiedendo alle autorità di “smetterla di utilizzarli come cavie”. All’epoca dell’incidente, di cui si ebbe notizia solo durante la glasnost, e che sparse una nube radioattiva al di sopra degli Urali, si diffuse tra la popolazione, tatari musulmani, l’idea che le autorita’ avessero volutamente abbandonato una minoranza etnica. Questa percezione non è svanita del tutto: nel corso degli anni, la popolazione è stata spostata in massa lungo il corso del fiume Techa (in cui fino al ’51 sono stati liberamente riversati i rifiuti delle centrali) e, anche se una corte locale ha sentenziato che Mayak rappresenta una minaccia costante per la salute, le autorita’ non si sono mosse. Anzi, i depositi di carburante atomico continuano a crescere e, di tanto in tanto, vengono segnalate perdite di materiale radioattivo (l’ultimo, il 25 ottobre scorso) ma “senza danni per nessuno”, assicura la Mayak.
 
continua