Scritto per noi da
Gianluca Iazzolino
Olga Tsepilova non è nuova agli arresti. L’ultimo è avvenuto giusto sabato scorso nella sua citta’, San Pietroburgo,
quando agenti della polizia politica russa, gli Omon, l’hanno caricata su una
camionetta dopo aver disperso la marcia di dimostranti anti-Putin a cui partecipava.
Il primo risale al 2004, quando i servizi segreti, l’FSB, l’hanno sottoposta a
un interrogatorio di cinque ore sulle vere ragioni del suo interessamento per
il sito atomico di Ozersk, negli Urali. In mezzo ci sono stati fermi, intimidazioni,
pedinamenti, una causa per diffamazione nei confronti del quotidiano Konsomolskaya
Pravda, che l’aveva accusata di spionaggio per conto della CIA, e un riconoscimento
del Time magazine come Eroe dell’ambiente 2007. E’ l’unica candidata di un gruppo
verde alle elezioni parlamentari russe del 2 dicembre e si presenta nelle liste
di Yabloko, il partito fondato da Grigory Yavlinsky, ex-ministro di Boris Yeltsin.
Ha deciso di candidarsi, dice lei, perche’“da scienziata e ambientalista, sento
che la morsa della lobby atomica e dell’apparato militare sta stritolando questo
Paese.” Un Paese in cui i sondaggi attribuiscono a Vladimir Putin una popolarità
che cresce al ritmo del prezzo del greggio. Boom legato all’esportazione delle
risorse naturali e risveglio dell’orgoglio nazionalistico sono i suoi assi nella
manica. Patria ed energia sono i nuovi dogmi del Cremlino. A contestarli sono
i nuovi dissidenti. “Monitorare la manutenzione degli impianti nucleari, l’importazione
di rifiuti radioattivi o la prevista costruzione di nuove centrali non significa
solo preoccuparsi della situazione ambientale”, dice la Tsepilova. “Significa
chiedersi dove finiscono i soldi pubblici e perche’ la comunita’ deve pagare con
la salute per far arricchire pochi. Significa mettere a nudo la corruzione che
lega politica, esercito e industria energetica.”
Le città atomiche. Non era esattamente questo il suo intento quando, nel 2003, ha iniziato a interessarsi
a uno dei luoghi chiave del programma nucleare sovietico: Ozersk, o Chelyabynsk-65,
com’era chiamata prima della perestrojka, una citta’ nata nel 1946 attorno agli
impianti della Mayak, un’emazione della Rosatom, l’Agenzia russa dell’energia
nucleare, l’unico ente che, nella citta’ invisibile sulle mappe dell’URSS, era
piu’ potente del Partito Comunista. Nei suoi sessant’anni di vita, Ozersk ha ospitato
le tre piu’ gravi catastrofi nucleari sovietiche di epoca pre-Chernobyl, provocando
un numero di vittime al momento sconosciuto, ed è considerato il centro abitato
piu’ inquinato del mondo. Gli impianti della Mayak sono gli unici di tutta la
Russia a riprocessare combustibile nucleare di sommergibili, rompighiaccio e reattori
di epoca sovietica in smantellamento. Il combustibile arriva da tutte le basi
nucleari dell’ex-URSS e dagli arsenali nell’Europa orientale, continuando ad alimentare
i depositi sotterranei della zona e producendo scorie. I dati sanitari e ambientali
dell’area, in cui vivono oltre 100 mila persone, sono gestiti da unità speciali
e, quasi 18 anni dopo la fine dell’Unione Sovietica, Ozersk continua ad essere
una città chiusa: gli abitanti possono ricevere visite solo una volta d’anno e
solo dietro approvazione delle autorità. La Tsepilova ha cominciato a interessarsi
di cosiddette “città atomiche”, veri e propri laboratori a cielo aperto, nel 2002
durante un incontro di ong ambientaliste, ed è stata proprio un’associazione di
Ozersk ad invitarla per una ricerca sociologica sulla percezione del rischio tra
i membri della comunità. Ma per i funzionari dell’FSB che l’hanno trattenuta quando
ha chiesto di accedere a dati statistici i suoi mandanti erano altri. “Mi hanno
accusato di lavorare per la Cia: una retorica da guerra fredda che ha ancora molta
presa, qui in Russia”.
Minacce alla sicurezza nazionale. Il Cremlino lo sa bene e, che ci creda o meno, fa largo uso di quest’accusa,
anche perche’ i legami con l’estero sono innegabili. Tuonando contro l’ingerenza
di forze straniere negli affari interni della Russia, Putin ha fatto un chiaro
riferimento a tutti i gruppi della societa’ civile che attingono a fondazioni
internazionali. La legge sulle ong passata dalla Duma nel gennaio del 2006 non
ha iniziato il giro di vite sulle ong, ma gli ha dato uno smalto istituzionale.
Gli spiragli che si erano aperti nel corso degli anni ’90 si sono progressivamente
richiusi, con una repressione piu’ o meno vellutata che, se non ha proprio ordinato
la chiusura delle ong, ne ha reso la vita impossibile con un’infinita sequela
di cavilli burocratici e costi insostenibili. Alcuni argomenti di ricerca sono
tabù nelle università e la Tsepilova, membra dell’Accademia delle Scienze Russa,
ha piu’ volte proposto invano il suo progetto che riguarda almeno venti citta’
atomiche, di cui dieci chiuse: quasi un milione di persone che continuano a vivere
su territori contaminati ma di cui il resto della Russia non sa niente. L’unico
ente che ha accettato di finanziare la sua ricerca è stato l’americano National
Endowment for Peace, il che è bastato per avviare indagini su di lei, controlli
sulle sue ricerche e l’accusa, da parte del popolare Komsolskaya Pravda, di essere
una spia al soldo della Cia, a cui ha risposto con una querela. “L’FSB in realta’
ha solo dichiarato che la mia ricerca poteva creare i presupposti per minacce
alla sicurezza nazionale, come se chiedere agli abitanti se avevano disturbi bevendo
l’acqua del rubinetto significasse trafugare segreti militari.” In base a ciò,
il tribunale ha stabilito che l’accusa del giornale non poteva essere ne’ confermata
né smentita, ma da allora è diventata
persona non grata per tutti i siti nucleari.
"Nessun pericolo". Grazie al clamore del suo caso, la società civile della regione di Chelyabynsk,
in cui si trova Ozersk, è diventata progressivamente cosciente della gravità del
problema. Proprio lo scorso settembre, gli abitanti di Muslyumovo, un villaggio
di 4 mila abitanti, hanno ricordato il cinquantesimo anniversario della prima
catastrofe nucleare sovietica, avvenuta con l’esplosione di un reattore della
Mayak e la contaminazione dell’intero bacino idrico, chiedendo alle autorità di
“smetterla di utilizzarli come cavie”. All’epoca dell’incidente, di cui si ebbe
notizia solo durante la glasnost, e che sparse una nube radioattiva al di sopra
degli Urali, si diffuse tra la popolazione, tatari musulmani, l’idea che le autorita’
avessero volutamente abbandonato una minoranza etnica. Questa percezione non è
svanita del tutto: nel corso degli anni, la popolazione è stata spostata in massa
lungo il corso del fiume Techa (in cui fino al ’51 sono stati liberamente riversati
i rifiuti delle centrali) e, anche se una corte locale ha sentenziato che Mayak
rappresenta una minaccia costante per la salute, le autorita’ non si sono mosse.
Anzi, i depositi di carburante atomico continuano a crescere e, di tanto in tanto,
vengono segnalate perdite di materiale radioattivo (l’ultimo, il 25 ottobre scorso)
ma “senza danni per nessuno”, assicura la Mayak.