Settarismo e violenza sono causate dalla cattiva politica. Una voce "neutrale" dice basta
La situazione del Libano è sempre più polarizzata tra la coalizione al governo,
sostenuta da Usa e Arabia Saudita e quella all'opposizione, che conta sull'appoggio
di Iran e Siria. Abbiamo parlato con Carmen Geha, esponente di un gruppo che fà
del rifiuto del confessionalismo la propria bandiera.
Come nasce Khalass?
Khalass è una campagna di emergenza, è l'unione di molti attivisti della società
civile iniziata nel gennaio 2007, quando ci furono sparatorie e scontri nelle
università. Allora realizzammo quanto sia facile per i giovani usare le armi e
come l'escalation della tensione conduca alla violenza. In quella situazione furono
organizzate una serie di attività che riuscirono a mettere assieme giovani di
confessioni diverse che, alla fine, dopo lunghe discussioni e incontri con i politici
libanesi, si sono uniti nel maggio 2007. Quella è stata la data ufficiale per
la creazione di Khalas, un gruppo che non comprende solo attivisti, ma anche accademici,
giornalisti, persone della società civile. Ci sono cristiani, sunniti, sciiti,
uomini, donne. Persone di tutte le fedi e tutte le classi economiche unite per
dire sostanzialmente “no alla violenza, sì al dialogo”. Chiediamo ai politici
di trovare immediatamente soluzioni pacifiche.
Cosa significa il nome?
Khalass vuol dire “basta!” Significa che ne abbiamo abbastanza della retorica
usata per infiammare gli animi. I politici sanno che nel paese ci sono molte armi
che possono essere usate in ogni momento, sanno anche che i giovani stanno perdendo
il lavoro e sono stanchi. Vogliono vedere i loro rappresentanti comportarsi in
modo responsabile, ma più questi ultimi si comportano irresponsabilmente più cresce
la possibilità della violenza.
Il problema del Libano è l'attutudine dei politici o la presenza di conflitti
settari?
É un circolo vizioso, perché i politici agiscono in modo da accrescere il confessionalismo.
Lo fanno usando tutti i media possibili: quante volte in Tv hanno ripetuto “abbiamo
le armi e le useremo per difendere la nostra gente”. Ora, che significa questo?
Che stiamo andando verso una guerra civile. Il problema non è che i libanesi appartengono
a diverse confessioni, ma il fatto che queste vengano usate per dividere le persone
ed esacerbare lo scontento.
Ma in Libano le comunità religiose sono anche un rifugio per i singoli cittadini,
che spesso fanno affidamento più su quel nucleo che sul governo nazionale...
Dal punto di vista sociologico una setta è una forma di comunità, e non è certo
quello che vogliamo abolire. La distorsione sta nell'approccio alle istituzioni,
nel fatto che la discussione politica avviene fuori dal parlamento, che in Libano
come è noto non si riunisce da undici mesi. In aula c'è solo metà dei deputati
e ora non abbiamo più nemmeno un presidente. Questo accade perché i politici non
dialogano attraverso i canali diplomatici.
Che peso ha l'influenza straniera in questa crisi?
Il minimo che si può chiedere è che la comunità internazionale smetta di sostenere
una parte contro l'altra, iniziando a incoraggiare e catalizzare il dialogo tra
le fazioni libanesi. Questo per noi è un momento molto particolare, perché da
mesi chiediamo l'inzio di un dialogo “prima dell'elezione del presidente”. Oggi
i politici hanno fallito, hanno mancato tutte le scadenze possibili per iniziare
un dialogo.
E cosa pensate di fare?
Noi vogliamo un cambiamento. Stiamo sperimentando diversi mezzi per mettere pressione
sulla politica. L'importante ora è restituire speranza alla gente. Oggi il paese
è disfunzionale, privo di istituzioni e di politiche effettive.
Quindi cosa ti aspetti per la nuova scadenza per l'elezione del presidente, il
30 novembre?
Penso che la scadenza verrà spostata ancora una volta. In queste settimane più
che un riavvicinamento tra le coalizioni i partiti sono diventati ancora più intransigenti.
Annapolis può cambiare qualcosa?
Non so che succede ad Annapolis, penso che non ci dovrebbe riguardare, ma invece
ci riguarda.
Quali iniziative avete messo in campo?
Abbiamo iniziato tre mesi fa con una raccolta di firme in tutti i distretti del
Paese. Per cinque settimane abbiamo bussato alle porte in tutti i distretti: Beirut,
Bekaa, il nord, il sud, il monte Libano, per far firmare una petizione che chiede
la ripresa immediata del dialogo, la fine delle violenze e la riattivazione delle
istituzioni. Ad oggi sono oltre trentacinquemila le firme raccolte. Lavorare per
accrescere la consapevolezza delle persone è una scelta strategica. Ci finanziamo
con molti piccoli sponsor individuali, per pagare gli striscioni, le auto, gli
autisti, vitto e alloggio... non abbiamo chiesto nessun tipo di sovvenzione pubblica..
Oltre a questo abbiamo organizzato attività in bicicletta. Diversi giovani che
vanno in giro per Beirut a parlare con la gente, cercando di accrescere la consapevolezza
delle persone sulla situazione del Paese. Poi abbiamo organizzato concerti e incontrato
dei politici, cercando di farli concordare su un patto di responsabilità. Ancora
non posso dire chi ha firmato però.La situazione del Libano è sempre più polarizzata
tra la coalizione al governo, sostenuta da Usa e Arabia Saudita e quella all'opposizione,
che conta sull'appoggio di Iran e Siria. Abbiamo parlato con Carmen Geha, esponente
di un gruppo che fà del rifiuto del confessionalismo la propria bandiera.