30/11/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



La mano forte del regime sul rinnovo della Duma
Oggi in Russia non si vota. Le elezioni oggi per il rinnovo dei 450 seggi della Camera Bassa del Parlamento, e che vedono in lizza 11 partiti, non sono che una colossale messinscena in cui il risultato è già scontato da tempo. Un plebiscito che avrà un unico fine: assicurare al partito del presidente Putin, Russia Unita, il controllo del Parlamento. E a questo il controllo del Cremlino. Putin ha il 70 per cento di consenso. Russia Unita detiene 305 seggi. Sono numeri destinati a crescere dopo i massicci appelli del presidente dalla tv di Stato. Dopo l'esclusione degli osservatori internazionali. Dopo le botte agli oppositori lo scorso fine-settimana, a San Pietroburgo e Mosca. In gioco, in queste elezioni, non è tanto, o non è solo, il futuro del Paese, ma il futuro della fragile democrazia russa. Come si è arrivati a questo punto?
 
Vladimir PutinIl clan dei siloviki. Dall'elezione a presidente del 1999, dopo le dimissioni di Eltsin, lo zar Vladimir Putin ha creato una spirale di potere che negli anni si è stretta concentricamente intorno a lui e ai suoi fedeli, i siloviki. La parola deriva da silovye struktury (struttura di forza). I siloviki sono la fazione più potente del Cremlino, composta prevalentemente da membri (o ex-membri) dell'Fsb, i servizi segreti russi. Il 'clan' fa capo a una triade composta da Nikolai Patrushev, direttore dell'Fsb, Viktor Ivanov, consigliere del presidente, e Igor Sechin, vice-capo del'amministrazione presidenziale, una struttura di supporto alle attività del capo dello Stato creata da Eltsin. I siloviki sono solo una delle fazioni, la più potente, impegnate nella lotta di potere del Cremlino. Uniti da interessi e obiettivi politico-economici, più che da un comune retroterra culturale, compongono una struttura concentrica che dalla triade Ivanov-Patrushev-Sechin si irradia a funzionari di governo e imprenditori, come il presidente dell'azienda petrolifera di Stato 'Rosneft' Sergei Bogdanchikov, o Viktor Cherkesov, il potente funzionario dell'antidroga russa, agenzia statale salita agli onori della cronaca un mese fa, quando l'omicidio di due suoi funzionari a San Pietroburgo, città natale di Putin, ha svelato alcuni dettagli sulla lotta intestina che si agita al suo interno. Una lotta, secondo alcuni, alimentata dall'incertezza sulla successione di Putin. Ad un livello ancora più esterno figurano personaggi come il ministro della Giustizia Valdimir Ustinov, insinuatosi nella rete dei siloviki grazie ai suoi 'servigi' come magistrato giudicante nell'affare Yukos.
 
Igor SechinControllo totale. Il clan controlla una decina di agenzie governative, oltre alle 'strutture di forza' (intelligence, polizia, forze armate). Tra queste organismi critici per l'economia, come l'Agenzia per l'Energia e le Dogane, il Fondo immobiliare e il Servizio di monitoraggio finanziario. Tali agenzie hanno potere regolatorio sulle industrie-chiave, peraltro già 'occupate' da siloviki. Rosoboronexport e Almaz-Antei (armamenti), Aeroflot, Ferrovie Russe, Rossiya Bank, Gazprom: sono solo alcune delle aziende di Stato controllate, parzialmente o totalmente, dai livelli più esterni del gruppo di potere fedele a Putin. Infine, i siloviki hanno legami e 'commerci' con la mafia russa, che controlla il 30 percento dell'economia del Paese e garantisce laute tangenti ai funzionari corrotti, beneficiando, in cambio, di supporto legale e amministrativo. Come lo stesso Putin confessò nel 2006, "in Russia le autorità preposte all'applicazione della legge sono completamente corrotte".
 
Nikolai PatrushevL'uno e gli altri. Ad un primo livello di lettura l'attuale situazione russa è questa: un presidente muscolare e lungimirante si è imposto in sette anni come l'uomo forte che la Russia, in ginocchio dopo il collasso economico degli anni '90, agognava. E' riuscito in sette anni a risollevare l'economia, far crollare l'inflazione, liquidare gli oligarchi emergenti dell'epoca, tra cui Berezovski e Khodorkovski (quest'ultimo azionista di maggioranza della Yukos), e a circondarsi di fedelissimi. Ma, guardando bene, la prospettiva può tranquillamente essere ribaltata: sono i nuovi oligarchi emersi nel dopo-Eltsin a consentire a Putin di 'regnare' incontrastato proprio perchè Putin è l'unico deterrente alla guerra tra clan che si scatenerebbe se non ci fosse. Elemento di stabilità e di continuità, Putin condivide con gli inquilini del Cremlino lo spirito nazionalista, il desiderio di restaurare la grandeur perduta, l'obiettivo di creare un Paese docile, ammaestrato, guidato da un uomo solo e da una cricca di neo-tecnocrati. Ma il vero segreto del clan dei potenti sta nell'uso, abile, subdolo e massiccio, del soft power, il cosiddetto potere morbido, esercitato con l'imposizione di una 'egemonia culturale' sulla coscienza popolare.
 
Cultura-dittatura. Una contro-rivoluzione che comincia con lo svuotamento dei valori, dei compromessi, delle istituzioni e degli standard liberali. Gli strumenti per questa operazione sono stati, e tutt'ora sono, la televisione di Stato, gli intellettuali fedeli al Cremlino, la Chiesa ortodossa e gruppi e organizzazioni giovanili pseudo-indipenenti (primo fra tutti quello dei Nashi, movimento nazionalista della 'gioventù putiniana'). Film, serial televisivi, documentari, notiziari anti-occidentali sono stati il corredo iconografico di tale processo, il cui culmine è però rappresentato dalla demonizzazione dei 'nemici esterni della Russia'. Dall'annuncio di una nuova corsa al nucleare in risposta allo scudo missilistico Usa in Europa, ai bombardieri strategici lanciati nuovamente in volo sugli Oceani, alle rivendicazioni territoriali sull'Artico, alla sospensione del Trattato sulle armi convenzionali, il cui decreto è stato firmato proprio ieri, la corsa putiniana verso l'autocrazia è appena cominciata.

Luca Galassi

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