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Il clan dei siloviki. Dall'elezione a presidente del 1999, dopo le dimissioni di Eltsin, lo zar Vladimir
Putin ha creato una spirale di potere che negli anni si è stretta concentricamente
intorno a lui e ai suoi fedeli, i siloviki. La parola deriva da silovye struktury (struttura di forza). I siloviki sono la fazione più potente del Cremlino, composta
prevalentemente da membri (o ex-membri) dell'Fsb, i servizi segreti russi. Il
'clan' fa capo a una triade composta da Nikolai Patrushev, direttore dell'Fsb,
Viktor Ivanov, consigliere del presidente, e Igor Sechin, vice-capo del'amministrazione
presidenziale, una struttura di supporto alle attività del capo dello Stato creata
da Eltsin. I siloviki sono solo una delle fazioni, la più potente, impegnate nella
lotta di potere del Cremlino. Uniti da interessi e obiettivi politico-economici,
più che da un comune retroterra culturale, compongono una struttura concentrica
che dalla triade Ivanov-Patrushev-Sechin si irradia a funzionari di governo e
imprenditori, come il presidente dell'azienda petrolifera di Stato 'Rosneft' Sergei
Bogdanchikov, o Viktor Cherkesov, il potente funzionario dell'antidroga russa,
agenzia statale salita agli onori della cronaca un mese fa, quando l'omicidio
di due suoi funzionari a San Pietroburgo, città natale di Putin, ha svelato alcuni
dettagli sulla lotta intestina che si agita al suo interno. Una lotta, secondo
alcuni, alimentata dall'incertezza sulla successione di Putin. Ad un livello ancora
più esterno figurano personaggi come il ministro della Giustizia Valdimir Ustinov,
insinuatosi nella rete dei siloviki grazie ai suoi 'servigi' come magistrato giudicante
nell'affare Yukos.
Controllo totale. Il clan controlla una decina di agenzie governative, oltre alle 'strutture di
forza' (intelligence, polizia, forze armate). Tra queste organismi critici per
l'economia, come l'Agenzia per l'Energia e le Dogane, il Fondo immobiliare e il
Servizio di monitoraggio finanziario. Tali agenzie hanno potere regolatorio sulle
industrie-chiave, peraltro già 'occupate' da siloviki. Rosoboronexport e Almaz-Antei
(armamenti), Aeroflot, Ferrovie Russe, Rossiya Bank, Gazprom: sono solo alcune
delle aziende di Stato controllate, parzialmente o totalmente, dai livelli più
esterni del gruppo di potere fedele a Putin. Infine, i siloviki hanno legami e 'commerci' con la mafia russa, che controlla il 30 percento dell'economia
del Paese e garantisce laute tangenti ai funzionari corrotti, beneficiando, in
cambio, di supporto legale e amministrativo. Come lo stesso Putin confessò nel
2006, "in Russia le autorità preposte all'applicazione della legge sono completamente
corrotte".
L'uno e gli altri. Ad un primo livello di lettura l'attuale situazione russa è questa: un presidente
muscolare e lungimirante si è imposto in sette anni come l'uomo forte che la Russia,
in ginocchio dopo il collasso economico degli anni '90, agognava. E' riuscito
in sette anni a risollevare l'economia, far crollare l'inflazione, liquidare gli
oligarchi emergenti dell'epoca, tra cui Berezovski e Khodorkovski (quest'ultimo
azionista di maggioranza della Yukos), e a circondarsi di fedelissimi. Ma, guardando
bene, la prospettiva può tranquillamente essere ribaltata: sono i nuovi oligarchi
emersi nel dopo-Eltsin a consentire a Putin di 'regnare' incontrastato proprio
perchè Putin è l'unico deterrente alla guerra tra clan che si scatenerebbe se
non ci fosse. Elemento di stabilità e di continuità, Putin condivide con gli inquilini
del Cremlino lo spirito nazionalista, il desiderio di restaurare la grandeur perduta, l'obiettivo di creare un Paese docile, ammaestrato, guidato da un uomo
solo e da una cricca di neo-tecnocrati. Ma il vero segreto del clan dei potenti
sta nell'uso, abile, subdolo e massiccio, del soft power, il cosiddetto potere morbido, esercitato con l'imposizione di una 'egemonia
culturale' sulla coscienza popolare.Luca Galassi