
"Quella mattina, come sempre, mi ero svegliato presto. Dopo le preghiere quotidiane
mi ero recato alla moschea del villaggio, dove da qualche tempo lavoravo come
muratore. Dovevo aiutare una squadra nei lavori di ristrutturazione dell’edificio.
Ad un certo punto è accaduto qualcosa di strano. Ho sentito un boato proveniente
dal mare".
Rizal Shahputra parla dal suo letto nell’ospedale di Banara, nella città malese
di Port Klang, dove lo abbiamo raggiunto telefonicamente. La sua storia è una
goccia di speranza nel mare di morte che lo tsunami ha lasciato dietro di sé.
Scaraventato in acqua dalle onde che hanno investito il suo villaggio a Banda
Aceh, in Indonesia, Rizal è stato per nove giorni in balia delle correnti oceaniche
che lo hanno trasportato a 160 miglia dalla costa e da casa. Si è salvato per
miracolo, aggrappandosi al tronco di una palma che ha trovato tra i cadaveri e
le rovine galleggianti. Fino a quando, lo scorso 5 gennaio, una nave sudafricana,
la Durban Bridge, non l’ha ritrovato in mezzo ai flutti, stremato e disidratato.
Ma vivo.
"E’ successo tutto all’improvviso, non ho fatto in tempo ad accorgermi di quello
che stava accadendo", continua Rizal, che non parla inglese ma solo la sua lingua,
il Malay. "Un fiume di fango mi ha investito, trascinandomi lontano. Qualche ora
dopo mi sono accorto di trovarmi in mezzo a centinaia di corpi senza vita. E’
stato uno choc, ma mi sono fatto forza. Ho trovato tre conoscenti, anche loro
erano stati trasportati dalle correnti in alto mare. Ci siamo aggrappati al tronco
di una palma, cercando di tornare a riva. Ma era impossibile. Per fortuna, tra
le varie cose che avevo trovato in mezzo ai flutti e ai rottami c’era un temperino.
Quel piccolo oggetto mi ha salvato la vita".
Per nove giorni, infatti, Rizal si è nutrito delle uniche cose trovate tra il
fogliame del tronco al quale si aggrappava: delle noci di cocco, ovvero quanto
bastava per restare in vita e sperare nell’impossibile.

"Dopo tre giorni i miei amici hanno deciso di provare a nuotare verso la costa.
Sapevo che si trattava di un’impresa disperata. Sono rimasto aggrappato al tronco.
Da allora non ho più notizie di loro. Per sei giorni sono rimasto solo. Tutt’intorno
a me c’era solo acqua. Ho cominciato a pregare, credo di non aver fatto altro.
Quando ti trovi intrappolato tra mare e cielo puoi solo chiedere aiuto ad Allah".
Dopo una settimana le speranze di sopravvivere all’incubo in cui era stato scaraventato
sembravano scivolare via. Fino a una mattina, in cui una nave sudafricana lo ha
avvistato. "Ho visto alcune imbarcazioni all’orizzonte. Ma erano tutte troppo
lontane per vedermi o sentirmi. Ad un certo punto, all’alba del nono giorno, una
di queste mi è passata vicino. Mi sono alzato in piedi con le ultime forze che
avevo, facendo un gesto con la mano e urlando. Ero salvo".
"Non credevamo ai nostri occhi, quando l’hanno portato", racconta la dottoressa
Henna, direttrice del Banara Hospital. "Quel ragazzo è stato davvero fortunato.
Ed è anche forte. Appena l’abbiamo visitato abbiamo capito che ce l’avrebbe fatta.
Ora gli ci vorrà del tempo per riprendersi. Temiamo che i suoi familiari siano
tutti i morti, ci siamo attivati per rintracciare chiunque lo conoscesse. Anche
per questo Rizal non è sicuro di voler tornare a casa, in Indonesia. Ha paura
dello scenario che potrebbe trovarsi di fronte. Sarebbe un altro choc troppo grande".
"Da dieci giorni non ho notizie della mia famiglia", conferma Rizal, "né dei
miei amici naufraghi. Spero che Dio abbia aiutato loro come ha fatto con me".
Ieri il miracolato dello tsunami ha ricevuto la visita dell’ambasciatore indonesiano,
che gli ha promesso di aiutarlo a trovare un lavoro, una volta uscito dall’ospedale.
"Ho completato le scuole superiori e vorrei continuare a studiare – dice Rizal
– ma un giorno mi piacerebbe arruolarmi nella polizia".